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Gustaw Herling, Etica e letteratura

Ho chiesto ad alcuni insegnanti di liceo se qualche volta propongano ai loro studenti la lettura di Un mondo a parte di Gustaw Herling (1919-2000) e la risposta è stata per lo più negativa. Scorrendo gli indici di alcune delle più diffuse antologie per il biennio delle superiori, scopriamo che Herling non vi compare. Eppure nelle stesse antologie è quasi immancabile una “unità” sui generi della narrativa realistica e storica, oppure una “unità tematica” sui crimini dei totalitarismi del ‘900 o sulle atrocità che hanno afflitto, in modo quasi equanime anche in anni postcoloniali, i popoli dei diversi continenti; né in quelle antologie mancano testimoni non meno sfortunati, ma spesso tanto meno significativi dal punto di vista letterario. 

Escluso allora che si tratti di una intenzionale damnatio memoriae di uno dei libri più straordinari sui gulag sovietici, in questa assenza conviene piuttosto vedere la conferma della distanza che ha separato Herling dalla nostra cultura letteraria e dai gruppi che ne indicavano gli orientamenti prevalenti. Herling è stato davvero e a lungo “uno scrittore a parte”. 

 

E questo a dispetto delle circostanze lo portarono, nel 1955, a scegliere l’Italia, e Napoli in particolare, come patria adottiva, non volendo egli tornare dopo la guerra nella Polonia sovietizzata (sulla vicenda biografica e artistica di Herling DoppioZero ha pubblicato nel 2017 un bell’articolo di Silvio Perrella, a cui rimandiamo). E anche a dispetto del fatto che Un mondo a parte non sia stato per l’Italia, “tecnicamente”, un inedito: pubblicato una prima volta da Laterza nel 1958 e una seconda volta da Rizzoli nel 1965, ricevette in entrambe le occasioni riscontri scarsi, oppure francamente ostili da parte della cultura di sinistra, prima di essere riproposto negli anni Novanta – questa volta con successo – da Feltrinelli per le cure di Francesco Cataluccio, che con Herling strinse un rapporto non solo editoriale, ma anche di profonda amicizia. 

 

Bisogna augurarsi allora che a porre definitivamente Herling al posto che merita nella considerazione dei lettori italiani contribuisca il corposo “Meridiano” che Arnoldo Mondadori gli dedica (Gustaw Herling. Etica e letteratura. Testimonianze, diario, racconti, pp. CLXVIII + 1670). 

Le tre definizioni di genere del sottotitolo richiamano le scelte operate dai curatori: sotto la voce testimonianze si iscrive Un mondo a parte, a cui segue un’ampia selezione dal Diario scritto di notte (dal 1971 al 2000) e infine una scelta di Racconti

 

Le oltre 1500 pagine delle opere sono accompagnate da altre centinaia di pagine di apparati. La curatrice, Krystyna Javorska, ha scritto le notizie sui testi, accompagnandoli (cosa non frequente e meritoria) con un ampio e utilissimo commento critico. La scelta dei testi è preceduta da un interessante saggio di Włodzimierz Bolecki, storico e teorico della letteratura, sui “contesti europei dell’opera di Gustaw Herling” che ne individua le caratteristiche salienti per contrasti e affinità con altri scrittori e correnti letterarie. Tra i contributi che accompagnano i testi ricordiamo anche la commossa testimonianza di Goffredo Fofi, alla cui rivista “Linea d’ombra” Herling, pure ideologicamente lontano, accettò di collaborare; la prefazione di Bertrand Russel alla prima edizione inglese di Un mondo a parte, quella di Jorge Semprun alla prima edizione francese e il significativo saggio “La trappola del mondo a parte” del già ricordato Francesco Cataluccio.

 

Non meno fondamentale, per avvicinarsi in modo consapevole ad un autore la cui biografia è così intrecciata alle vicende militari e politiche della storia europea dello scorso secolo, è la “cronologia” (termine forse riduttivo per quella che è una sintetica biografia ricca di documenti e testimonianze) curata da Marta Herling, figlia di Gustaw e della sua seconda moglie, Lidia, figlia di Benedetto Croce. Herling aveva incontrato la famiglia Croce nel 1944, e non era stato un incontro casuale. Trovandosi infatti a Sorrento con i soldati polacchi in attesa di combattere a Montecassino (dove Herling si meritò l’ordine Virtuti militari), aveva voluto conoscere l’autore della Storia d’Europa del secolo XIX, un libro che insieme ad altri giovani intellettuali polacchi aveva letto con passione nella primavera del 1939. E può sembrare una strana dissonanza o ironia della storia – non l’unica di cui Herling fu testimone – che un’opera così fiduciosa, che nel procedere anche tortuoso degli eventi storici leggeva l’affermarsi di un’etica e di una “religione della libertà”, accompagnasse Herling alle soglie della duplice invasione della Polonia da parte di nazisti e sovietici, all’evento cioè che sembrava porre la parola fine all’idea stessa di libertà per le nazioni europee. (Ma la storia, almeno qualche volta, riserva sorprese positive, ed Herling, scomparso nel 2000, ha fatto in tempo a vedere la Polonia e l’Europa riavviarsi sul cammino che sembrava perduto; non ha fatto in tempo, tuttavia, ad assistere alla rinascita di nazionalismi e ombre di un passato oscuro, e sarebbe stato interessante leggere le sue valutazioni).

 

Il richiamo alla storia e la riflessione sui valori etici con cui la letteratura dovrebbe sempre confrontarsi ci porta al cuore della scrittura di Herling. E per i nuovi lettori di Herling può essere utile fissare qualche coordinata. 

Un mondo a parte, il suo capolavoro, dà conto della prigionia dell’autore – tra la primavera del 1940 e il gennaio del 1942 – nel campo di lavoro di Ercevo, nel nord della Russia europea. Herling vi era stato rinchiuso perché nel momento in cui le truppe tedesche occupavano la Polonia occidentale, aveva cercato riparo nella Polonia orientale contestualmente occupata dai sovietici. Questi ultimi, scoperto il suo tentativo di spostarsi in occidente per combattere i tedeschi, in nome della fedeltà al patto Moltov-Ribbentrop, lo avevano condannato a cinque anni di lavori forzati. La liberazione giunse quando l’Urss – a sua volta invasa dai tedeschi – decise che i prigionieri polacchi andavano liberati se disponibili a combattere nella guerra antinazista. Era proprio il caso di Herling, che ottenne di essere liberato per arruolarsi nell’armata polacca del generale Anders con cui partecipò alla campagna d’Italia.

Non solo quindi dall’osservazione di un continente che negli stessi anni si copriva di lager e gulag, ma anche dalle opportunistiche giravolte sovietiche nella considerazione di “amici” e “nemici” che Herling sperimentò in vivo (come il leopardiano islandese con la Natura, egli fugge da un totalitarismo per finire nelle fauci di un altro), lo scrittore maturò l’idea della sostanziale equivalenza tra i due sistemi, ma soprattutto la determinazione a opporsi con tutte le sue forze a quello, tra i due, che aveva inghiottito prima lui e poi, uscito vittorioso dalla guerra, anche l’intera Europa orientale. Un’idea e una determinazione che gli avrebbero attirato per decenni non solo lo scontato ostracismo in patria, ma anche l’avversione (ricambiata) di una parte importante della cultura occidentale. 

 

 

Come ricorda Cataluccio, Un mondo a parte è prima di tutto “un mosaico di storie” – quelle individuali e collettive dei prigionieri, compresa quella dell’autore-testimone – ma anche molto di più. È infatti il diario di una progressiva presa di coscienza individuale e al tempo stesso un libro di meditazione storica e filosofica, il cui centro focale è, come in Dostoevskij, con cui il confronto è continuo, la riflessione sul male e sui valori umani messi alla prova in condizioni disumane. Come ricorda Bolecki nel suo saggio, la descrizione del sistema della crudeltà organizzata costituiva per Herling non solo una sfida letteraria, ma “una sfida riguardante la conoscenza dell’uomo” che lo spingeva a rispondere alla domanda “di che cos’è capace l’uomo”. 

 

Nel Mondo a parte la risposta – che sarebbe semplicistico catalogare come ottimistica o pessimistica – è compendiata in un passaggio del capitolo “Fame”: «Sono giunto al convincimento che l’uomo può essere umano solo in condizioni umane, e considero assurdo il giudicarlo severamente in base alle azioni che egli compie in condizioni disumane, come sarebbe assurdo misurare l’acqua dal fuoco e la terra dall’inferno». E quindi per tutto il libro la tonalità dello scrittore è quella di un cronista dallo sguardo sempre penetrante ma (quasi) mai giudicante, anche quando deve registrare episodi di infamia e tradimento, anche ai suoi danni oppure ai danni di altri compagni di prigionia. 

Di questo atteggiamento che evita il giudizio, ma non contempla l’indulgenza, è emblema il breve e memorabile capitolo di “Epilogo” che chiude Un mondo a parte. La guerra è appena finita. Lo scrittore è a Roma, in via di smobilitazione, quando incontra un suo ex compagno di prigionia ansioso di rendere una confessione. Costui gli racconta di avere scambiato la propria vita con quella di quattro altri prigionieri, accettando di firmare una deposizione contro di loro e a Herlig chiede soltanto di ascoltarlo e “capirlo”. Questi riflette e alla fine rifiuta di “capirlo”: non accetta di scambiare “la pace” interiore del suo interlocutore con “la sua pace”, perché accattare di «capirlo», e così assolverlo, avrebbe significato contraddire la sua coscienza, non senza avere precisato lucidamente, però, che la sua scelta in quel momento risponde «a criteri umani» che non sono quelli del gulag: «Ero tornato in mezzo alla gente, con criteri e concetti umani, e dovevo adesso fuggirne via, abbandonarli? […] No, non potevo». 

 

È singolare che la pagina che chiude Un mondo a parte, nella quale il passato non è davvero passato, richiami per certi aspetti la pagina che conclude La tregua di Primo Levi. Per dire l’angoscia causata dal ritorno del mondo di prima, Levi non cita un episodio reale, bensì «un sogno entro un altro sogno»; in questo sogno egli è libero, a casa propria, quando improvvisamente «tutto cade e si disfa […] sono di nuovo in Lager, e nulla era vero al di fuori del Lager. Il resto era breve vacanza, o inganno dei sensi», anzi «sogno» in cui risuona la voce che in polacco, ad ogni alba, nelle baracche, intimava ai prigionieri di «alzarsi» («Wstawać»). 

 

E così come in Levi, anche in Herling inevitabilmente i temi suscitati dall’esperienza di prigioniero e dalla riflessione sulla prigionia, determinanti per la propria formazione interiore, continuano ad animare l’insieme della successiva scrittura, dal Diario scritto di notte ai Racconti. Con la differenza, non piccola rispetto a Levi, che per Herling la fine della guerra significò non la liberazione, ma il trovarsi immerso in quella che egli chiama «la storia profonda» e impegnato di nuovo in una battaglia, condotta nell’emigrazione, contro una storia inaccettabile «nella quale i realisti democratici in Occidente, e i pazzi totalitari, nell’Est, avevano imprigionato – di comune accordo, a Jalta – quella parte d’Europa, amputandola dal vecchio continente». 

Per indicare quella storia, che coincide in sostanza prima con l’epoca dei totalitarismi gemelli poi con quella del solo comunismo, Herling usa spesso la formula, mutuata da un altro scrittore polacco: “la storia sciolta dalle catene”; immagine letteralmente apocalittica (in Apocalisse, 20, 1-3 ad essere prima incatenato e poi “sciolto”, perché affligga il mondo, è Satana). 

 

Parte essenziale della battaglia di Herling è Il Diario scritto di notte, che non è un diario privato, ma pubblico, essendo le sue pagine destinate, dal 1971 al 1996, alla rivista dell’emigrazione polacca “Kultura” e poi, dal 1996 al 2000, all’inserto culturale del principale quotidiano polacco. 

Non sarebbe possibile ovviamente dare compiutamente conto degli innumerevoli spunti presenti nel Diario, che spaziano dalle riflessioni su politica, attualità, letteratura, storia ai resoconti di incontri e ai reportage di viaggi, con speciale attenzione alle arti figurative (intensità di colori e paesaggi sono una costante anche dei testi narrativi di Herling). Da un certo punto in poi nel Diario diventano numerosi i racconti, che hanno caratteristiche assolutamente peculiari: a mezzo tra fantasia e verosimiglianza, spesso filosofici, spesso borgesianamente eruditi e a chiave, sempre nutriti di una profonda moralità. 

La Jaworska nelle sue note ai testi propone diverse chiavi tematiche per attraversare questa vasta e splendida opera, ma per i lettori italiani può essere interessante anche seguire Herling che si confronta con i gruppi intellettuali e gli scrittori, soprattutto italiani, del secondo Novecento. Interessante perché il suo punto di vista sulla letteratura – luogo dell’impegno etico e non esercizio di stile – e di conseguenza il suo personalissimo “canone” è piuttosto diverso da quello per noi consueto. A costruire il canone contribuisce naturalmente anche l’atteggiamento assunto dagli intellettuali nei confronti dei totalitarismi. 

 

Non meravigliano perciò gli attacchi più direttamente politici, per esempio la ricorrente critica al cinismo di Togliatti o all’opportunismo – dal punto di vista di Herling – di scrittori engagé come Moravia, accusato di non aver preso posizione a difesa degli scrittori ungheresi incarcerati in cambio del nulla osta sovietico alla pubblicazione delle sue opere in Urss; accusa in qualche modo analoga colpisce Thomas Mann che, in nome delle alte tirature accordate ai grandi autori classici in Urss, fingerebbe di dimenticare che un paese si giudica non dal modo in cui sono trattati gli scrittori (per Mann quelli del passato), ma dalla libertà concessa all’opposizione.

 

Ma passiamo al versante propriamente letterario. Scontata l’ammirazione senza riserve per Silone che sentiva fraterno, sia per l’esilio antifascista, sia per la sua abiura del comunismo risalente agli anni prima della guerra. Insieme a Nicola Chiaromonte, che oggi pochi ricordano, ma a cui Herling dedica pagine commosse, Silone era stato animatore della rivista liberal-democratica “Tempo presente”, che aveva offerto a Herling una tribuna italiana, mentre i giornali della sinistra ne chiedevano addirittura l’espulsione dal paese. Nulla di distintivo c’è nell’ammirazione per grandi poeti come Montale (accostato al polacco Miłosz e al russo Brodskij) e per alcuni maestri della narrativa modernista quali Pirandello e Svevo (accostato a Joyce). Potrebbe sorprendere, invece, vedere collocato ai primi posti del canone italiano contemporaneo uno scrittore come Buzzati (per il Deserto dei tartari, Diario, p.964) e addirittura al primo posto Tomasi di Lampedusa (Diario, p. 1051). Per capire come, in quegli anni, trattasse il principe siciliano la koiné critica “gramsciana”, “avanguardistica” e sperimentale, neomarxista sessantottina, vale la pena ripescare quanto ne scriveva in un popolarissimo manuale Asor Rosa (che entro quella koiné ha occupato più di una posizione): «la [sua] pessimistica svalutazione del piano storico, la decadente esaltazione dei sentimenti, l’apprezzamento positivo […] della memoria, del ricordo: tutte cose estremamente rispettabili […] ma ora ridotte ad elementi compositivi di un quadro esistenziale» […] «che sembrava costruito» per un pubblico (borghese) medio-colto che non è più protagonista della storia. (Nel citato manuale, la Sintesi di storia della letteratura italiana, il popolare Buzzati nemmeno compare nell’indice dei nomi)

 

Dopo la scomparsa di Tomasi, il suo posto viene preso da un altro siciliano, Leonardo Sciascia. Non deve essere stata una coincidenza che Sciascia – in effetti uno dei maggiori autori italiani, scrittore di idee e non “di stile” – entri nel monitor del Diario nel 1979, dopo la sua rumorosa rottura con il Partito Comunista al cui ottimismo progressista dice di non credere più. Herling si sofferma così sul “diario” di Sciascia, Nero su nero, che trova «abbastanza prossimo al mio per presupposti e per stile: annotazioni di tipo cronachistico accompagnate da commenti e riflessioni, in cui l’autore evita le tentazioni e i manierismi del diario personale, “intimo” che […] di solito consiste nel fare delle smorfie davanti allo specchio […] sotto la prepotente pressione del dilemma: “Questo mi dona o non mi dona”?». 

 

È ancora questo particolare genere di scrittura a stimolare le riflessioni di Herling il quale, dopo aver tratteggiato il suo ideale di diario («un buon diario […] è quello in cui l’autore tira fuori solo di tanto in tanto le antenne dalla conchiglia, per subito ritrarle») usa polemicamente come esempio negativo un autore all’epoca amatissimo, come Pavese, il cui Mestiere di vivere non gli piace perché «è un diario letterario nel senso più pericoloso del termine» (Diario, p. 435), perché vi legge «la supremazia della letteratura sulla vita», vizio troppo diffuso «in Italia, Paese di letterati incorreggibili e di cultori della bella pagina», e conclude impietosamente che «la morte di Pavese […] sopravvivrà ai suoi libri, compreso il diario». Da questa nota all’apparenza un po’ occasionale si ricava moltissimo di ciò che per Herling doveva essere la letteratura. Se poi consideriamo la data della nota, il 1974, periodo in cui la fortuna critica di Pavese era al suo apice, e la sua durezza, ritroviamo tutto il carattere contrarian di Herling: appunto “uno scrittore a parte”. 

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