Freaks. Umano ma non troppo

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.

 

C’è un autore che sembra dimenticato da tutti, ma che è stato uno dei critici e storici della letteratura americana più influenti della seconda metà del XX secolo. Si chiama Leslie Aaron Fiedler e ha scritto diversi libri importanti. Uno in particolare può aiutarci a capire il momento in cui stiamo vivendo - anche se a prima vista non si direbbe: Freaks. Miti e immagini dell’io segreto. Ma perché questo figlio del secolo americano, nato nel 1917 a Newark, la cittadina del New Jersey ad altissima densità di talenti jewish (Philip Roth, Jerry Lewis, Paul Auster), sembra essere stato completamente rimosso? Lo scorso anno, in occasione del centenario della nascita (8 marzo 2017), nessun ricordo, né una commemorazione accademica, né la ristampa di alcuna delle sue opere maggiori. 

 

Leslie A. Fiedler nel 1967.


Eppure, già con i suoi primi articoli di fine anni Quaranta, Fiedler sollevò ferocissime polemiche. «Il direttore pensava che scherzassi, quando si rese conto che facevo sul serio si dispiacque di avermi dato l’opportunità», avrebbe ricordato l’autore molti anni più tardi in un’intervista per la rivista italiana Ácoma: «La gente pensava che fossi irrispettoso e sconcio nei confronti della mia tradizione letteraria. Pensavano fossi osceno, matto. Leslie Fiedler se ne va dicendo che Huck e Jim [protagonisti de Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain] erano due finocchi! Però mi divertii. Pensavo: “Devo aver fatto qualcosa di giusto se tutti quanti mi odiano”». 

 

La “pazzia” di Fiedler è uno dei tanti luoghi comuni intorno alla sua figura. «The first of the wild-man literary critics», hanno scritto di lui, in un necrologio apparso poche settimane dopo la sua morte, nei primi mesi del 2003. Fiedler il matto, dunque, l’enfant terrible delle lettere americane; ma anche l’autore capace di passare senza problemi dalla saggistica alla narrativa (qualche titolo: i racconti de L’ultimo ebreo in America e La macchia, il romanzo Il congresso dell’amore, il memoriale autobiografico Being Busted) e il docente universitario che non disdegna la divulgazione di massa: «Avevo imparato, come militante politico, a parlare alla gente, ai passanti, in piedi su una cassetta della frutta a un angolo della strada. […] Per quel motivo, forse, una volta diventato docente d’inglese all’Università del Montana, decisi di fare lezione a classi numerose piene di ragazzi semplici dei primi anni, che forse non sarebbero mai arrivati alla laurea, piuttosto che ai gruppi ristretti di specializzandi. Allo stesso modo mi andavo a cercare un pubblico ancora meno sofisticato ogni volta che visitavo una qualche cittadina delle Montagne Rocciose in cui ci fosse un club del libro disposto a starmi a sentire». 

 

Irriverenza, eclettismo, anti-accademismo con scivolate nel pop, un pizzico di scorrettezza politica: troppo per le ingessate élite accademiche. Non si spiega altrimenti l’attuale sfortuna di un autore seminale, soprattutto alla luce della recente, rigogliosa fioritura – anche qui da noi – degli studi culturali, postcoloniali e di genere, di cui Fiedler è stato un autentico, originalissimo apripista: «Senza rendermene conto, avevo inaugurato un genere, i “Cultural Studies”, prima che avesse un nome».

 

Amato dagli americanisti italiani Carlo Izzo e Guido Fink, Fiedler, giunto a Roma nel 1952 con la sua prima borsa di studio, fu incoraggiato da Mario Praz a studiare seriamente la letteratura del proprio Paese: «Arrivai in Italia e mi dissero: “Tu insegni letteratura americana”. Risposi: “Non mi interessa. La leggo per piacere personale, non per dovere d’insegnamento”. E loro: “Sei americano e insegni letteratura americana”». Da quelle lezioni prese poi forma Amore e morte nel romanzo americano (1960), cinquecento pagine in cui Fiedler ridisegna la mappa tematica della letteratura statunitense: dall’amicizia virile come occultamento di un’omosessualità neanche troppo latente; al sentimento misto d’attrazione e repulsione nei confronti della wilderness (incarnata dal nero e dal pellerossa), specchio della delicatissima dialettica su cui si regge la cultura americana fin dalle origini, l’irrazionalità “demoniaca” del Nuovo Mondo e la razionalità “illuministica” dei colonizzatori europei. Come il precedente saggio su Huckleberry Finn, anche Amore e morte venne accolto negli Stati Uniti da reazioni scomposte e ai limiti dell’indignazione; all’estero, invece, ebbe grande fortuna e venne tradotto in diverse lingue (in Italia apparve nel 1963 per Longanesi, nella traduzione di Valentina Poggi e con la curatela di Carlo Izzo). 

 

 

Fiedler avrebbe poi completato la propria rivisitazione del canone letterario nordamericano con Aspettando la fine (1964) e Il ritorno del pellerossa (1968), tutti puntualmente discussi e tradotti anche da noi. Tuttavia, dopo Freaks, apparso per Garzanti nel 1981 con la traduzione di Ettore Capriolo, sull’opera di Fiedler è calato un progressivo silenzio, qua e là interrotto soltanto dalle “pre-postume” raccolte di saggi (Dodici passi sul tetto, La tirannia del normale, Arrivederci alle armi, Vacanze romane: tutte edite da Donzelli fra il 1998 e il 2005) e da occasionali ripescaggi (Il ritorno del pellerossa è stato ristampato nel 2011 da Guanda). Oggi i libri dello studioso americano sono più facilmente rintracciabili nelle biblioteche o fra i bouquinistes che non sugli scaffali delle librerie.

 

Per fortuna a distanza di un decennio dall’ultima ristampa, Il Saggiatore finalmente ripropone Freaks. Facciamo finta, per un momento, che quella fra le nostre mani sia la prima traduzione italiana in assoluto. Cosa muoveva Fiedler a scrivere un libro così, traboccante di immagini? Sulla copertina della prima edizione Garzanti era presentato così: “Mostri o mutanti, scherzi di natura, incubi viventi, incarnazione delle nostre paure, caricatura delle nostre illusioni”. Non è forse una presentazione perfetta per i nostri giorni? 

 

Una ventina d’anni più tardi, nell’introduzione a una raccolta di saggi dal titolo emblematico, La tirannia del normale (1996), Fiedler constatava come in fondo l’indagine di Freaks fosse coerente con le sue opere precedenti: «In tutta la mia carriera di critico sono stato ossessionato dalla figura dello straniero, dell’Outsider, dell’Altro. Mi sono concentrato cioè sui miti del Negro, dell’Ebreo e dell’Indiano nei romanzi e nelle poesie scritte da – e soprattutto per – i Wasp, gli americani bianchi, anglosassoni e protestanti». 

 

Dunque, quello che Fiedler propone è, fra le altre cose, un ennesimo confronto con miti e figure del paesaggio culturale americano. Freaks: vale a dire scherzi di natura, fenomeni da baraccone, “curiosità” pseudoscientifiche, ma anche mistificazioni vere e proprie. Negli Stati Uniti tutto questo ha un nome: P.T. Barnum, figura chiave non solo dello spettacolo (benché egli stesso amasse definirsi soprattutto uno showman), ma, come ricorda Fiedler, dell’intera cultura americana – e dunque, per estensione, dell’Occidente cosiddetto avanzato. Una cultura intesa ovviamente come inarrestabile accumulo di meraviglie, di momenti indimenticabili, di record, di cose mai viste prima: insomma, “the Greatest Show on Earth”, come appunto lo stesso Barnum ribattezzò lo spettacolo circense destinato a sopravvivergli di oltre un secolo. «Al centro di questa visione del mondo come meraviglia ci sono i freaks», scrive Fiedler. Che poi si trattasse il più delle volte di spudorate falsificazioni – come la “sirena di Feejee” o l’ex schiava Joice Heath, spacciata per la balia ultracentenaria di George Washington – non importava poi molto. Del resto, anche quando si trattava di autentici lusus naturae, Barnum predisponeva attorno a loro una cornice spettacolare talmente meticolosa e a tratti iperrealistica da sfiorare il falso: valga per tutti il caso del nano Charles Sherwood Stratton, passato alla storia come il “generale” Tom Thumb, il quale, dopo essersi esibito davanti a presidenti e regnanti (inclusa la regina Vittoria), venne unito in matrimonio nel 1863 con Lavinia Warren, lei pure affetta da nanismo, in una cerimonia nuziale (con tanto di visita alla Casa Bianca!) che ricorda anche troppo da vicino i reality show del XXI secolo.

 

P.T. Barnum e Tom Thumb, 1850 ca.


“Pioniere di quasi tutto”, come l’ha definito il collettivo Wu Ming, Barnum (del quale Sellerio, per una curiosa coincidenza, ha appena tradotto una scelta autobiografica con il titolo Battaglie e trionfi. Quarant’anni di ricordi), nel suo mescolare con disinvoltura vero e falso, cinismo e buoni sentimenti, politica e intrattenimento, ha anticipato per molti versi la figura del demagogo orgogliosamente “dalla parte del popolo” e rigorosamente anti-establishment. E se il grande impresario, come ricorda lo stesso Fiedler, «mancò poco che si presentasse candidato alla presidenza per la lista proibizionistica», un suo epigono all’apparenza non meno pittoresco come Donald J. Trump, un secolo e mezzo più tardi è riuscito a farsi eleggere alla Casa Bianca con uno slogan, “Make America Great Again”, che ha tutto il sapore delle iperboli di Barnum. 

 

Accanto all’esplorazione dei topoi della cultura (popolare e non) degli Stati Uniti, in Freaks Fiedler tenta qualcosa di più ambizioso. Scrive in La tirannia del normale: «Per tutti noi che possiamo pensarci come “normali” esiste un Altro irriducibile. Si tratta ovviamente del Mostro, della persona affetta da malformazione congenita, un essere umano nato troppo grande o troppo piccolo, con troppi arti o troppo pochi, con i capelli da un’altra parte o gli organi sessuali indefiniti». Fiedler tenta di “dare voce” a ognuno, fin dalla dedica iniziale: “A mio fratello che non ha fratello, a tutti i miei fratelli che non hanno fratello”. Nessuno di loro, osserva l’autore, ha lasciato «una documentazione attendibile di come ci si senta […], come se le parole non fossero uno strumento adatto a comunicare quello che i loro corpi esprimono con tanta eloquenza». Dalle memorie di Frederick Treves sull’“uomo elefante” Joseph Merrick all’ampio referto autoptico di Georges Cuvier su Saartjie Baartman, la “Venere ottentotta”, si può dire che il destino dei freaks sia quello di non poter parlare in prima persona, ma soltanto di essere raccontati – o raffigurati, come i nani di corte dipinti da Velázquez – da altri: «I loro impresari hanno sempre distribuito “autobiografie” ufficiali, ma sono tutte […] parte integrante del numero anziché un modo di vedere di là da esso». In questo senso, Fiedler sembra anticipare di almeno un decennio quella branca degli studi culturali che va sotto il nome di freak studies, inaugurata appunto nel 1988 da Robert Bogdan e in seguito ampliata e approfondita negli anni Novanta dagli studi di Rosemarie Garland Thomson (Extraordinary Bodies e il volume collettivo Freakery). 

 

Fiedler però non è un antropologo né un etnografo, ma “solo” un critico letterario pieno di passione e di erudizione. Come giustamente osserva Vittorio Giacopini nell’introduzione alla nuova edizione, «bisognerebbe pensare a quanto sia distante questo lavoro a bassa intensità teorica, molto diretto, rispetto al modus operandi dei suoi colleghi europei – i Derrida, i Deleuze, i Foucault, i Guattari». I suoi interlocutori sono Hugo e Dickens, Poe e Twain; al posto del Barthes di S/Z, il Barth di Petizione.

 

Per questo trovo in fin dei conti inutile e anche scorretto accusare Fiedler, come è stato fatto, di approssimazione, di pruderie o persino – perché no? – di morbosità: «Mi sembra», scrive, «che tutto sommato nessuno possa scrivere sui freaks senza sfruttarli in qualche modo per i propri fini. Neanch’io, certo». Il difetto del libro, semmai, è una certa disorganicità di fondo. La sua netta divisione in due parti fa pensare che alla prima, aneddotica e ordinata per tipologie (nani, giganti, ermafroditi, fratelli siamesi, ecc.), ne segua una seconda più analitica, che affronti il tema dal punto di vista storico, culturale e letterario. Prima il romanzo, poi il saggio. Ma la bipartizione non è mai così netta e Fiedler si lascia andare spesso al puro piacere del racconto. I due piani finiscono per sovrapporsi e a mescolarsi, in un continuo gioco di riferimenti incrociati, indubbiamente ricco di fascino ma a tratti un po’ disorientante. 

 

Meno decisivo di Amore e morte e meno politico de Il ritorno del pellerossa, Freaks è qualcosa di diverso e a suo modo unico. Giacopini, non a torto, lo definisce «un’autobiografia piuttosto spiazzante». Un’autobiografia insieme personale e collettiva: accanto alle memorie del ragazzo ebreo di Newark a spasso fra i baracconi di Coney Island, infatti, c’è il racconto della generazione che, al grido di “freak out!”, aveva animato la contestazione nei campus universitari. Tuttavia, quando Freaks viene dato alle stampe, nel 1978, Fiedler ha ormai sessant’anni e la controcultura è tramontata da un pezzo. Anche per questo l’enorme successo del libro, fra recensioni su periodici mainstream e ospitate televisive, lo lascia letteralmente di stucco. È vero: un anno prima i Ramones sono usciti con il singolo Pinhead, che evoca fin dal titolo Schlitze, uno dei più popolari personaggi di Freaks, il film di Tod Browning (1932) al quale lo stesso Fiedler dedica alcune pagine molto belle. Ma il vitalismo disperato del punk ha poco a che spartire con l’ottimismo lisergico e battagliero del decennio precedente. E forse non è un caso che gli ultimi capitoli del volume – per quanto dedicati ai fumetti di Crumb, Shelton e Griffith, alla science-fiction di Heinlein e Asimov, e persino al fantasy di Tolkien – abbiano un’aria stranamente “archeologica”, a riprova del fatto che, ai nostri occhi, il passato prossimo spesso invecchia più rapidamente del passato remoto.

 

Gilbert Shelton, “Furry Freak Brothers”.


Che cosa può ancora dire questo libro a chi lo legge con quarant’anni di ritardo? La sensazione è che l’appassionato umanesimo di Fiedler suoni, oggi, inesorabilmente datato. Basta dare una scorsa alle pagine di The Weird and the Eerie, l’ultima opera pubblicata in vita da Mark Fisher, autore ormai di culto anche nel nostro Paese. Come illustra in modo puntuale e dettagliato la bella postfazione di Gianluca Didino all’edizione italiana (appena tradotta per Minimum Fax da Vincenzo Perna), negli ultimi quindici anni il dibattito culturale ha subito, soprattutto in area anglofona, un radicale mutamento prospettico. Filosofi come Meillassoux, Brassiers, Morton, e Thacker, legati a vario titolo alla corrente di pensiero nota come “Realismo Speculativo”, hanno negato qualsiasi approccio antropocentrico alla conoscenza della realtà («il mondo-per-noi»), ponendo al centro del discorso «una dimensione altra», estranea alle categorie della mente umana, ai suoi significati, ai suoi valori; e in cui l’esterno, come scrive Didino, è «un luogo inesplorato di meraviglia e di fascinazione, ma anche, inevitabilmente, di terrore».

 

I due concetti attorno a cui ruota il libro di Fisher, il weird (lo “strano”, “ciò che è fuori posto”) e l’eerie (approssimativamente: “qualcosa che non dovrebbe esserci eppure c’è”, o viceversa: “qualcosa che dovrebbe esserci, ma non c’è”), per quanto suonino familiari al lettore di Freaks, non possono più essere confinati nell’universo tutto sommato rassicurante del side show, poiché hanno ormai permeato la realtà intera (dalle fake news al capitalismo post-fordista, tutto ci appare in qualche modo “fuor di sesto”). Fanno parte di un orizzonte filosofico che ha i propri corrispettivi nell’orrore “indescrivibile” di H.P. Lovecraft, negli Gli uccelli di Hitchcock (e, prima ancora, nel racconto di Daphne du Maurier da cui è tratto il film), nell’horror nichilista di Thomas Ligotti – i cui romanzi (Nottuario, Teatro grottesco e soprattutto La cospirazione contro la razza umana) sono in via di pubblicazione presso Il Saggiatore, a testimonianza di una certa air de famille, ma anche di un preciso progetto editoriale.

 

In questo contesto, la proposta di Fiedler, caparbiamente ancorata all’umano (“A mio fratello… A tutti i miei fratelli…”) può apparire ingenua. In realtà, quel che lo studioso americano ci propone è sensibilmente diverso. Pensiamo al sottotitolo del libro: “Miti e immagini dell’io segreto”. L’attraversamento del regno perturbante dei “mostri” è in realtà un viaggio nelle profondità dell’io, per fare i conti con la nostra mostruosità individuale, irriducibile alla conoscenza razionale tanto quanto lo spettro del «mondo-in-sé» agitato dai realisti speculativi. Molti anni dopo quel “viaggio”, Fiedler scriverà: «Quelle disgraziate caricature della nostra idealizzata immagine corporea, che a tutta prima sembrerebbero rappresentare l’“Altro Assoluto” […] sono in realtà la manifestazione di ciò che – nelle profondità della nostra psiche – riconosciamo come il nostro Essere Segreto [“Secret Self”]». Ciascuno di noi, ricorda Fiedler, nel corso della propria esistenza si è percepito come un freak: dapprima nell’infanzia, alle prese con il mondo “fuori misura” degli adulti; poi nell’adolescenza, quando praticamente chiunque considera il proprio corpo come «mostruosamente scarso o eccessivo, troppo alto o troppo basso, troppo grasso o troppo magro, perennemente prigioniero della propria bizzarria»; infine nella vecchiaia, non appena ci rendiamo conto che il solco fra il vigore mentale e quello fisico si va ineluttabilmente allargando.

 

Insomma, il confronto con quella che chiamiamo “anormalità” è in primo luogo un confronto con noi stessi. Un confronto inevitabilmente traumatico, dall’esito incerto e forse destinato a rimanere almeno in parte irrisolto. E benché “empatia” sia una parola che non appartiene al vocabolario di Freaks, è solo su queste basi, sembra suggerirci il libro, che è possibile negoziare un’autentica convivenza. Nelle ultime pagine de La tirannia del normale, un Fiedler ormai ottantenne ma ancora pugnace dichiara che «la guerra contro l’“anormalità” implica scelte politiche pericolose, che cominciano con la paura della differenza e finiscono con la tirannia del Normale. Una tirannia che si alimenta suscitando, in quanti non rientrano nella norma, sentimenti di vergogna e disistima». In un frangente storico in cui torna a farsi strada l’intolleranza nei confronti del “diverso” e dove si avanzano da più parti preoccupanti proposte (etero)normative in materia di generi e di autodeterminazione, c’è davvero da augurarsi che il “matto” Fiedler e la sua opera tornino a essere letti, riletti, discussi.

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