Giù la maschera, si va in gita

Un giorno fuori dalla classe

«Professore professore! Ci accompagna in gita?» Gli studenti di una mia prima con spontaneità mi hanno cooptato. Gita di un giorno in montagna organizzata dalla collega di Scienze motorie. È una bella scocciatura: in quella data sono in servizio in un’altra scuola: devo farmi autorizzare dal vicario di plesso, trovare la collega che vorrà gentilmente sostituirmi (in questi sacrifici i colleghi maschi si dileguano rapidamente, in genere). Ma me ne occupo, e mi rendo disponibile. Partenza all’alba, ritorno nel tardo pomeriggio. Anche qui, 2 ore retribuite e 10 regalate allo Stato, alle famiglie e soprattutto ai ragazzini. La collega votata al sacrificio mette insieme anche una terza, e altri 2 colleghi pronti alla missione anche questa volta si sono trovati. I genitori accalcati davanti al bus alle 6.30 del mattino finalmente fuori dalla scuola: no campanelle, no orari, no discipline, no cattedre, no registri elettronici, no voti e note disciplinari. Quello che funziona oggi nella scuola viene tutto dalla scuola primaria, l’elementare.

 

Lì, nonostante l’avanzare degli abominevoli test a risposta chiusa, la quizzomania di impronta americana, le “maestre” ogni giorno affondano in una entità imprevedibile chiamata giornata; otto lunghe ore in cui con i piccolotti attraverseranno deliri, stanchezza, momenti di dare-e-avere che la scuola secondaria di primo grado provvede a smantellare sistematicamente a botte di respingimenti anaffettivi, e verifiche, e “programmi” che a regola ministeriale non esistono più da anni ma che vengono spettralmente rievocati dai famigerati libri di testo, ciambella di salvataggio per tutti i docenti che ora si fanno chiamare “professori”, spesso abbarbicati alla loro “disciplina” (nomen omen) come renitenti all’unica bellezza dell’essere insegnanti oggi: lasciarsi andare all’imprevedibile accadere del giorno, dove dovrebbe zampillare una sola sorgente, la nostra soddisfazione nel vedere gli studenti infine capaci di responsabilità, di consapevolezza di sé e dell’altro, e di autonoma attrezzatura per imparare a vivere in una quotidiana reinvenzione di se stessi, studiando e ristudiando quel che accade intorno a noi in relazione agli altri e in riposizionamento elastico e duttile nell’interazione sociale.

 

I più alti e attuali conseguimenti del pensare collettivo in Unione Europea e nelle organizzazioni mondiali dell’educazione dicono, scrivono, raccomandano questo. Poi, di alto pensiero in nazionale recepire, di brain storming pedagogico in circolare ministeriale, di circolare ministeriale in dirigente scolastico, di dirigente scolastico in collegio docenti, di collegio docenti in dipartimento, di dipartimento in consiglio di classe, di consiglio di classe in singolo insegnante in singola classe, rinchiusi in 50 metri quadrati tutto progressivamente si sbriciola, rallenta nel combattimento corpo a corpi di un’ora “disciplinare”, e dal ben pensato si passa a un così cosà spesso inevitabile.

 

 

Sul bus si fa l’appello, si fa fatica a farli sedere. Passo sedile per sedile a far allacciare le cinture di sicurezza, esplicando che in caso di brusca frenata il loro nasino andrebbe in briciole. Indi, smartphone. Tutti chiusi nel loro smartphone. Massima relazione umana è mostrare al compagno di fila il proprio smartphone con la propria addiction individuale. La relazione sarebbe comunicarsi a incrocio due singole addiction solitarie. Noi prof ci indigniamo: andiamo in gita per stare insieme e voi vi chiudete in 35 su 35 smartphone? Fingono di non capire. Allora dispongo regola restrittiva: giochini NO, messaggi sì. Passo tra le file e sequestro 2 smartphone a 2 recidivi. Prendono atto che hanno infranto la regola. «Se starete tutto il viaggio con gli occhi sul vostro smartphone, visto che andando in montagna faremo tante curve, vi verrà la nausea e sboccherete». Dopo mezz’ora prima sosta per primo sbocco in area di emergenza. 

 

Quando escono dall’affitto attrezzature per la lezione-base di sci sono goffi come albatros sulla tolda della nave di Baudelaire. La montagna intorno è desolante; non è né inverno né estate. La neve è finta, sparata nella notte da suggestive turbine hi-tech che sembrano Transformers in stand-by; intorno, boschetti spelacchiati marron-grigi, fango puzzolente, il cielo è azzurro, il sole è piacevole, ma tutto sa di pianeta fuori quadro. Imparano i fondamentali, e dopo due ore vengono già giù diritti. Apprendono in fretta ma non direi che si divertano granché. Io me ne sto ai bordi della pista e traduco dalla retina di plastica le indicazioni stentoree degli abbronzatissimi/e maestri /e di sci (a distanza bellissimi/e) in individualizzati piccoli accorgimenti. Mi ascoltano. A metà mattina Marta molla. Ha le paturnie. Viene a sedersi sulle panche. Che c’è? Non parla. Sei stanca? No. Ti spiace non riuscirci? Non risponde. Lagrime. Offro ovviamente uno dei 70 fazzoletti di carta che occorre avere ogni giorno in tasca per nasi sanguinanti, lagrime, starnuti ecc. Vado a prendere un buon the caldo: «Non lo voglio». Poi lo beve e si tira su. Compro due fette di torta di mele: «Non mi piace la torta di mele». La finisco io. Poi mollano Flori e Stefan, che a merenda nell’intervallo in genere sgranocchiano salami del supermercato. Allora lancio un po’ di farina di neve in testa a Marta e lei comincia a ridere, e lei ne lancia in faccia a me. Le propongo di spacciare zucchero di canna ai compagni che sciano ancora: lieta del ruolo di assistente sportiva si distrae e arriva l’ora del pasto.

 

Dopo il caffè mi avvio per fare due passi solitari e fumarmi l’iQos un po’ lontano dal gruppo, per non istigare al consumo di sostanze tossiche i minorenni. Niente da fare: arriva a stanarmi la collega capo-gita: c’è una ragazza che ha vomitato, mi sembra non stia bene di testa, vieni a parlarle tu. Ci mettiamo fuori al sole. Non è una mia allieva, è della terza. Timida. Faccio anamnesi. Con cautela. Ha dovuto ingurgitare i tre panini prosciutto+formaggio che la madre di origini romene le ha messo nello zainetto perché deve mangiare e mangiare, anche se lei non li avrebbe mangiati tutti e tre. Non è la prima volta che vomita il cibo. La scorsa estate in Romania due cugini trogloditi la prendevano in giro, dicevano che aveva il culo e le cosce grasse e le tiravano schiaffoni sulle cosce. Le parlo un po’ dell’origine psichica e emotiva del suo rapporto complicato con il cibo. C’è di mezzo la “famiglia”. Lei li chiama «i miei genitori» ma le spiego che sono due persone distinte: uno è un uomo che ritiene di dover vestire il ruolo di padre, l’altra è una donna che ritiene di dover vestire il ruolo di madre, e tra madre e figlia ci sta spesso il problema in queste cose di bellezza, magrezza, cibo.

 

 

Dallo psicologo non è ancora andata perché non è pazza. Io le dico che sono quelli che stanno veramente male che non vanno dagli psicologi. Che è bello parlare di sé con una persona che ha un punto di osservazione fresco. Noi dobbiamo stare bene, e non dobbiamo farlo facendo stare male altri. La vita è tutta qui. L’egoismo è calpestare gli altri. Si riprende. Torna con gli altri. La capo-gita me ne porta un’altra, una mia allieva. Quella dello sbocco all’andata. Ha di nuovo la nausea. Con la collega numero 3 la porto a sgranocchiare un po’ di ghiaccio tritato antinausea, e poi bevo con lei una tisana disintossicante. Riprende colorito. Io ho speso tra prima e adesso i 30 euro che mi ero portato. Mi restano 3 euro e 40 centesimi fino alle sei. Mi faccio dare un bicchiere da asporto con miele per la ragazza di terza in odore di bulimaressia, è digiuna e ha l’acido dello stomaco in gola. Mentre saliamo sul bus lo mangia di gusto. Dopo un po’ la guardo, le chiedo con un cenno come va, lei sorride e mi fa OK con il pollice e torna a litigare con i compagni buzzurri che fanno gruppi istantanei Whats App gestendoli come amministratori unici brutali, aggiungendo e buttando fuori all’istante compagne e compagni e postando le foto appena scattate su Instagram con emoji merda in testa a Tizia e Caia, inferocite.

 

Quando la collega numero 2 interviene spiegando che questa pratica è odiosa e illecita i tizi dicono «ma noi scherzavamo!», e lei spiega che lo scherzo si fa in 2 per ridere in 2, se no è molestia. I tizi sono sbalorditi e perplessi.

Ah: a pranzo Marghe si è girata verso di me, ha staccato con le mani una fetta della sua pizza e me l’ha donata: io l’ho ringraziata e ho dovuto mangiarla. Quando Marghe ogni tanto sul bus si gira verso di me e mi fa un sorriso io le rispondo con un sorriso. Arriviamo: i genitori ci trovano abbronzati. Se ne vanno un po’ per volta con i figli rosolati, financo grati a noi professori regrediti alla gioia di essere maestri. Andando verso l’auto la collega n. 3, di origini siciliane, ricorda un modo di dire siciliano: «Siamo pronti per la pressa». Vero, siamo sfiniti, in una sorta di polverizzazione psichedelica. In un paio di giorni dovremmo riprenderci.

 

23 marzo 2019

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