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Il capitano del Titanic

Si dice che poco prima che il Titanic si scontrasse con l'iceberg ci sia stata un’interessante conversazione sul ponte di prima classe, riportata poi anche ai ponti inferiori e fin giù nella sala macchine. Il capitano, si diceva, non crede all'esistenza degli iceberg. La notizia aveva generato un’ondata di entusiasmo. Finalmente, dicevano su in prima classe, un capitano che dice le cose come stanno, che è dalla nostra parte, e che sa benissimo che gli iceberg sono un'invenzione della compagnia navale concorrente, delle potenze straniere che non vogliono farci arrivare in America, dei socialisti che vorrebbero abolire la prima classe e mandarci tutti giù nelle camerate con i letti a castello ad affogare di caldo e di fumo insieme a quei disgraziati rancorosi che ci odiano perché non sono come noi e non lo saranno mai. 

Dopo che il Titanic colpì l'iceberg, e anzi era già affondato, tra i superstiti al freddo nelle scialuppe di salvataggio circolò un'altra storia, anche questa accolta con lo stesso entusiasmo della prima. Il capitano sapeva benissimo che gli iceberg esistono, ma non voleva intristire i suoi passeggeri con notizie che li avrebbero preoccupati, non li voleva spaventare mettendo sentinelle a guardia giorno e notte. Non c'era dubbio: la nave aveva, o aveva avuto, un grande capitano, in cui i suoi passeggeri, i migliori s’intende, potevano veramente riconoscersi.

 

Nel frattempo, perché il Carpathia non arriva, che qui si gela?

Donald Trump non credeva all'esistenza del covid, ed era un grande presidente. Non era caduto nella trappola dei democratici, dei cinesi, dei socialisti e dei disfattisti. Ora, grazie alla pubblicazione di Rage, il libro di interviste di Bob Woodward, sappiamo che ci credeva benissimo almeno fin dal 7 febbraio, quando disse a Woodward che il covid, sì, era “roba letale”. Ma è stato un grande presidente perché ha deciso di mentire agli americani e al mondo intero. Perché, parole sue, lui è il cheerleader della nazione, il ragazzo pom-pom, quello che ti deve dire che la tua squadra vincerà, anche se entrambi sapete benissimo che è fatta di brocchi.

Trump non ha nemmeno bisogno di nascondersi dietro le sue menzogne. Le può coprire sostituendole con una menzogna più grande oppure semplicemente ammettendole. Perché, ci avevate creduto? Come siete simpatici. È come vedere Elvis sul palco di Las Vegas. I suoi gioielli forse sono falsi, il costume da supereroe forse se l’è cucito lui in camerino, l'America che sta celebrando non esiste da nessuna parte se non su quel palco, tutta ottimismo, patriottismo e lustrini, e sparisce non appena Il divo esce di scena. Ma non c'è bisogno di prenderlo sul serio. È uno show, è teatro, è televisione, l'importante sono gli indici d’ascolto. 

 

Negli ultimi giorni sono emersi brandelli di conversazione di due anni fa in cui Trump definiva i soldati americani morti nella Prima guerra mondiale come “falliti” e “fessi” (che mi sembra la migliore traduzione di “suckers”). Questa rivelazione, che in America farebbe licenziare anche un commesso di drogheria, ha smosso, sì, i sondaggi, come anche il sapere che del covid lui sapeva, ma tutto sommato solo di poco. E gli unici sondaggi che contano, ormai si sa, sono quelli delle ultime due settimane prima delle elezioni. Ha scosso gli elettori indecisi (perché gli “indecisi”, che Dio abbia pietà della loro anima, ci sono ancora), ma non ha minimamente smosso la sua base elettorale. Il presidente ha detto che i soldati caduti in guerra sono dei fessi? Bene, è un grande presidente perché, 1) sicuramente non l’ha detto; 2) l’ha detto ma la frase è stata riportata fuori contesto; 3) l'ha detto, e che bello vedere i liberal che ci cascano sempre e s’infuriano. Il presidente sapeva benissimo che il covid non era una bufala? E cosa volevi, che facesse crollare l'economia? Che cosa sono 200.000 morti davanti al fatto che il Dow Jones sta per raggiungere quota 30.000? È questo il numero che conta, non quell’altro.

 

 

La mano sulla tastiera comincia a prudere, vorrebbe scrivere qualcosa che è meglio evitare di scrivere. C'è una regola da seguire nei commenti all’attualità politica. Non va violata, perché li azzera, li distrugge. È la regola dell'argumentum ad Hitlerum. Nessuno che non sia magari Stalin o Pol Pot può e deve essere messo a confronto con Hitler. Nel momento in cui si paragona un qualunque politico contemporaneo, per quanto detestabile, a colui-che-non-va-nominato, qualunque discorso si autodistrugge. Ma la mano sulla tastiera prude lo stesso, e la domanda che non si dovrebbe porre viene fuori ugualmente. Quanti milioni di morti ci sono voluti perché il mondo si liberasse di Hitler? E quanti morti ci vorranno perché il mondo si liberi di Trump? Per la fine dell'anno in America potremmo essere a 300.000. Ma se Trump non se ne andrà dalla Casa Bianca il 20 gennaio, quanti ancora ce ne saranno? E anche se Biden diventasse presidente, come potrà fermare l'epidemia in tempi ragionevoli? 

 

Perché nel momento in cui Biden dichiarasse, mettiamo, l'obbligo nazionale delle mascherine e della distanza sociale, immediatamente le milizie paramilitari che in questi mesi hanno stipato di armi le loro case già piene di armi, scenderebbero in strada in rivolta contro il governo federale. L'avrebbero già fatto anche adesso, se Hillary Clinton fosse stata presidente. Già le manifestazioni con sparatorie e morti ci sono state; già la polizia spara nella schiena a un afroamericano un giorno sì e un giorno no. Se Hillary Clinton avesse cercato di fermare la pandemia usando le stesse precauzioni delle altre nazioni, a cosa assisteremo adesso per le strade delle città americane? 

Ma la questione a cui si deve tornare è quella della Borsa. Non dimentichiamolo mai, nel 2008 Obama ha vinto le elezioni perché al momento del crollo finanziario il suo avversario, il senatore McCain, si era fatto prendere dal panico, aveva interrotto la sua campagna, era tornato a Washington a muso duro ma senza sapere cosa fare, e tutti l'avevano visto, mentre avevano visto che Obama aveva già pronta una squadra di consiglieri economici e che non aveva perso la calma. (Che poi questi consiglieri abbiano fatto di tutto per salvare prima Wall Street e poi eventualmente Main Street, a dispetto di tutta la retorica democratica, è un altro discorso, ma l'idea che un presidente afroamericano potesse mettere in ginocchio Wall Street era fantascienza allora e sarebbe fantascienza adesso).

 

Le motivazioni della base elettorale di Donald Trump si riducono a due: il mio portfolio di investimenti deve andare su, e i neri devono stare giù. Davvero, non c'è altro. Inutile esercitarsi in acrobazie sociologiche. Il primo punto è auto-evidente; il secondo però merita una chiosa. Nulla, assolutamente nulla, terrorizza i bianchi più del vedere un paio di neri che fanno razzia in un negozio. È vero, ci sono state manifestazioni recenti contro i grilletti facili della polizia in cui qualcuno ne ha approfittato per sfasciare vetrine e rubare quello che poteva. Anch’io ho visto in televisione due ragazzi afroamericani uscire da un negozio di articoli sportivi, credo nel Minnesota, con due tavole da surf sotto il braccio. Come se fosse facile fare del surf in Minnesota. Sono sicuro che una volta arrivati a casa i due si sono detti, e adesso che ci facciamo? 

 

A nessuno piace vedere razzie; non piace nemmeno a me. Non sto cercando scuse, ma mi pongo una domanda: se i neri non razziano i negozi, la polizia forse li tratta meglio? Quando vanno in banca a chiedere un prestito, la banca glielo dà? Quando cercano di uscire dal loro quartiere e andare a stare nella villetta in periferia che è il sogno di tutti gli americani, è facile per loro farsi dare un mutuo? No. Non importa se hanno razziato o non hanno razziato, la risposta è sempre no. Ma questo all'uomo del portfolio non interessa. Io non vado a fare razzie, pensa L'uomo del portfolio, c’è Wall Street che le fa per me, e quando vado in pensione sono sistemato. È davvero molto semplice. La base elettorale di Trump non lo abbandonerà mai, a meno che due settimane prima delle elezioni non ci sia un crollo in borsa. 

Ma nemmeno questo sarebbe sufficiente. Per poter perdere fiducia in Trump, ciò che i suoi elettori devono vedere è il loro presidente che si fa prendere dal panico, come era successo a John McCain. Ogni giorno leggo sui vari canali di informazione liberal che Trump è nel panico perché sa che sta perdendo le lezioni. Non ci credo minimamente. (Certo, sicuramente perderà in termini di voti individuali, ma in America uno non vale uno; si vince sulla base dei collegi elettorali e di alchimie studiate fin dalla fine del Settecento per far sì che gli stati del Sud godessero di una forte rappresentanza anche con un basso numero di popolazione avente diritto al voto – visto che gli schiavi ovviamente non votavano.) Ma Trump non si fa prendere dal panico, la sua capacità di mentire è più forte di ogni risposta che gli viene dalla realtà. Per tutta la vita è stato protetto e coccolato da uno stuolo di cortigiani che gli hanno sempre dato ragione e l'hanno servito in tutto e per tutto.

 

Non ha mai dovuto affrontare un problema da solo. Non ha mai nemmeno dovuto prendere decisioni. Ha ascoltato gli urli della folla e si è orientato su quelli. Volevate sentirmi dire che il covid era una bufala? Bene, l'ho detto. Adesso volete che io ammetta che lo sapevo ma che ho mentito a fin di bene? Bene, lo dico. 

Ma perché quest'uomo che non prova emozioni per nulla, che non ha mai detto una parola sui 200.000 morti degli ultimi mesi, nemmeno per i morti del suo stesso partito – perché ci sono anche quelli, e non sono solo anonimi cittadini ma anche sostenitori di un certo rango (un tale Herman Cain, per esempio, ammalatosi dopo aver partecipato a una manifestazione pro-Trump senza prendere precauzioni); che è totalmente incapace anche di fingere la pur minima empatia umana per chiunque, suscita una così grande felicità tra i suoi sostenitori? 

Perché questo è innegabile. I sostenitori di Trump sono felici, anzi sono le uniche persone felici oggi in America, al contrario dei democratici, che sono solo moderatamente soddisfatti di Kamala Harris come candidata alla vicepresidenza e che fanno un sorrisetto triste all'idea di dover votare un simpatico vecchietto che sarà anche una brava persona ma certamente non li entusiasma. Da dove viene tutta questa felicità? Solo dalla Borsa che va bene, dalla grande speranza del Dow Jones a 30.000? No. Viene dalla rimozione sociale del lutto, e dallo scatenamento di sociopatia collettiva che ne consegue. 

 

I morti di covid sono stati pianti dalle loro famiglie, dai loro amici e dalle loro chiese, per lo più in silenzio e in isolamento. Non c’è stato nessun rituale collettivo, nessun momento comune di quell’esperienza che possiamo definire con il termine inglese “closure”, che ha un significato più ampio di “chiusura” o “conclusione”. Perché il lutto collettivo deve venire dai vertici, dai rappresentanti eletti dal popolo. Non può venire solo dalla comunità, in un momento in cui la comunità deve stare chiusa in casa oppure può incontrarsi solo a due metri di distanza. A meno che la comunità non sia particolarmente creativa. Senza voler esagerare, bisogna pur dirlo che i rituali improvvisati messi in atto dagli italiani durante i momenti peggiori della pandemia, come ad esempio cantare dalle finestre – cosa che a qualche esprit fort può essere sembrato solo un momento di folklore urbano – hanno impressionato il mondo intero. Non era una closure; non c'era ancora niente da chiudere e non c'è nemmeno adesso, ma era la testimonianza di un “volgo disperso”, se vi ricordate di Manzoni, che per un momento si è sentito popolo. 

Negli Stati Uniti una cosa simile non poteva accadere, per la dispersione urbana e del territorio, ma quelle forme di lutto rituali che potevano e dovevano venire dall'alto, e che ci sono sempre state nei momenti di crisi, anche dopo l'11 settembre 2001, e perfino ad opera di un presidente così mediocre come George W. Bush, sono state soffocate da una totale rimozione del dolore collettivo. L’elaborazione del lutto è un processo lungo e difficile, ma necessario per il singolo come per la comunità. Se viene rimosso, può riemergere come un sintomo che prende la forma del risentimento contro il deceduto. Sei morto? Peggio per te. E sei pure fesso. 

 

È da tempo che sto cercando di rammentarmi una storia che ho letto, un film che ho visto, o che forse mi sono sognato, perché ricordo solo un inizio senza nessun seguito. A causa di una malattia sconosciuta, un'epidemia che viaggia rapidissima, il cadavere di chi è appena morto si volatilizza nell'aria. Questo rende impossibile il pianto, i funerali, l'organizzazione del lutto. La morte coincide con una scomparsa assoluta. Ora, l’esperienza umana nasce dall'elaborazione dell'evento della morte. Senza sepoltura o cremazione, senza pianto rituale, non c'è civiltà. La nozione stessa di comunità si volatilizza, come i cadaveri di quella storia che non ricordo. Non sappiamo neanche se ci sia mai stata. Che cosa rimane? Il portfolio che va su e i neri che stanno giù. Nient’altro. Nient’altro.

 

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