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Fernand Deligny. In lode all’Asino

Ci sono imprese editoriali che riaprono porte chiuse da decenni, quella che vengo a presentare è una di queste, la citazione bruniana del titolo vuole essere un ringraziamento per avere rimesso in circolo un autore straordinario e, in Italia, ormai dimenticato. Non così in Francia, dove grazie principalmente a Sandra de Toledo e all’editore L’Arachnéen, Fernand Deligny gode di una rinnovata attenzione. Ed è dal contatto virtuoso con Sandra de Toledo che una delle migliori realtà editoriali nazionali, le Edizioni dell’Asino, ha fatto nascere la proposta della raccolta di testi pedagogici di Deligny che andiamo a presentare, estratti dal monumentale volume delle Oeuvres (L’Arachnéen, 2007, p. 1845, E. 58).

 

 

Forse è il caso di spendere due parole per riepilogare il percorso teorico e di vita di uno degli autori più interessanti del pensiero pedagogico, e non solo, dello scorso secolo, non foss’altro, appunto, perché dimenticato. Orfano di guerra, dopo un percorso di studi non troppo strutturato, si trova, durante e dopo la guerra, a lavorare sul disagio giovanile in vari contesti educativi, al padigione 3 dell’ospedale psichiatrico di Armentières, quindi in altri progetti, finché, grazie all’amicizia con Henri Wallon, diventa una delle anime del progetto della Grande Cordata, esperimento educativo straordinario che riemerge dalle pagine del libro. Questo è il periodo dei tentativi pedagogici. Parola centrale nel lessico di Deligny, tentare, sperimentare, dare opportunità, talvolta fallire, ma anche il fallimento è parte del gioco, come lo era per Darcy Ribeiro: “ho fallito in tutto quello che ho tentato nella vita. Ho provato ad alfabetizzare i bambini, e non ci sono riuscito. Ho provato a salvare gli indios, e non sono riuscito. Ma i miei fallimenti sono le mie vittorie. Detesterei stare al posto di quelli che mi hanno vinto”.

 

Nel suo continuo itinerare giunge da Oury e Guattari a La Borde, ci rimane un anno, il 1965, conosce Janmari, bimbo “encefalopatico grave”, che da allora sarà il suo Mentore. Lascia La Borde e si trasferisce a Monoblet nelle Cévennes, Massiccio Centrale, in una proprietà di Guattari, dove si fermerà fino alla morte. Progressivamente la sua attenzione si concentrerà sui bambini autistici averbali. Dismette il discorso pedagogico e, in una prefazione a distanza per una riedizione del suo fortunato libro di aforismi pedagogici Graine de crapule, Seme di canaglia, liquida se stesso come “ciarlatano di buona volontà”. Definizione ingenerosa, ma che segna una svolta. Si volge prima alla psicologia e alla filosofia, poi, nell’ultimo periodo, la sua interrogazione si fa più radicale e si pone in termini antropologici. L’autismo averbale diventa un’occasione per interrogare l’umano. Progetto importante, tanto più oggi, che sulle problematiche relazionali dello spettro autistico si sono scatenate e si accaniscono tutte le tecniche di conversione e normalizzazione, tanto strutturate riguardo ai mezzi quanto acefale rispetto ai fini.

 

Deligny era poi anche altro: appassionato di cinema, amico di Chris Marker, André Bazin, François Truffaut. A quest’ultimo suggerisce la scena finale iconica di I 400 colpi e fornisce consulenza (in effetti a farlo è Janmari) per la realizzazione di Il ragazzo selvaggio. Usa il cinema come strumento pedagogico (nel libro c’è un testo famoso che tratta esattamente di questo), gira due lungometraggi sperimentali, Ce gamin là e Le moindre geste.

Durante il lavoro a Monoblet elabora una sperimentazione meravigliosa di tracciatura delle lignes d’erre, dei liberi percorsi negli spazi, dei ragazzi in sua custodia. Qui la “pedagogia poetica”, come Sandra de Toledo chiama la scrittura di Deligny, si raccorda a una dimensione ulteriore, a un tempo plastica e filosofica. Sulla dimensione specificamente filosofica del pensiero di Deligny rimandiamo a quanto ne scrive Pierre Macherey in Il soggetto delle norme, lodevolmente pubblicato tempo fa da Ombre Corte.

Abbiamo ora modo di collocare I vagabondi efficaci e altri scritti all’interno del percorso di ricerca di Deligny, di cui costituiscono le tappe iniziali. Il primo testo è quello che ha fatto la fortuna di Deligny educatore, Seme di canaglia, pubblicato nel 1945 e composto da 134 aforismi. Scrittura preziosa, ad ogni passo capace di risvegliare attenzione verso il ruolo nella relazione educativa, in sintonia completa con Célestin Freinet e parziale con Anton S. Makarenko.

 

Disegno tratto da "Graine de crapule", di F. Deligny

 

Un recente intervento di presentazione del libro su un giornale della destra liberista radicale, cerca di cooptare Deligny al pensiero “liberale”. Credo basti questo aforisma a ricontestualizzarne lo spirito comunista e antiborghese: “Quando avrai trascorso trent’anni della tua vita a mettere a punto dei fini metodi psico-pediatrici, medico-pedagogici, psico-pedo-tecnici, alla vigilia della pensione, prenderai una buona carica di dinamite e farai saltare con discrezione qualche isolato in un quartiere di catapecchie. E in un istante avrai fatto più lavoro che in trent’anni” (p. 45). Lodevole la pubblicazione, a fine testo, di due introduzioni successive, pubblicate in occasione delle ristampe del libro, in cui traspare, come detto, una progressiva presa di distanza dal lavoro educativo. O quantomeno da un modo di intendere il ruolo dell’educatore. Per tutta la vita Deligny ha diffidato dei professionisti dell’educazione; accanto a sé, nei suoi tentativi pedagogici, voleva studenti, operai, comunque persone senza una formazione specifica: “ho rifiutato i sottoprodotti dei metodi educativi borghesi e ho convocato educatori che non provengono dalle scuole di formazione o dai tirocini” (p. 82).

 

A seguire è pubblicato il testo del 1947 che dà il titolo al volume, I vagabondi efficaci: Cronache, in cui racconta l’esperienza come direttore del Centre d’observation et de triage (COT) di Lille. Lavoro con ragazzi marginali, destinati alla deriva sociale. Una specie di diario poetico dalla quotidianità problematica del centro fino al suo naufragio, per l’ostilità delle gerarchie politiche locali ai metodi sperimentali e antirepressivi di Deligny.

Il terzo blocco di testi presentato nel volume riguarda la Grande Cordée, la Grande cordata, progetto elaborato con Henri Wallon di gestione delle marginalità giovanili attraverso una pratica educativa itinerante che si appoggiava a strutture come gli ostelli della gioventù come alberghi temporanei. Chiudono il volume ulteriori testi di grande interesse e la cronologia della vita di Deligny curata da Sandra de Toledo.

 

In conclusione, ringraziando l’editore per l’ottima intrapresa, che riporta all’attenzione del pubblico italiano un autore assolutamente straordinario, non possiamo che auspicare che oltre al pensiero pedagogico, vengano riscoperte e promosse altre opere, in particolare, come ho accennato più sopra, il meraviglioso lavoro di Deligny sull’autismo averbale, culmine della sua attività di ricerca, in particolare i Quaderni dell’immutabile, presenti nelle Oeuvres. Ora che il discorso sull’autismo è sulla breccia dell’attenzione pubblica, il suo pensiero si presenta come un salutare correttivo alla totalizzazione dello sguardo sui bambini “mutacici” del modello medico-riparativo, come tentativo dimenticato di interrogare il nostro fare finalizzato alla luce del loro agire spontaneo e atelico. “Mentre per noi, agire è per fare, per Janmari, fare è un’occasione per agire, agire per cosa? Per affrontare il fatto che la consuetudine potrebbe non essere rispettata. E credete che essendo autistico sia più invischiato in questa consuetudine di quanto lo siamo noi in questa camicia di forza ideologica che ci rende soggetti? Né più, né meno. Mi sembra di vedere Janmari così com’è, e quando ci incontriamo tra “noi”, è lo scafandro che mi appare e che può definirsi identità cosciente” (F. D., Oeuvres, 1116).

 

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Autismo. Deligny: i bambini e il silenzio, di Enrico Valtellina

Fernand Deligny. Una zattera sui monti, di Marco Belpoliti

Fernand Deligny, I ragazzi hanno orecchie, di Gioele Dix

 

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