Finestre

Per tentare di far capir bene il colore rosso a chi è cieco dalla nascita, ci vogliono similitudini azzardate: il rosso è quel calore che arroventa le guance dei bambini nel mentre che gli si agghiaccia il sangue, per esser cascati in una figuraccia. Le rose rosse hanno un profumo rosso che se lo si annusa, se ne sente il colore nell’area degli incanti del cervello. Terminate le similitudini, si può passare perfino alla dialettica degli opposti: il verde è la tinta dei prati (non a Roma) e della paura (dappertutto); il blu è quello del cielo sereno e del freddo bestiale; il giallo è il colore della cultura ebraica, e delle faccette dei cinesi…

“La vita è sogno” dice il poeta spagnolo. E poi, perbacco, c’è il teatro: il palcoscenico è l’unità di luogo e di tempo dell’essere (pardon, dell’azione) e l’incorporeità dei personaggi recitati è la loro animula vagula blandula che occorre acciuffare. Però la cameriera, che entra côté jardin per dire solo “Il pranzo è servito” e se ne va via per sempre, impersona talmente poco, che la vita resta un mistero non solo per lei ma anche per gli altri attori.

 

Al contrario, gli spettatori in platea credono non solo che sulle assi polverose si sveli il segreto della vita, ma sanno bene anche di aver pagato il biglietto per assistere alla nuova tragedia Amleto di un certo William Shakespeare. Il teschio di Yorik, che spezza il cuore solo a vederlo, finita la rappresentazione sarà riposto tra gli attrezzi di scena da William, che è l’attore, l’autore, il regista, e anche quello che ha scolpito il lugubre teschio di cartapesta da scena.

 

E adesso una nuova allegoria. Ancora? Sì, parrebbe una specie di sogno, ma non lo è. Speriamo che serva.

C’è un signore che sembra non aver molto da fare in quel momento e poco importa che si tratti di una comparsa o di un grande attore. Abita al primo piano con una delle finestre del suo alloggio che dà su una normale strada di negozi e si incrocia con un’altra un po’ più larga, piena di negozi anch’essa e di auto che passano. E di pedoni affannati e indaffarati che entrano ed escono e sembrano mezzi matti perché parlano, senza vergogna, con se stessi si direbbe, agitano le mani ad alta voce. Non sono mica squilibrati, almeno non tutti, hanno ficcate nella orecchie le protesi connesse al telefonino che sta invisibile in una delle tasche o nella borsa, e intanto parlano di chissàchecosa con chissàchi chissàdove.

Se la finestra fosse al centoduesimo piano di un grattacielo, fuori ci sarebbe, non il mistero della vita, ma quello del nulla, soprattutto nelle giornate di nebbia. O meglio di nuvoloni bassi. Il nulla di prima della nascita e di quello dopo la morte? Non solo, ci sono eventi assai meno scandalosi del faticoso nascimento e della ripida morte: l’anestesia totale, lo svenimento, il sonno beato senza sogni, l’ubriachezza molesta, la spensieratezza.

 

Opera di Jim Holland.


Torniamo dunque al nostro momentaneo perdigiorno con i gomiti appoggiati al davanzale e le mani a pugno incalcate sulle guance per sostenersi il testone; il mistero della vita consiste nella gazzarra dei due stradoni del centro, ficcandoci dentro però anche lui che guarda, e pensi quel che meglio crede, se pensa.

Se sente un odoraccio che vien dalla cucina, è il risotto che gli si brucia e corre a spegnere il gas (le disgrazie della vita). Se ascolta il trillo del campanello di casa, va ad aprire e c’è suo cugino che è venuto a trovarlo (gli allegri imprevisti dell’esistenza).

Le strade dell’incrocio sono quasi buie, con i lampioni già accesi, i negozi illuminati, e anche le finestre del palazzo di fronte con parecchi che guardano il tramestio e alcuni si sporgono fuori per rimirare un pezzettino di cielo azzurro, di quell’azzurro disperato da metropoli che non riesce mai a spogliarsi dagli stracci di nuvolette grigie.

Datti pure una calmata perfido Leibniz, te e la tua matematica: le finestre non sono monadi e non intendono tacitare l’infido Cartesio con le sue res cogitans e res extensa (separate in casa), e neppure il mio buon Spinoza che di finestre sembra vederne una sola, con affacciato il suo Dio disperato che può solo tenere in riga il Creato, che è poi sempre Lui, il Creatore.

 

Per cercar di capire che cos’è quel che qui si vuol dire, è necessaria una conta, onirica, di chi sta alla finestra a guardare. Ma prima bisogna riflettere sul perché il teschio di Yorik faccia piangere Amleto, chi lo accompagna, e noi spettatori. Yorik era un buffone, un comico di inimmaginabile livello: potrebbe essere il teschio di Charlie Chaplin, quello di Buster Keaton, o quello di Totò, si piangerebbe non perché sono morti, ma perché sono vissuti, ci hanno fatto ridere, ci hanno regalato tanta speranza e adesso ridiamo fino alle lacrime con loro, con il loro ricordo allegro e doloroso. Doloroso perché gli siamo sopravvissuti. Se non ve ne siete accorti, Amleto è un sopravvissuto.

E, per finire, la conta onirica che avevamo lasciato in sospeso: alle finestre spalancate e illuminate ci sono tutti gli esseri viventi, compresi quelli del più lontano passato. Uomini scimmiotti, Yorik, tirannosauri, microbi (anche i microbi? sì, perché lottano come noi per sopravvivere). Ci sono i vegetali, soprattutto i boschi, con la loro solenne etica di gruppo tanto invisa a Jair Messias Bolsonaro l’Incendiario. E ognuno ha la propria finestra: lontani lontani ci sono gli alieni, quelli antropomorfi e quelli che no, quelli animaloidi e quelli che no, i buoni e i cattivi.

 

Se guardate il cielo di notte, le finestre le potete vedere ma non contare: sembrano stelle, e con questo salta fuori, ahimè, che non siamo riusciti, neppure sul filo della vieta retorica, a dipanare la matassa del mistero della vita. Senza neppure accorgercene, abbiamo però approfondito il significato di un famoso titolo di un famoso libro degli anni Trenta di A. J. Cronin: “E le stelle stanno a guardare”. La storia di uno sciopero dei minatori inglesi, fallito miseramente.

Opera di Jim Holland.

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