Il rompicoglioni eterno

31 Agosto 2025

Orazio, questo amabile flâneur dell'antichità, prediligeva percorrere la Via Sacra, o Sacra Via, come più comunemente la chiamavano allora. Era uno dei più importanti assi viari dell'Urbe, il più importante forse. Andava dal tempietto dedicato a Strenia, dea della prosperità di origine sabina, sull'Esquilino, passando per la Velia e il Palatino, fino al Foro, all'inizio della salita verso il Campidoglio. Vi si svolgevano processioni e cortei trionfali. Orazio, dal canto suo, vi passeggiava assorto, meditando certi suoi versi, probabilmente tutti i giorni o quasi. Era un consuetudinario. E infatti la satira nona del primo libro ha questo memorabile attacco: Ibam forte via Sacra, sicut meus est mos che si può tradurre così: Me ne andavo a zonzo per la Via Sacra, come d'abitudine... Che bello! uno pensa, cosa c'è di meglio al mondo che una bella passeggiata per il centro. Siamo nel primo secolo avanti Cristo, non ci sono auto, non ci sono moto, non ci sono bici a Roma; Orazio, uno continua a pensare, potrà camminare in pace, elaborando mentalmente qualche strofa raffinata, un'alcaica assai franta, una saffica guizzante, o una cascata di esametri andanti dal sapore piuttosto prosastico... Errore! Subito gli si para innanzi, a Orazio, uno che lui conosce solo di vista, solo di nome, e che però gli prende la mano, al nostro Orazio, e gli sussurra mellifluo: come va, mio dolce amico?

Chi sarà mai, costui? si domanda Orazio. Chi sarà mai questo tipo? si domanda il lettore.

La risposta è facile. Questa satira nona del primo libro è infatti intitolata, di volta in volta, a seconda dei traduttori, come Il seccatore, o anche L’importuno, oppure, presso i più arditi, Lo scocciatore o Il rompiscatole o persino Il rompiballe. Ma il nome esatto, preciso, inequivocabile, l'unico davvero calzante, adatto e giusto, più che giusto, giustissimo è Il rompicoglioni.

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Pierre Paul Prud’hon, La giustizia e la vendetta divine perseguitano il crimine (1808, Louvre, Parigi).

Non è tanto importante seguire tutte le asfissianti manovre che questo tristo individuo compie per entrare nelle grazie di Orazio e, tramite lui, in quelle di Mecenate, protettore di Orazio e delle arti. In fondo, le insinuanti strategie di accerchiamento, le insistenze, i perseveranti tentativi di assedio sono sempre gli stessi. Sempre uguali da millenni. La figura del rompicoglioni attraversa imperterrita le epoche, le ere, le ere geologiche. Esiste una pianta che allieta le zone di mare, le dune, le sabbie costiere. Il suo nome botanico è elicriso, un nome che ricorda il sole e l'oro, perché il colore delle infiorescenze di questa pianta cespugliosa è il giallo. In italiano è chiamata, infelicemente, "perpetuino delle scogliere". Ma in francese è detta "immortelle des sables", l'immortale delle sabbie.

Orbene, il rompicoglioni, parafrasando la definizione botanica francese e tolta beninteso la lietezza, può con piena ragione esser battezzato come “l’immortale delle strade”. Da sempre l'umanità cerca di provare la propria sostanziale uguaglianza. C'è la soluzione creaturale: tutti ci ammaliamo e tutti moriamo, condividendo un identico destino di creature effimere. C'è la soluzione del riso: i sociobiologi ci assicurano che tutti gli esseri umani ridono fondamentalmente nella stessa maniera. Ci saranno varie altre solide giustificazioni per l'uguaglianza umana. Eppure pare strano che, a tal fine, non sia mai stata considerata in modo adeguato la figura del rompicoglioni.

Egli è internazionale. Egli è interclassista. Egli è interdisciplinare. Ci sono rompicoglioni europei, africani, asiatici e così via. Non mancano nemmeno nelle regioni artiche e antartiche. Ci sono rompicoglioni di terraferma e di mare, isolani e peninsulari. Ci sono rompicoglioni uomini, donne, transgender, mutanti, sessualmente instabili. Ci sono rompicoglioni colti e ignoranti, eruditi e analfabeti, operai, contadini, conti, baroni, poveri e straricchi e strarompi. Non esiste praticamente angolo sperduto della terra che non ne sia afflitto, infestato, contaminato.

Nessun rimedio è mai stato inventato contro il rompicoglioni, che è eterno, sempiterno, perenne, perennemente rigenerato. Come la morte sulla Terra, e anche peggio. Sulle strade, piazze, vie e viuzze e vicoli meranesi è ben rappresentato, né poteva darsi altrimenti. A un camminante medio meranese, che cerchi di percorrere i circa cinquanta metri che separano via Cassa di risparmio dalla rampa che porta alla Passeggiata d'inverno, possono farsi incontro almeno cinque, e dico cinque rompicoglioni, uno ogni dieci metri.

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Sei vignette da Zio Paperone e la dollarallergia (Carl Barks, 1954).

Il primo cerca di vendere un giornaletto solitamente recapitato gratis per posta a ogni residente, e che nessuno legge, nemmeno per sbaglio. Ora, con tutta la buona volontà: si può comprare un foglio illeggibile per giunta altrimenti gratuito? No, non si può. Si passa oltre. Qui si viene fermati dal secondo rompicoglioni, che cerca di vendere un biglietto di una lotteria misteriosa, mai sentita prima. Lo si evita scartando lievemente di lato, dove s'incappa nel primo sondaggista estemporaneo, che vuole sapere se il camminante meranese "è contro la droga". Ma lo vuole sapere solo per rifilargli, e a caro prezzo, una spilla di non so quale lega o associazione o gruppo di ex-tossicomani. "Ma io sono favorevole, alla droga" risponde secco il camminante e procede, per incappare nel secondo sondaggista (seconda, perché è donna), che gli chiede un parere sulle sofferenze dei cani dispeptici; anche qui c'è l'inganno, dato che il sondaggio è solo un pretesto per spillargli un'offerta "volontaria" per il canile di un ameno paesello a pochi chilometri da Merano.

"Fateli mangiare meno 'sti cani, vedrete che la dispepsia gli passa" esorta il camminante, e la sondaggista s'adira (ossia s'incazza) inducendo il camminante ad aumentare l'andatura per finire quasi in braccio a un mendicante. Ma non il caro, buon, vecchio mendicante del tempo andato. Quello che stava fermo all'angolo della strada con il cappello in mano. Ed era umile, dimesso, perfino sorridente. No. Questi mendicanti di adesso sono aggressivi. Insistenti. Protervi. Ti toccano. Ti attaccano. Non ti danno scampo. Sono mendicanti organizzati. Non hanno facce emaciate. Non hanno espressioni abbattute. Determinazione. Ferocia. Arroganza. Ecco quello che gli si legge in volto. Stampato a fondo su quelle ghigne cattive. Sono mendicanti manageriali. Lotteranno senza tregua anche per occupare il pezzo di strada più redditizio, pensa il povero camminante, dando di piglio alla salita. Oggi solo cinque, pensa ancora il camminante, solo cinque rompicoglioni in questo tratto, una fortuna rara, e non mi è stata chiesta nemmeno una firma!

Ma la forma più attuale del rompicoglioni da strada, quella che meglio di ogni altra incarna lo Spirito dei Tempi, lo Zeitgeist tecnologico è naturalmente, si sarà capito, quella del rompicoglioni-con-cellulare. Chi scrive sa che le parole non sono usate a caso. Chi scrive non può ignorare che la parola cellulare nella lingua italiana ha due significati, uno più antico, l'altro recente. Quello recente, non ci sarebbe nemmeno bisogno di specificarlo, è sinonimo di telefonino, ma quello antico, originario vale per furgone adibito al trasporto dei detenuti.

Come mai questa singolare coincidenza di significanti per due concetti in apparenza tanto diversi?

Detto altrimenti: che relazione potranno mai avere l'apparecchietto preferito dagli Italiani e il triste veicolo che nessuno ama? Ma è evidente, evidentissimo: il cellulare ha davvero molto a che fare con la prigionia. Gli utenti del cellulare (inteso come telefono) sono letteralmente prigionieri del loro infernale giocattolino e sono, quando ce l'hanno in mano (cioè quasi sempre), isolati dal mondo esattamente come i delinquenti o presunti tali, quando, chiusi nel tetro automezzo, transitano dalla galera al tribunale o dal tribunale alla galera.

Altro che strumento di comunicazione, il telefonino è un attrezzo che realizza la più completa autoreclusione dal mondo esterno. Esso segrega una persona, la confina senza scampo nel perpetuo giro delle sue relazioni, delle sue conoscenze, delle sue abitudini inveterate. Ma non li avete mai osservati i telefonanti, messaggianti, utenti di smartphone et similia? Sono con lo sguardo perennemente chino sui loro microschermi, e intorno magari splende un sole sfavillante, come all'origine dei tempi, e non lo vedono, e intorno magari i pioppi tendono al vento le piccole foglie tremolanti, scintillanti come piccole monete d'oro, e non le vedono. Non vedono niente, non sentono niente. Hanno occhi e orecchi solo per le proprie parole, echeggianti nelle parole di altri che ripetono le loro, per le proprie immagini che ritraggono loro mentre si ritraggono da se stessi sorridenti d'immortalarsi. A volte s'immortalano sul serio, quando, per scattarsi l'ennesimo selfie della giornata, precipitano in un burrone, scarpata, abisso senza fondo. Autoscatti di morte.

Per i Greci si chiamava Nemesi e, a suo modo, rappresentava una forma di giustizia. Il telefono cellulare realizza il sequestro della percezione entro un circolo vizioso di autoreferenzialità assoluta. Ferrea. (Come la Nemesi, ancora lei). Oltretutto, sarà banale ricordarlo, ma selfie viene da self, a indicare ulteriormente, qualora ve ne fosse bisogno, la tirannia del , dell'io avviticchiato a se stesso. Il possessore di cellulare, nel suo narcisismo estremo, è comunque pericoloso. Riformulando: l'umanità telefonante, messaggiante e così via è pericolosa. Pericolosissima.

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