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L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola. 

Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio. 

Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il governatore invita a pregare. In faccia alla catastrofe non resta che raccomandare l’anima al Signore. Qui le disgrazie hanno proporzioni bibliche. 

 

Il Sud dello stato è in ginocchio. Le immagini che arrivano da Lake Charles, il ground zero della distruzione, mostrano isolati rasi al suolo, strade sommerse dal fango, pali della luce divelti, montagne di macerie. Quindici persone sono morte – dieci in Louisiana e cinque in Texas. La più giovane, Cinthya Miller, 14 anni, è stata colpita da un albero nella stanza da letto dei suoi genitori. Oltre mezzo milione di persone sono sfollate, la più grande evacuazione che la storia di queste terre ricordi. 

 

Una settimana dopo, la lenta danza della ripresa è iniziata. Ci si augura il meglio e ci si prepara all’ennesima batosta. Siamo in Louisiana, uno degli stati più poveri d’America. Laura rimescola tutti i fantasmi di Katrina, il cui anniversario ha anticipato di soli due giorni. 

L’uragano che 15 anni fa ha devastato New Orleans qui ancora inquieta la memoria. Evoca tragedie personali e collettive – il disastro annunciato degli argini, la lentezza dei soccorsi, la brutalità del razzismo, le morti evitabili, le violenze. In Zeitoun, Dave Eggers restituisce una cronaca impressionante di quei giorni. C’è un prima e un dopo Katrina. New Orleans non è mai più stata la stessa. Cosa sarà nel dopo Laura?

 

 

Un primo scenario già lo si intravede e riguarda Covid 19. Da mesi il virus infuria nel Sud del paese, falcidiando in primis la comunità afroamericana. Qui sembrava in fase calante. ma insieme alle case e agli alberi l’uragano ha travolto ogni cautela. 

Mentre scrivo, almeno diecimila persone alloggiano nei rifugi e negli alberghi. Duecentomila case sono ancora senza elettricità, in molte zone non c’è acqua corrente. In queste condizioni, lavarsi le mani o tenersi a distanza è impossibile. Quanto alla mascherina, quaggiù non è mai stata troppo popolare. È terra di Trump, questa. Make America Great Again, alla faccia della scienza. E comunque adesso chi ha tempo e voglia di pensarci? 

 

Il Presidente arriva due giorni dopo – proprio nell’anniversario di Katrina. È il rituale sopralluogo sul luogo del disastro e il mio personale corto circuito. Per una manciata di giorni l’uragano mi aveva scaraventato su un pianeta dove l’unica furia era quella primordiale degli elementi. Un universo di tetti, teloni di plastica, macerie da sgomberare. La convention repubblicana, con le file affollate di signore in ghingheri, la dinastia Trump in pieno spolvero e i fiumi di bugie, mi arrivava come un’eco lontana.

La visita del Presidente mi ci ributta dentro. Lo guardo ridere davanti al cartello blu Trump 2020 che qualcuno ha piantato su un cumulo di macerie. “Questo è stato per me uno stato magnifico”, dice. Ed è vero, alle ultime elezioni ha spuntato quasi il 60 per cento dei voti e minaccia di ripetere l’exploit. 

Non è il peggio visto finora, ma ha l’effetto di mandarmi in bestia e di colpo il film torna a scorrere.

Mentre Laura affondava i denti in questo pezzo d’America, il Presidente accettava la nomination repubblicana con un discorso fiume di un’ora e 6 mila parole. Appena 70, di pura maniera, menzionavano questo disastro. Aveva già dichiarato lo stato d’emergenza che alla fine è quello che conta – al suo gelo umano, dopo mesi di pandemia, ho fatto l’abitudine. 

 

Trayford Pellerin colpito alle spalle.


Il rischio è di abituarsi anche alle sue verità alternative e crederci, se non altro per stanchezza. “The people’s president”, come alla convention lo ha presentato la Principessa Ivanka, non va sottovalutato – sembra stanco, sfiatato, ma è pur sempre un illusionista capace di evocare mondi e farli sparire con un cenno del capo. 

A volerci credere, la sua America è una bella storia – il virus cinese sarà sconfitto, risorgeremo più forti e ricchi di prima, Black Lives Matter finirà in una bolla di sapone, “anarchici, agitatori e criminali” la smetteranno di tormentare la gente per bene e tutti in piedi per la ola finale. Buoni e cattivi. Noi e loro. Appena alzo gli occhi vedo però un’altra America – la polizia in assetto di guerra che carica i manifestanti, l’estremismo di destra che rialza la testa, le milizie armate infine allo scoperto, altri giovani afroamericani uccisi dalle forze dell’ordine e l’epidemia che senza tregua da mesi miete le sue vittime. 

 

In queste settimane tutto accade a un ritmo frenetico e stento a tenere il passo. C’è troppo da vedere, leggere, ascoltare. L’America non mi è mai sembrata così immensa, così complicata, così difficile. In questo mare smisurato di storie ce ne sono però due che da giorni porto con me, forse perchè sono così vicine.

La prima è quella di Trayford Pellerin, afroamericano, 31 anni. Succede a Lafayette, Louisiana, una graziosa cittadina di 126 mila anime, capoluogo della zona cajun e creola dove ancor oggi si parla francese. La sera del 21 agosto un poliziotto lo fredda mentre sta entrando in un negozio. Trayford aveva un coltello, si è detto. Era minaccioso, si è detto. Prima di ucciderlo, gli agenti lo seguono per mezzo miglio. Ottocento metri, un tempo sufficiente a neutralizzarlo. Poi dieci spari.

 

Trump in Louisiana.


La protesta di Black Lives Matter è immediata. La polizia ci va giù pesante e la mobilitazione promette di allargarsi al resto dello stato. In terra di Trump è un risultato che toglie il fiato e per un po’ i giornali locali non parlano d’altro. Qui vive la seconda comunità afromericana più grande del paese, ci sono antichi sospesi, nuove tensioni. Lo scossone può essere radicale.

Quando i leader di BLM ci riprovano, all’appuntamento si presentano però in pochi. La città si sta preparando all’uragano, la gente ha altro da fare e i grandi media guardano altrove. Intanto, a Kenosha, Wisconsin, un poliziotto ha esploso sette colpi di arma da fuoco contro Jacob Blake, 29 anni, anche lui afroamericano, sotto gli occhi dei suoi tre figli terrorizzati. Due giorni dopo Kyle Rittenhouse, 17 anni, simpatizzante di destra, uccide due manifestanti di BLM e ne ferisce un altro. 

Kenosha diventa un caso nazionale, Trayford svanisce dalla coscienza collettiva. Un altro nome su una lista che minaccia di non avere fine. Quando il New York Times infine se ne occupa, è per raccontare un fallimento. “Louisiana, la tempesta che non è scoppiata”, recita il titolo. Viene da chiedersi quante altre tempeste finiscano nel silenzio più profondo. 

 

La seconda storia l’ha scritta Jesmyn Ward, afroamericana – autrice di libri magnifici come Canta, spirito, canta e Salvare le ossa – sull’ultimo numero di Vanity Fair curato dallo scrittore Ta Nehisi-Coates. In un sussurro più lacerante di un urlo, Ward racconta la morte del marito (“my Beloved”), a gennaio, per Covid 19; la devastazione del lutto; le lacrime dei suoi bambini. Il silenzio opposto come un muro alle battute sul virus. E poi Black Lives Matter. “Piango e fiumi di persone corrono nelle strade”. La rivelazione che gli afroamericani non sono soli nella loro lotta, che altri, in America e nel mondo, credono che le vite dei Neri contano e si fanno testimoni di un’ingiustizia antica che oggi ha il volto del Covid 19 che con tanta ferocia si accanisce sulle minoranze. 

Jesmyn Ward e Trayford Pellerin hanno l’effetto di riportarmi, ciascuno a suo modo, al centro delle cose – a un luogo di verità e giustizia oltre il gioco di specchi della campagna elettorale. Le vite in pericolo. La dignità delle persone. I figli. La pazienza testarda di ricostruire dopo la furia dell’acqua e del vento. 

Sul finestrino della Honda nera ora c’è un biglietto. Ogni foto, 5 dollari. Sotto, l’indirizzo Venmo della ragazza. Da giorni è una sfilata di curiosi e ogni scatto fruga nella sua disgrazia. Non ne può più. 

Il vicino sul retro ha coperto la voragine sul tetto con un enorme telone di plastica blu e spera che non piova. Più giù, rimuovono con la gru un enorme pino precipitato sulla strada. Quanto a noi, ce la siamo cavata senza un graffio. 

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