Il paradigma del singolo

La pressione della realtà fa sì che le persone cambino o è la pressione degli uomini che trasforma la realtà? La domanda sappiamo che è inutile, lo scorrere dei due elementi uno sull’altro ha sempre fatto sì che le risposte fossero solo e soltanto funzionali a una qualche finalità specifica – culturale, politica, sociale, economica. Diciamo che ci sono momenti storici in cui ce la si prende con la realtà (che cosa voglia dire, peraltro, non è mai abbastanza chiaro) e altri con le inclinazioni umane, ma senza mai ottenere il quadro di una oggettiva descrizione dei fatti. La pandemia ne è un esempio perfetto. Questa dinamica macroscopica fa da sfondo all’avvicendarsi delle mutazioni antropologiche che caratterizzano le nostre esistenze; l’umanità si evolve introducendo delle varianti che a loro volta inducono altri cambiamenti. 

 

E ora siamo giunti  nelL’era del singolo, così la definisce Francesca Rigotti nel suo ultimo libro (Einaudi 2021, pp.132): il singolo sembra infatti essere diventato il nuovo paradigma della nostra attuale società. Un ultimo passaggio del lungo percorso che va dall’organicismo dell’antichità in cui gli uomini si sentivano particella di un tutto, passando dall’individualismo moderno in cui l’individuo diventa nucleo fondante dei diritti universali, fino all’odierno “singolarismo”, appunto, in cui le persone si aspettano per sé non ciò che tutti hanno a disposizione, ma qualcosa di speciale; non i prodotti di massa, ma qualcosa che faccia di ciascuno una singolarità esclusiva ed unica, che lo/la distingua da tutti gli altri. Nella società dei singoli, i bambini vanno valorizzati per la loro specialità e unicità, motivo per cui le loro scuole dovranno essere all’altezza di uno scopo così elevato, saranno ambienti esclusivi, sofisticati, eccellenti da ogni punto di vista. Insomma, l’esatto contrario della scuola di massa degli anni Sessanta. Ma andiamo con ordine. 

 

Siamo forse davanti a una “rivoluzione copernicana”, dice Rigotti, ispirandosi all’espressione che Norberto Bobbio aveva usato descrivendo la portata rivoluzionaria dell’individualismo dell’età moderna. La “società delle singolarità” impone nuove analisi (l’autrice indica Danilo Martuccelli come il precursore con il suo La société singolariste, Armand Colin 2010), i fenomeni delle vite collettive vanno illuminati e studiati nella loro portata di novità rispetto a quelli di una società che ormai ci stiamo lasciando alle spalle. Per intenderci, si tratta di andare oltre i semplici tratti di “distinzione” come segni di appartenenza a una classe sociale, su cui aveva riflettuto Pierre Bourdieu (La Distinzione, Il Mulino, 2001): il “singolarismo” è il crollo del serraglio di classe, è la socialità, diciamo così, dell’eterotopia, del non-luogo, dell’iper-luogo. 

 

La tarda modernità (secoli XX-XXI) sembra porsi come soglia al di qua della quale ci sono tutte le vicende delle grandi emancipazioni storiche e sociali che cominciano con l’età umanistica, il momento in cui l’uomo coglie se stesso in quanto tale, dando inizio al processo di secolarizzazione moderna. L’individualismo costituisce il passaggio cruciale della prima modernità (secoli XVII-XIX), diventa la base filosofica della democrazia nella quale l’idea centrale è che lo Stato è fatto per l’individuo, per il soddisfacimento dei suoi bisogni, felicità compresa. La formazione degli Stati Uniti d’America diventa l’incarnazione storica dell’ideale individualistico, almeno fino agli anni Sessanta, dopo di che assistiamo alla virata dal liberismo al neo-liberismo, alla mutazione vera e propria dell’antico ideale di emancipazione della libertà individuale in asservimento economico alle logiche spietate e spudorate dell’impresa capitalistica. La libertà diventa libertà d’impresa: vinca il migliore! (Rifacciamoci, tra parentesi, la domanda dell’inizio e verificheremo, di fronte a questo, quanto complicata – e inutile – sia la possibile risposta).

 

Negli ultimi due decenni del Novecento l’individuo si scardina per trasformarsi in “singolo” svincolato dalla solidarietà di specie, staccato dagli interessi plurali e completamente concentrato sui beni suoi propri. È il mondo dell’Happycracy, in cui vale l’equazione per cui la mia felicità di singolo (che dipende solo da me) è uguale a quella di tutti gli altri singoli felici. Certo dallo zoon politikon aristotelico al “singolo” dedito al culto di sé il salto è vertiginoso. La tarda modernità ci ha fatto perdere del tutto per strada la dimensione etica, il fatto che l’individuo/cittadino vivesse in una dimensione di eguaglianza in cui l’interesse personale coincideva con la felicità di tutti (come notava Tocqueville nella realtà americana del 1840, dove, peraltro, donne e schiavi non erano ancora considerati cittadini). Oggi la stessa idea di individuo appare un’inconsistenza ontologica. “L’idea del sé come sistema relativamente chiuso, del soggetto cartesiano, si potrebbe dire, è soltanto un inganno e una grande delusione” perché “in realtà non siamo altro che fasci di cellule, credenze e relazioni continuamente rinnovantesi” (p.41).

 

 

L’approfondimento filosofico è imprescindibile, non si può circoscrivere una tale variazione antropologica al perimetro sociale ed economico. Quando l’individuo accetta di divenire “dividuale” cioè un’entità suddivisa in particelle, in dati quantificabili e scambiabili (frutto del quantified self) e quindi accetta di essere eterodiretto in un processo di autoaddomesticamento significa che una mutazione profonda sta avvenendo. Assegnare alle parzialità numeriche più importanza dell’individuo, dice Rigotti richiamando l’antropologo americano Arjun Appadurai, “altera la natura della soggettività umana per rendere più facile aggregare, ricombinare, monitorare, anticipare e sfruttare i soggetti” (p.60). E non è difficile intuire le pesanti ricadute effettive che un mondo link-like può scaricare sulle spalle del singolo. Ma non basta, osserva la filosofa, c’è anche una singolarità tecnologica (technological singularity) la cui essenza è “la presenza di un’intelligenza sovrumana, superumana, che sarà in ogni caso una realtà necessaria e inevitabile” dalla quale verranno “esseri transumani ipersofisticati, migliorati e aumentati su tutti i piani (…); vedremo imporsi una nuova specie radicalmente diversa dall’attuale, una specie unica, speciale, singolare” (p. 65). Il transumanesimo delle singolarità produrrà dunque “un fantasma delirante, un mostro da respingere?”, si chiede l’autrice. 

 

Le nozioni politiche di Sinistra e Destra si stanno anch’esse assestando su posizioni che spesso collidono con le tradizionali appartenenze: un mondo cosmopolita, di sinistra globalizzata, si fronteggia con quello “comunitario” di una destra alimentata dalle classi lavoratrici delle aree deindustrializzate che temono la nuova concorrenza dei migranti. La nuova classe media (un terzo della popolazione) fortemente “singolarizzata” deve confrontarsi con la classe economicamente più bassa senza formazione (un altro terzo) e la vecchia classe media (l’ultimo terzo della popolazione) ancorata alla società di massa, oltre a un piccolissimo numero di super ricchi. Come dire, altro che “operai e capitale”…

 

Tutto si declina secondo i dettami del Singolarismo: il cibo, l’abitare, il viaggio, l’istruzione; e poi i nomi, il corpo, la stessa concezione della morte. Viviamo nell’età del pelagianesimo in cui l’idea dell’uomo originariamente portatore di peccato e bisognoso di grazia per la salvezza ultraterrena viene semplicemente respinta: l’uomo per sua natura è sostanzialmente buono e, in quanto creato a immagine di Dio, è perfettamente in grado di distinguere il bene dal male e di salvarsi da sé rispettando i comandamenti divini. Il monaco bretone del IV secolo, Pelagio, sovverte l’idea agostiniana dell’uomo peccatore da redimere, e sembra oggi essere il profeta perfetto a cui L’era del singolo può ispirarsi. E non è un caso, osserva Rigotti, che pelagiani, cioè ottimisti riguardo alla natura umana in sé, fossero Albert Camus, Erich Fromm, ma anche Milton, Locke, Rousseau e Kant. Su questa “bontà originaria” gli umani della società “singolarizzata” costruiscono la loro felicità, che diventa l’autorealizzazione, il prodotto di una vita “piena, unica e straordinaria”, creata con le proprie forze, il proprio talento, il proprio merito.

 

A me piace pensare che la visione più larga dei filosofi (l’elenco dei contemporanei in fondo sarebbe piuttosto nutrito, a cominciare da Hannah Arendt) prevalga sulle “miserie” economiciste, che l’uomo, in quanto individuo non possa non proteggere la sua complessità preziosa. “Che cosa fa di un uomo un uomo – si chiede Rigotti –, di un individuo un individuo se non il suo essere particolare e universale insieme?” (p.42). La “ratio” effimera e frivola della società “singolarista” è la stessa che ci sta regalando una società di solitudine endemica. “Questo è il secolo della solitudine. Posso ordinare un amico dal mio cellulare con la stessa facilità con cui ordino un cheeseburger. È quella che chiamo l’economia della solitudine, nata per sostenere – e sfruttare – chi si sente solo.”, dice la studiosa inglese Noreena Hertz nel suo recente e bellissimo Il secolo della solitudine (il Saggiatore 2021). 

 

Se questo che abbiamo davanti è l’esito della storia che stiamo vivendo sarà fondamentale e urgente capire molto chiaramente – e poi ripetercelo fino alla noia – che l’era del singolo non può essere che una soglia troppo frangibile oltre la quale non ci si può spingere. Stavolta sì che “la pressione della realtà” sugli uomini rischierebbe di annullare “la pressione degli uomini” sulla realtà. E la risposta alla domanda temo che sarebbe finalmente chiara, utile… e tragica. Ha ragione Francesca Rigotti nella sua conclusione: “Ciò cui si deve mirare è una democratizzazione conciliabile con standard di livello alto dove praticare politiche di rispetto e di riconoscimento, che sono le parole d’ordine per uscire dalle logiche del rancore e del risentimento. E per abbassare forse la hýbris dei meritevoli autoproclamantisi eccezionali, unici, singolari, singoli” (p.130).

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