Essere vivi non è poco

Caricandosi sulle spalle tutto il peso della sua condizione, Edoardo Boncinelli (Essere vivi e basta. Cronache dal limite, Guanda 2020) trova la forza di intrattenerci come fossimo in un grande bel giardino a fare una passeggiata al puro scopo di far passare il pomeriggio. Non c’è una meta precisa in questo conversare, si parla di tutto e, innanzitutto, come si fa tra amici, dei casi personali, del lavoro, degli affetti, degli interessi, della salute. Ecco: la salute, il “tono maggiore” di questo libro sul quale Boncinelli riesce a sviluppare una miriade di divagazioni e divertimenti e a fondo, come passeggiando amabilmente, appunto, con una capacità di leggerezza direttamente proporzionale alla pesantezza della sua condizione. 

 

Una vita dedicata alla scienza (è un genetista di fama mondiale) e alla divulgazione scientifica (oltre sessanta libri pubblicati), a un certo punto si confronta con la durezza della malattia, anzi delle malattie, sì perché quello che Boncinelli racconta è un percorso tra i diversi ostacoli che via via la sua salute incontra. Sono importanti patologie che si annunciano ora violentemente ora sommessamente, ma che non impediscono all’autore, che ha settantasette anni, di conservare l’attitudine alla scrittura, all’ironia, alla dolcezza umana, alla riflessione in senso lato. Le sue sono divagazioni che partono dal momento storico della malattia invalidante che lo costringe a lunghi ricoveri, interventi chirurgici, terapie e infinite precauzioni nella vita domestica, senza mai spegnere quell’occhio acuto che osserva e ci spiega e racconta. Un bilancio che si genera al confine (“cronache dal limite” è il sottotitolo), e si snoda in un flusso incessante, senza capitoli o sezioni che diano un qualche ordine argomentativo. Tutto scorre come in un vortice mentale con temi che ricorrono: le piccole cose, le persone più amate e i grandi incontri di una vita, le impennate teoriche. Mi vengono in mente, per libera associazione, Le fantasticherie del passeggiatore solitario del Rousseau vecchio (metà ’700), o i Cahiers che un secolo dopo Paul Valéry decide di scrivere senza posa dopo la cosiddetta “crisi di Genova”, per liberarsi dalla letteratura e “dedicarsi soltanto allo spirito”. Anche queste, con le debite distanze, sono scritture nate sul confine di un’esistenza o di una repentina mutazione di rotta del pensiero.

 

 

Così, nel pieno della bufera, circondato dalle mille attenzioni, “tecniche” e affettive, delle varie infermiere e della moglie, Boncinelli scrive uno dei tanti aforismi che hanno fatto da carburante essenziale delle sue lunghe giornate: “La vita ideale è una giusta combinazione di dipendenza e di autonomia” (p.45). Come dire, lì, in quel frangente così angoscioso, io ho capito, perché posso ancora capire, capire nonostante tutto. E poi apprendiamo il significato di Als ob, “come se” in tedesco, espressione che sintetizza la filosofia del poco noto Hans Vaihinger che proponeva di servirsi di una visione del mondo anche fittizia allo scopo di rendere degna l’esistenza (p.64). Sul suicidio, passaggio imprescindibile per chi rifletta sulla fine, l’autore si ferma, con il “Soft you now!” dell’Amleto shakespeariano, e ricaccia indietro la prospettiva mostruosa del porre fine alla propria esistenza lanciandole addosso tutti i propri dubbi (p.77). Immancabile il riferimento al Leopardi del Pastore errante e alla nozione del Tempo in Proust, ma soprattutto alla splendida intuizione sulla natura umana del Grande Inquisitore dostoevskijano: “L’uomo è per sua natura un ribelle; possono forse essere felici, i ribelli?” (p.86). 

 

La passeggiata continua e Edoardo – a un certo punto il salto alla confidenzialità ti viene – ci parla della sua passione per il cibo, da ogni punto di vista lo si guardi. E per i libri, che naturalmente sono diventati uno degli elementi costitutivi della oggettività spaziale in cui vivere. Le malattie infieriscono, rendono il semplice deambulare in casa una prova di forza, ma lui scrive la sua caparbietà: “Mi sento come un fascio di proiezioni in avanti villanamente trattenute.” (p.132) E a seguire altre divagazioni, fino al picco filosofico del quesito leibniziano: “Perché esiste qualcosa anziché niente?” (p.133). La narrazione di Boncinelli prosegue, proprio come si farebbe in una chiacchierata, complessa fin che si vuole, ma pur sempre informale, senza struttura apparente, tra amici, più o meno colti. Bellissimo quando spiega come funziona la coscienza, il passaggio dal “parallelismo” che consente a tutti gli stimoli di essere recepiti, al loro disporsi in una precisa sequenza per permettere la focalizzazione di un fenomeno (pp.163-5).

Essere vivi e basta (non è impresa da poco prosegue il verso montaliano da cui viene il titolo) non è una autopatografia, non è il racconto delle proprie vicende “sanitarie”, ma di un’ostinazione che, a dispetto di un contesto di sofferenza fisica, dice la capacità che gli esseri umani hanno di salvarsi con il proprio vissuto. È una passeggiata, dicevo, che uno scienziato ti fa fare non per descriverti la sua salute malconcia né le sue teorie ma, vagando in libertà, per farti vedere il reale, con una levità profonda, un disincanto ancora desiderante, con energia critica.  

 

Non sono mai stato completamente convinto della validità “curativa” della scrittura autobiografica. Essa si presenta come fosse una sorta di autotrasfusione, ma in realtà è una vera e propria trasfusione di un passato ricostruito, la messa in circolo di una cosa nuova, di un frutto inevitabile delle molte manipolazioni che la memoria compie nello sforzo di trattenere ciò che non è più, se non come traccia, appunto. Ciò detto, ben venga la scrittura autobiografica che è certamente un prezioso esercizio auto-critico capace di smuovere e rinfrancare la capacità individuale di lettura del mondo proprio e altrui. È qui che semmai va cercato il valore terapeutico che la scrittura autobiografica può sprigionare. La vecchiaia è naturalmente la parte della vita in cui l’occorrenza di una autobiografia si fa più frequente, il suo semplice desiderio ne giustifica l’esistenza, perché l’orizzonte temporale si assottiglia e il vissuto si fa massa critica. L’esito comunque può essere imprevedibile e in linea di massima sarà commisurato all’attrezzatura psicologica e culturale di chi scrive. 

 

Qui, secondo me, interessa capire come la scrittura autobiografica obbedisca a un bisogno profondo e potente dell’individuo di tirar fuori una presunta autenticità di sé, in uno sforzo ctonio, che può essere anche violento e crudele, capace di armonizzare per un momento le infinite traiettorie di una vita. Non possiamo dire nulla sul fatto di essere vivi, così come non possiamo dire nulla sull’essere morti. Tutto ciò che abbiamo e su cui possiamo ragionare è il come stiamo dentro alla vita. Il come è il nostro terreno di gioco, lì abbiamo di che riflettere e agire e tutti i nostri perché riguardano il come. Quando si parla del dopo in realtà si parla del nostro continuare sotto forma di memoria, di costruzione virtuale del nostro sé che vorremmo restasse tra le vite di chi rimane, di coloro che vorremmo continuassero ad amarlo. È con il nostro come-siamo-nella-vita che vorremmo farci voler bene da chi ancora lo fa e lo ha fatto.

“È difficile diventare vecchi senza un motivo” diceva Bob Dylan in Forever young (1974). Beh, diciamo che in questo libro di motivi se ne possono trovare parecchi. 

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