I musei del patrimonio altrui

Fin dalla “scoperta” dell’America la relazione che l’Europa ha sviluppato con gli “Altri” ha implicato tra le altre cose l’appropriazione di oggetti, che per diverse ragioni colpivano l’immaginario occidentale. Quelle che l’occhio europeo percepiva come manifestazioni impressionanti della diversità culturale divennero presto oggetti del desiderio, da possedere e riportare in patria non tanto per il loro valore materiale ma soprattutto per il fascino esotico che esercitavano. Così, dal Rinascimento in poi, materiali di varia natura e provenienza si affastellarono nelle camere delle meraviglie dei nobili, dei principi e degli alti prelati insieme a reperti naturalistici rari o mostruosi e a oggetti d’arte. A questa forma di appropriazione mossa dallo stupore e dalla curiosità se ne accompagna un’altra ancora più antica: il saccheggio di armi e tesori di guerra da esporre allo sguardo del pubblico come trofei e panoplie. In queste manifestazioni “primitive” del collezionismo, l’apprezzamento del valore estetico appare indissolubilmente legato alla brama del possesso, come le due facce di una stessa medaglia. 

 

Scatola antropomorfa, Mangbetu, Repubblica Democratica del Congo, MAET (Ph Marco Di Nardo.)


Tra il XVIII e il XX secolo tali oggetti trovarono una loro collocazione specifica nei nascenti musei etnografici, che offrirono anche la sede istituzionale dove l’antropologia mosse i suoi primi passi. Con lo sviluppo delle politiche imperialistiche la conoscenza del mondo extraeuropeo divenne sempre più urgente dando impulso alla scienza della diversità umana. L’antropologia adottò in questo primo periodo il metodo delle scienze naturali, acquisendo e immagazzinando una documentazione tangibile costituita da specimina provenienti da ogni parte del mondo: oggetti, scheletri, crani, mummie, ma anche – via via che la tecnologia si sviluppava – fotografie, filmati, registrazioni sonore. Documenti da comparare, catalogare e studiare entro un quadro teorico che postulava l’evoluzione delle società all’interno di una gerarchia che alcuni studiosi riconnettevano a presunte differenze biologiche e razziali. Il paradigma evoluzionistico è in effetti alla base di molte delle collezioni etnografiche ottocentesche e spiega le scelte che orientarono l’acquisizione di determinati oggetti e il loro allestimento. 

 

Ornamento occipitale, Bororo, Brasile, inizio XX secolo, MAET.

 

Un esempio emblematico di questa storia è rappresentato dal Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino (MAET). Esso fu fondato nel 1926 da Giovanni Marro – figlio di Antonio Marro, amico e collaboratore di Cesare Lombroso – che contestualmente fondò anche l’Istituto di Antropologia. Medico, psichiatra, antropologo, etnologo, egittologo, Marro incarnava un eclettismo tipico del clima positivista in cui le scienze umane si svilupparono. Un attivismo frenetico il suo, che lo spinse a collezionare i più diversi reperti, molti dei quali acquisiti durante le campagne di scavo della Missione archeologica in Egitto diretta da Ernesto Schiapparelli (allora direttore del Museo Egizio), o nelle località italiane in cui lavorò. Grazie a varie donazioni entrarono poi in museo circa duemila oggetti extraeuropei, molti dei quali caratterizzati da un’impressionante qualità estetica: oggetti sacri, strumenti musicali, utensili, armi, tessuti, indumenti e molto altro. Qual è il denominatore comune di una raccolta tanto eterogenea per provenienza e tipologia? La risposta risiede nella logica con cui Marro individuava i materiali da collezionare: il suo scopo era evidentemente quello di dimostrare l’esistenza di una gerarchia di “razze” classificate sulla base della tipologia e della qualità dei manufatti prodotti, utilizzati come prove del loro livello intellettuale. Fascista convinto, iscritto al partito fin dal 1925, Marro fu nominato Senatore del Regno per meriti scientifici. Dopo la Seconda Guerra mondiale venne epurato dall’Università e morì di lì a poco, nel 1952, lasciando la sua vasta collezione in eredità all’assistente Savina Fumagalli.

 

Statuetta commemorativa, Kongo, Repubblica Democratica del Congo, fine XIX secolo/inizio XX, MAET.

 

Alla morte di quest’ultima il museo verrà acquistato dall’ateneo torinese (presso cui era sempre stato collocato), che ne affidò successivamente la direzione a diversi antropologi fisici senza sostanziali cambiamenti. Saranno le mutate regole per la sicurezza a imporne la chiusura, nel 1984. 

Il risultato di questa storia è che il MAET, come gli altri musei antropologici occidentali, si trova a possedere e conservare preziose testimonianze del patrimonio culturale altrui: oggetti etnografici giunti in Italia nei modi più diversi, spesso in forma di souvenir acquistati da viaggiatori, militari, tecnici o professionisti. Solo in parte questo patrimonio proviene dalle colonie italiane, anche se il contesto storico delle acquisizioni fu certamente segnato dall’esperienza coloniale e dal sistema di relazioni asimmetriche su cui si basava. Giunti nei musei questi oggetti furono poi inseriti all’interno di una narrazione stratificata della storia dell’umanità, in cui gruppi a noi contemporanei venivano dipinti come primitivi ed arretrati contribuendo così a giustificare la “missione civilizzatrice” che l’Occidente moderno si era attribuito. Sappiamo bene che dietro a questa rappresentazione si celava l’obiettivo di uno sfruttamento massiccio delle risorse umane e naturali perpetrato con la violenza, ma è bene sottolineare che questo contesto legittimava anche l’appropriazione delle risorse culturali degli altri.

 

La qualità estetica di molti manufatti esotici esportati nelle metropoli europee era tale da tradursi in un valore economico riconosciuto dal mercato dell’arte. Inoltre, quella stessa straordinaria qualità ispirò molti artisti europei fornendo loro stimoli nuovi e potenti, che contribuirono a rivoluzionare l’arte figurativa contemporanea. 

Gli oggetti presenti oggi nei nostri musei antropologici rappresentano dunque un’eredità scomoda, un’eredità con cui è divenuto improcrastinabile confrontarsi: le grandi istituzioni museali europee e nordamericane stanno tentando di affrontare questo problema, chi trasferendo le collezioni in nuovi edifici all’interno dei quali ripensare completamento l’impianto allestitivo, come nel caso del Quai Branly di Parigi, chi riorganizzando il discorso museale sulla base di complessi negoziati con le comunità migranti originarie dei luoghi da cui gli oggetti provengono, come nel caso del Musée Royal de l’Afrique Centrale di Tervuren in Belgio. La presenza nelle metropoli occidentali di queste comunità costituisce infatti la sfida fondamentale per i musei, costretti a ripensare la loro identità anche in funzione di pubblici nuovi che esigono una rilettura e un ripensamento delle narrazioni museali. 

 

Scacciamosche, Kongo, Repubblica Democratica del Congo, fine XIX secolo/inizio XX, MAET.

 

L’acquisizione di reperti deve a questo punto confrontarsi con le questioni etiche relative a beni culturali che spesso presentano profondi significati identitari e con una legislazione internazionale che tenta di regolarne i flussi. Nel 1970 l’UNESCO ha adottato la Convenzione sull’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali designati dagli stati sottoscrittori come importanti a titolo religioso o profano per la storia, l’archeologia e l’arte di quel paese. Gli stati nordamericani hanno finito con accogliere, grazie a una legge specifica, le rivendicazioni delle comunità native nei confronti di resti umani e oggetti sacri conservati nei musei. Le Nazioni Unite hanno recepito questa esigenza approvando nel 2007 la Dichiarazione dei Diritti dei Popoli Indigeni che, tra le altre cose, invita i paesi membri a consentire il rimpatrio degli oggetti cerimoniali e delle spoglie in loro possesso, un’indicazione ripresa anche dal codice etico dell’International Council of Museum (ICOM). Tuttavia, forti resistenze sono state espresse dai professionisti museali, i quali rivendicano il carattere universale della conoscenza promossa dai musei e ne temono l’impoverimento, pur riconoscendo l’esigenza di favorire la riconciliazione con i discendenti delle società che hanno subito la violenza coloniale sviluppando, dove possibile, progetti di cooperazione culturale.  

 

Il 28 novembre 2017 il presidente Emmanuel Macron ha pronunciato a Ouagadougou un discorso epocale nel quale ha riconosciuto le responsabilità della Francia nel dramma della colonizzazione, promettendo la restituzione di alcuni capolavori dell’arte africana conservati nei musei francesi. Un gesto con cui la Francia intende farsi garante di una circolazione universale delle opere d’arte e della condivisione della conoscenza collettiva dei contesti nei quali sono state prodotte. Su questa base Benedicte Savoy e Felwine Sarre hanno redatto un rapporto che affronta la questione in termini nuovi, denunciando il fatto che l’Africa subsahariana ha subito l’“estrazione” del novanta per cento circa del suo patrimonio culturale, oggi in gran parte imprigionato nei musei europei dove la maggioranza degli africani e in particolare dei giovani (il cui accesso alla mobilità è limitato) non può recarsi.

 

Ventaglio, Polinesia Francese (Isole Marchesi), fine XIX secolo, MAET.

 

Alla violenza della colonia si aggiungono così le ferite profonde provocate dall’impossibilità di accedere alla memoria e alla storia delle civiltà africane. Il percorso politico e legislativo avviato da Macron intende affrontare questo trauma costruendo ponti che consentano di accompagnare il ritorno di alcuni oggetti reclamati da tempo dalle nazioni africane. Non si tratta semplicemente di restituire beni materiali: il gesto con cui la ex potenza coloniale restituisce un numero limitato di pezzi è eminentemente simbolico e ha il significato di avviare quella che il rapporto definisce una nuova etica relazionale, in grado di sanare le ferite subite riguadagnando la fiducia delle comunità locali e di quelle migranti. 

 

I professionisti dei musei e i governi occidentali non devono dunque temere di vedere svuotati i loro musei: l’idea che ogni oggetto dovrebbe tornare a casa sua per rimanerci è chiaramente irricevibile, dal momento che la qualità estetica (dunque immediatamente percepibile ai sensi) delle opere d’arte attribuisce loro un potere di comunicazione transculturale rendendole per loro natura oggetti diasporici, naturali ambasciatori delle loro culture di origine. Si tratta invece di porre alcune manifestazioni altissime della genialità umana al centro di progetti di cooperazione internazionali che ne moltiplichino le possibilità di fruizione e circolazione. Progetti che trasformino i musei qui e altrove in zone di contatto dove le culture e le civiltà possano incontrarsi per scambiarsi conoscenze e tradizioni millenarie.

E l’Italia? Un’antica tradizione di esploratori e viaggiatori avventurosi ha lasciato in eredità al nostro paese collezioni extraeuropee ricche e abbondanti, cui si aggiunge il “bottino” della nostra impresa coloniale. Accanto ai due grandi musei antropologici nazionali, il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini di Roma (confluito nel Museo delle Civiltà) e il Museo Nazionale di Antropologia di Firenze, diverse altre istituzioni ivi comprese quelle missionarie conservano beni del patrimonio altrui. Difficile stimarne il numero complessivo – certamente importante – anche per via della scarsità della documentazione. Raramente queste collezioni sono state interamente catalogate e ancor meno digitalizzate; sono dunque scarsamente presenti sulla piattaforma nazionale di catalogazione dei beni culturali (SIGEC-WEB) che di per sé costituisce un potente strumento di restituzione digitale dei beni al pubblico. Una riflessione sulla gestione del patrimonio altrui si era precocemente avviata nel 2005 in occasione della restituzione all’Etiopia dell’obelisco di Axum, espropriato nel 1937. Tuttavia, il grande pubblico non sembra avere consapevolezza della presenza di questi oggetti che permangono poco valorizzati. 

 

Ventagli di piume, Mojos, Bolivia, fine XIX secolo/inizio XX, MAET.

 

In un paese che conta più di 5 milioni di stranieri (l’8,8 % della popolazione italiana secondo l’ultimo rapporto ISTAT), con un saldo demografico che porterà questa presenza a crescere sempre di più, il discorso pubblico sembra incastrato in una visione emergenziale del fenomeno migratorio che non si interroga sulla trasformazione culturale profonda che esso ha innescato. Viviamo in una società sempre più multiculturale dove scarsa o assente è la conoscenza della storia altrui, con tutte le conseguenze che questa ignoranza implica nella produzione di stereotipi xenofobi e razzisti. I musei sono i luoghi dell’educazione permanente dei cittadini di ogni età, genere, origine o provenienza sociale, dove dobbiamo impegnarci nella divulgazione di conoscenze che ci giungono dal passato ma sono indispensabili per comprendere la contemporaneità. Nella società globalizzata e largamente informatizzata i musei che conservano il patrimonio culturale dell’umanità potrebbero diventare spazi di condivisione di saperi eterogenei, centri di cooperazione culturale internazionale ispirati a una nuova etica relazionale, forum di confronto e di dialogo in grado di mettere in comunicazione mondi diversi superando le asimmetrie della storia.     

 

Cecilia Pennacini dirige il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino.

 

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