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Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Il recentissimo volume di Einaudi Africa antica, maestoso nell'edizione e nell'apparato iconografico, è una splendida occasione per affrontare il tema della rimozione coloniale con un taglio non solo decostruttivo e “difensivo”, ma anche costruttivo e capace di andare in profondità dal punto di vista storico, in senso periodizzante ed epistemologico. In un arco cronologico che va da ventimila anni a.e.v. al XVII secolo, il curatore F.-X. Fauvelle dirige un'imponente operazione (articolata in 2 sezioni e circa 25 saggi, senza contare le appendici e il corredo iconografico) che supera gli stretti obiettivi disciplinari e pone problemi importanti di scienza della cultura: muovendo dal dato archeologico interessa un'ampia nozione di sapere storico in cui l'antropologia e la storia del lunghissimo periodo emergono come prospettive di grande rilievo.

Tutto questo è utile non solo allo studioso ma può servire a chiarire alcuni nodi centrali della storia pubblica del presente, per una ridenifizione della storia del continente africano capace di retroagire sul rapporto con la memoria del colonialismo e con le migrazioni del tempo presente, territori minati per  stati e cittadini, non solo europei, dal punto di vista umanitario e culturale.

 

Quello che segue è una conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi, una scrittrice/comparatista e uno storico attenti al dibattito pubblico, i cui recenti lavori si collocano all'interno di un cantiere solidale negli intenti, accomunato dall'idea di promuovere un racconto della storia differente da quello dominante, gravemente insufficiente, e ad alto tasso etico e politico. Tale discorso a più voci, di cui questa è la prima parte, intende sollecitare una maggior attenzione dell'opinione pubblica ragionante sul tema del colonialismo, che non può essere affrontato se non si chiariscono i presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia che continua a essere eurocentrica, bianca, maschile, cisgender e talmente concentrata sulla propria testualità da aver escluso dalla nozione di storia tutto ciò che esula dalla propria auto-rappresentazione identitaria e dal proprio canone, implicitamente considerato come la realtà tout-court.

 

Enrico Manera. La prima urgenza testimoniata dal libro curato da Fauvelle, che insegna Storia e archeologia dei mondi africani, è quella di smuovere l'immagine semplificata dell'Africa che la storia pubblica e la storiografia “bianca” continua a proporre più o meno consapevolmente: come scriveva Kapuscinski nell'esordio di Ebano: «L'Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. È un oceano, un pianeta a sé stante, un cosmo vario e ricchissimo. È solo per semplificare e per pura comodità che lo chiamiamo Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l'Africa non esiste». Il libro vuole innanzitutto mettere in crisi la visione culturale in cui siamo immersi, quella secondo cui l'Africa sarebbe un continente senza storia. Al contrario, i suoi ambienti e le diverse esperienze sociali, politiche, economiche e religiose sono esplorati con una mappatura di paradigmi significativi, dal Tadrart Acacus – la grande civiltà sahariana preistorica – al Grande Zimbabwe – regno il cui splendore si colloca tra il X e il XV secolo –, con una scelta periodizzante che delimita un tempo pre-coloniale; allo stesso modo una sezione è dedicata specificamente alla geografia e alla relazione tra umanità e ambiente: deserto, oasi, pastorizia, metalli, caccia-raccolta, società di produzione, mentre una sezione finale espone le questioni metodologiche e i problemi delle diverse fonti per la ricostruzione storico-archeologica: tracce, documenti, oralità, scritture, arti, proponendo una molteplicità di sguardi a cui non siamo abituati. «Guardiamoci, dunque, da qualsiasi idea di Africanità, quell'essenza che risiederebbe come reliquia o come dato invariato in ogni cultura del continente» (Fauvelle).

 

Igiaba Scego: Anche secondo me l'Africa non esiste e nemmeno l'Europa esiste. Chiarisco il mio pensiero. Africa ed Europa sono entità fluide, fatte di passaggi, scambi, scontri, confronti, commerci, brutalità, paure, resilienza, resistenza, dominio. Entità fluide che per convenzione abbiamo separato. Entità fluide che per quieto vivere non abbiamo messo in connessione. Quindi ha ragione Fauvelle a dire che niente deve essere una reliquia. Tutto infatti è in movimento, come lo è del resto il nostro Pianeta. Come africana europea, mi piace definirmi così senza trattino, sento che è necessario oggi più che mai mettere al centro un modo nuovo di intendere la storia dei continenti che abitano fuori e dentro di noi. Una storia nuova dove non ci siano più frontiere rigide, ma appunto che permettano di mescolare vissuti, avvenimenti, punti di vista. A scuola, quando ero piccola, ho vissuto sempre con la brutta sensazione addosso di non sapere niente di me, del mondo che mi circondava, dei miei antenati. Mi chiedevo perché quel passato, fatto di date, avvenimenti, battaglie, re che andavano e venivano, non mi riguardava mai. Perché mi sentivo estranea a quella fredda statistica di date e dati. Ma poi studiavo diligentemente tutto, perchè sentivo che c'era qualcosa di più e che un giorno l'avrei scoperto.

 

Sapevo, era la mia insoddisfazione a parlare, di aver imparato una storia a metà, una storia circoscritta da una cornice rigida e inespugnabile. Per esempio ricordo con nettezza la mia delusione nel vedere che la storia dei vari popoli dell'Africa era assente dai libri scolastici. Io sapevo che c'era una storia che riguardava la terra dei miei antenati, ma quella non appariva mai o non le veniva dato valore. E quando appariva fugacemente su un libro di testo era anche peggio. Infatti l'Africa esisteva solo di luce riflessa. Erano gli occhi europei quelli con cui ce la mostravano a scuola, un continente quindi nato dalle navi negriere e dal colonialismo. E nemmeno schiavitù e colonialismo erano “storie” spiegate bene a scuola come altrove. Il tutto era solo accennato vagamente, e poi accantonato. In realtà il continente africano, l'ho capito da adulta, è un insieme di entità diversissime tra loro, ognuna di queste entità ha avuto la sua lingua, la sua cultura, il suo modo di intendere la vita e naturalmente una storia variegata, plurale e piena di intrecci. Solo da adulta ho capito che la denominazione storia dell'Africa è qualcosa che tenta di contenere l'incontenibile. Solo da adulta ho capito quanto poco sapessi di tutto questo. E non era una ignoranza solo mia, personale, ma una ignoranza collettiva. Ignoranza, quella sì, nata con il colonialismo, che ha imposto il dominio anche sullo sguardo su se stessi. Ed ecco che a seconda della colonizzazione ci si è visti con occhi francesi, inglesi, belgi, tedeschi, italiani ecc. Ora è giunta l'ora di rimettere in discussione tutto. Ora con un termine molto usato diremmo che è l'ora di decolonizzare la storia, il mondo, i saperi. Ma questa può avvenire solo se capiamo che non c'è una linea retta che divide i buoni dai cattivi o appunto l'Europa dall'Africa. La vera decolonizzazione sta nel dare complessità storica a quello che andiamo a esaminare. Lo storico, come dice spesso la mia amica storica Leila el Houssi, guarda gli archivi e rifiuta un approccio militante, che temo stia andando per la maggiore. Lo storico, ma in generale lo studioso cerca di scavare nel dubbio, nelle contraddizioni, nella complessità.

 

 

E soprattutto chi lavora con la storia (storiche/i, studiose/i affini, artiste/i) sa che niente è bianco e nero. Quindi ecco perché opere come Africa antica a cura di Fauvelle, ma come anche African Europeans. The untold history della storica Olivette Otele, prima storica afrodiscendente di ruolo in una università britannica, sono di fatto opere che tendono a minare le certezze di molti dalle fondamenta. Guardano in parte a ciò che c'era prima della mercificazione dei corpi africani. Ci fanno vedere come contatti per esempio l'Africa li ha avuti molto con l'estremo oriente o con il mondo arabo-islamico. Un po' come in Le cose crollano di Chinua Achebe notiamo che le società antiche dell'Africa, nel caso del libro di Achebe la Nigeria, le cosiddette società precoloniali sono attraversate da rivalità, guerra, schiavitù, lotte per il potere. Non sono il mondo ideale, ma un mondo che se non fosse arrivata la tratta e il colonialismo, avrebbe avuto un altro futuro. Non sappiamo se migliore o peggiore. Comunque altro. Ed è interessante secondo me vedere cosa è sopravvissuto in Africa di quell'antichità. Perché non è tutto sparito con la tratta e il colonialismo. Vedere cosa di quell'antichità è arrivato in Europa con gli afrodiscendenti. Ecco perché, in un mondo fatto di passaggi e attraversamenti come il nostro (ricordiamoci sempre che abbiamo piedi e non radici), la parola chiave è fluidità. Africa e Europa sono continenti fluidi, a volte l'uno è la continuità dell'altro, nel bene e nel male. Ed entrambi hanno connessioni con l'Asia e così via. Nessuno ha una storia singola, la storia è sempre da coniugare al plurale. Inoltre i popoli che hanno abitato i continenti, ci tengo a dirlo, hanno avuto ruoli attivi sui propri vissuti. Un libro che sento di consigliare è Storia della schiavitù in Africa di Paul Lovejoy, che esamina anche il ruolo dello schiavismo dei popoli africani verso altri popoli africani. La lettura di questo testo mi ha costretto a mettere da parte le mie certezze e mettermi umilmente a studiare ciò che non conoscevo.

 

Carlo Greppi: “L'unica storia autentica – ha scritto Marc Bloch – è la storia universale”, ed è quella a cui dobbiamo tendere. In riferimento alle vicende passate esistono, ed è così da sempre, uno o più racconti di una certa uniformità che occupano il cosiddetto mainstream – letteralmente: il corso principale, la corrente principale –, ma teniamo sempre presente che questo stream può in effetti lasciare ai margini, come spesso fa, le storie degli oppressi, per dirla con Benjamin, e più nello specifico quelle degli “altri”: è il “pericolo di un'unica storia” denunciato dalla scrittrice di origine nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. È forse fisiologico procedere per cerchi concentrici e raccontare innanzitutto le storie che riguardano il territorio in cui viviamo – ma anche, come dice giustamente Igiaba, i suoi scontri e i suoi confronti. Rimane, nella maggior parte delle narratives (locali, nazionali, continentali) un vuoto pachidermico che volumi come Africa antica contribuiscono a riempire, perché è sempre più urgente iniziare a raccontare – per sezioni che però devono essere aperte, comunicanti – la parabola della “famiglia umana”, come auspicava la Dichiarazione universale dei diritti umani nel 1948, e sostituirla a una stanca replica di favole nazionalpatriottiche edificanti. Il grande sociologo Edgar Morin sostiene – lo ha scritto di recente anche su Twitter – che è «essenziale» prendere definitivamente coscienza della nostra «identità terrestre»; ed è forse l'unico caso in cui è lecito usare il termine “identità” per indicare i molti sensi di appartenenza che ci contraddistinguono. Chiediamocelo sempre: quanto contribuisce a definirci la nostra etichetta territoriale? E quanto possiamo considerarla un dato reale?

D'altra parte, per riprendere l'efficace citazione di Kapuscinski proposta da Enrico, cosa esiste per davvero, al di là delle denominazioni geografiche convenzionali? Le nazioni come le conosciamo, ad esempio, sono un “prodotto” recente che nulla ha di “naturale”, un colpo di tosse della storia dell'umanità. Nel passato il senso di appartenenza rispondeva a logiche completamente diverse, e la maggior parte delle nazioni di oggi sono nate negli ultimi due secoli, come sappiamo. Le “nuove comunità immaginate” sorte quasi all’improvviso in gran parte a partire dall’Ottocento superando in un’accelerata spettacolare gli “universalismi” (imperi, religioni, ecc.) e i “particolarismi” (città-stato, comuni, ecc.), si sono sempre viste come “antiche”, come ci ha raccontato Benedict Anderson: «In un’epoca in cui la 'storia' era concepita in termini di 'grandi eventi' e 'grandi leader', perle inanellate nel filo della narrazione», era una tentazione irresistibile quella di “decifrare il passato della comunità” seguendo la genealogia di antiche dinastie. 

 

 Come se le nazioni di oggi fossero sempre state lì così come le pensiamo nel presente – immutabili, eterne, che «scivolano verso un futuro senza limiti». Anche se ammettiamo che le entità territoriali ora costruite esistono sulle nostre carte e nelle nostre teste, dobbiamo renderci conto che molti dei nostri antenati non si percepivano affatto “africani” e/o “europei” e/o “italiani”, naturalmente, al di là di una ristretta cerchia di letterati come ad esempio Dante, oggi come ieri sbandierato dalle tante firme del giornalismo nostrano per illuminare di luce riflessa una presunta sempiterna “idea di Italia”. Per fare un esempio lampante di uno tra i tanti maschi, bianchi, potenti over-50 che coltivano questo genere di retoriche consunte che hanno la storia come loro scenario, Aldo Cazzullo alcuni mesi fa scriveva che «la storia italiana era ed è fatta dalla genialità e dall’umanità della nostra gente. Una genialità che si è espressa in un patrimonio artistico più grande di quello di tutte le altre nazioni messe assieme, e un’umanità che si è tradotta in capacità di sacrificio e di lungimiranza»; di recente è tornato a dire che «siamo forse il Paese che più ha dato al mondo in termini di cultura, di arte, di letteratura, di bellezza». Sono parole stampate e distribuite dal «Corriere della Sera» nel 2020.

 

Finché il principale quotidiano della borghesia nostrana pubblicherà questo nazionalismo d'accatto e fuori tempo massimo saremo messi male, molto male. Serve militanza, mi permetto di scrivere in scia a quanto diceva Igiaba: una “militanza culturale” che non lasci passare queste espressioni altamente tossiche, che spazzi via il fumo dai nostri occhi e ribadisca, come fanno ormai da decenni gli studiosi, che le nazioni e in generale le espressioni territoriali alle quali ci riferiamo per ragioni geografiche o convenzionali – come Africa, come Europa – sono costruzioni culturali, sono dei processi storici ricostruiti e ricostruibili. Come ha detto nel 1978 (!) Furio Jesi, il nome stesso “Europa” si è riempito di «contenuti diversissimi fra loro che arrivano fino ad oggi e che si trasformano continuamente». Le culture circoscrivono territori (e viceversa, d'altronde), in un processo in continuo divenire che va faticosamente studiato; è un'operazione entusiasmante che ci aiuta a non prendere troppo sul serio le “etichette” che si avvicendano nei secoli. Su “noi” e sugli “altri”.

 

Su questi temi segnaliamo che il Goethe-Institut in collaborazione con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo organizzano – sabato 17 ottobre 2020 – il Festival digitale sul colonialismo: Everything passes except the past  –  Tutto passa tranne il passato. Tra gli ospiti anche Igiaba Scego, che interverrà sul tema della restituzione delle opere trafugate. Qui è possibile consultare l'intero programma della giornata, che è anche possibile scaricare in pdf allegato a questa pagina. 

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