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Il partigiano Giorgio Bocca

Giorgio Bocca è nato il 28 agosto 1920 a Cuneo. Un attacco quanto mai vieto per introdurre un anniversario, ma le coordinate spazio-temporali appaiono decisive per il personaggio: il radicamento profondo e caratteriale nella terra d'origine, l'appartenenza ad una generazione nata e cresciuta nel fascismo. Bocca è certo stato uno dei maggiori giornalisti del dopoguerra, dagli esordi precoci del 1938 fino a «Il Giorno» di Italo Pietra, all'«Espresso» e alla «Repubblica», dotato di una penna incisiva e inconfondibile, capace di firmare un'infinità di articoli sulla politica e la società italiane, ampliati a volte in reportage e riversati in libri di successo: tra i molti Miracolo all'italiana (1962), Il terrorismo italiano (1978), Napoli siamo noi (2006) per l'attenzione persistente e controversa al Meridione, le biografie di Nenni, Mussolini, Togliatti, Moro, Berlinguer. Tuttavia gli anni cruciali, su cui Bocca è tornato più volte da una molteplicità di prospettive, restano quelli dell'adesione alla Resistenza, della quale si è fatto presto pregevole storico. Tra il volume originario di Roberto Battaglia, quelli di Claudio Pavone e Santo Peli per la fondamentale innovazione e l'agile sistematizzazione, stanno l'interessante contributo di Quazza e gli ancora utilizzabili Una Repubblica partigiana (1964) e Storia dell'Italia partigiana del 1966 (secondo Giovanni De Luna “sottratta sia ai luoghi comuni della propaganda reazionaria, sia alla narrazione imbalsamata delle cerimonie pubbliche”) proprio del giornalista piemontese.

 

Addirittura nel 1945 venne Partigiani della montagna, “primo libro che usciva sulla guerra partigiana” e “colossale fregatura” perché, pur stampata in 50.000 copie da Bertello, fu bloccata dal fallimento del distributore torinese; ripubblicato da Feltrinelli nel 2005 in quanto, come riferisce Bocca nell'intervista a Teo De Luigi (Un'esperienza formidabile, Araba Fenice 2016), “questo ritorno dei fascisti e dei movimenti di destra mi è insopportabile, dunque ho voluto riportare le cose alla verità”. Tuttavia anche la parte avversa è stata oggetto di attenzione, con un lavoro pionieristico sulle fonti orali e un atteggiamento insolitamente spassionato per l'autore, in La Repubblica di Mussolini (1977), che tra l'altro non si sottrae ad argomenti spinosi quali la resa dei conti post-25 aprile, dandone ancora oggi, a detta degli storici, un credibile bilancio sulle vittime. 

 

Le pagine più vive sugli ultimi anni di fascismo si trovano nei primi due capitoli dell'autobiografico Il provinciale (Mondadori 1991), dove il felice fluire dei ricordi, lungo un leggero tracciato cronologico, trascina il lettore tra molti aneddoti, efficacissimi ritratti, episodi drammatici e riflessioni retrospettive. L'apertura di una pagina e mezza è in una baita, “nella difesa antica della montagna madre”; poi si retrocede alla famiglia Re della mamma maestra e dei nonni amati dal nipote “più contadino che cittadino” e al padre, insegnante di matematica, diverso per gusti e personalità. Tre stanze più cucina per sei persone, convinte comunque della propria rispettabilità dovuta agli impieghi statali, in una città, Cuneo, tutta di legno, “senza architettura regale”, ma vicina alle sue austere chiese romaniche. Lì le radici sono profonde, dall'amore per il cibo (si ricorda una festa di nozze con cotechini dolci, vitel tonné, fritto misto alla piemontese, ravioli in brodo, castelmagno) al vino e alle donne, in particolare quelle brutte che stimolano le fantasie per un sesso ferino; letteralmente sopra tutto la montagna attraversata a piedi e fin da cinque anni sugli sci. Si tratta di una società statica, accettata come naturale, rafforzata dai racconti materni, che per esempio riferiscono con orrore insulti e sputi agli ufficiali dopo la Grande Guerra, e plasticamente si dispone nella geografia del paese: ville aristocratiche in alto, oltre fiume, in mezzo i borghesi, e gli operai “nelle basse tra i due fiumi”. 

 

Il fascismo si innerva nel paese con figure autoctone, pienamente riconosciute, tra l'altro sul solido tronco dell'ordine sabaudo. Gli antifascisti del luogo sono soltanto un paio di pensionati, che si rivelano il Primo maggio per una mangiata o per il garofano all'occhiello. E Bocca, rabbiosamente inserito da Carlo Mazzantini nella lunga lista dei resipiscenti tardivi? La maturazione del suo antifascismo, raccontato in Le mie montagne (Feltrinelli 2006), parte nei primi momenti della guerra, quella vigliacchissima contro la Francia, con la costruzione del Vallo Littorio e “la corsa disordinata agli appalti di quattrocento aziende senza un preciso piano con fortificazioni distribuite a caso” che frutta caserme dove dormire per terra sulla paglia, ospedali delle retrovie dove ben prima della Russia si vedono soldati congelati perché mancanti di adeguato equipaggiamento. Dunque quell'antifascismo non era scelta ideologica “per la democrazia, per i partiti, per le elezioni, ma una crescente fatica per le menzogne”, per un militarismo minaccioso ed irresponsabile che avrebbe mandato allo sbaraglio gli Italiani. Al corso ufficiali avvennero i primi contatti con giovani di famiglia antifascista, l'8 settembre diede il colpo definitivo: “un esercito morto” lascia il passo ai primi giellisti, già consapevoli ed organizzati, quali l'amico Detto Dalmastro e quel Duccio Galimberti di cui ci è offerto un medaglione precisamente cesellato: 

 

 

Per noi a Cuneo lui era un “pistin”, un primo della classe, un piedipiatti, uno che aveva in casa più libri di tutti noi della classe 1920 messi assieme. L'avvocato, uno dei quattro o cinque antifascisti di Cuneo. Ogni tanto lo vedevamo che passeggiava con i nostri amici anziani, Dado Soria e Detto Dalmastro, ma ci restava indigesto, forse lo sentivano un po' fuorilegge e pieno di zuppa. Aveva una morosa bella, ma zoppa che non sposava perché non era all'altezza del padre defunto, ministro delle poste con Giolitti, né della madre, nobildonna e poetessa raffinata. Duccio aveva l'erre moscia, lo sapevo perché passavo delle ore aggrappato alla rete del tennis sul viale degli Angeli, enclave dei pochi e felici concittadini che sapevano dire “play” e “ready”. E lui si mangiava la erre.

 

Correva goffamente come un bambinone e si vestiva tutto di bianco, ma solo per il tennis perché poi usciva rivestito in nero, camicia bianca e cravatta nera, per il suo interminabile lutto del padre che stava anche per lutto della democrazia. 

E stasera a Valgrana me lo trovo davanti quando scendo dal camion, non più vestito di nero ma ancora da “pistin” quando i “pistin” vanno in montagna e si mettono i bei calzettoni bianchi, i bei pantaloni grigi alla zuava e un bel maglione norvegese con cervi blu ricamati sulla lana bianca. È alto, grande come una montagna, nel crepuscolo, ma porta già un cappellaccio da bandito e mi saluta per nome. 

 

La Resistenza è anche rivelazione di sé e degli altri: Duccio dimostrerà le caratteristiche essenziali del comandante partigiano, “il fisico e la testa”, che lo porteranno ad essere tanto pericoloso da essere eliminato con fredda determinazione dai fascisti di Cuneo. Lo schizzo rapido e incisivo riguarda anche le diverse tipologie dei comunisti – l'eccentrico Barbato, l'apostolo Comollo, il fiammeggiante Primo Rocca, affiancato da un commissario politico cui Bocca presta il pensiero “vai, vai bullo, che prima o poi ti sistemo” – o del principesco Mauri, comandante monarchico. Non manca un focus sulle rivalità e le invidie interne, ancora vive a decenni di distanza, come quella personale con Dante Livio Bianco, rinfocolata dall'epistolario con Agosti edito nel 1990 da Meynier col titolo Un'amicizia partigiana, quando Bocca scopre che l'intellettuale giacobino riuscì a destituirlo dal comando della Decima Divisione GL della Valgrana. Così come severo sarà, fino a travisarne l'opera, il giudizio verso Fenoglio, il “partigiano assoluto”, a cui contrappone l'onesto voltagabbana Layolo.

 

Gli episodi alternano coloriture molto differenti come tipico nell'imprevedibile guerra partigiana: si va dal furto di formaggio in una grotta dove l'avevano stipato i comunisti, alla cattura di un maresciallo delle SS, gigantesco e servizievole nei lavori domestici, ma che al momento del rastrellamento, poiché possedeva troppe informazioni e poteva fuggire, deve essere ucciso. Dopo che altri, anche se estratti a sorte, si tirano indietro, lo fa Bocca, perché ai capi toccavano tali incombenze; cosa che lo porterà più avanti a risparmiare la vita a un paio di probabilissime spie travestite, una delle quali ritroverà alla testa di un rastrellamento della X Mas. O ancora, agli esordi, la cattura di un maresciallo degli Alpini, che aveva rubato coperte in un deposito partigiano, con i giovani che lo volevano fucilare e Dalmastro che sempre rimanda e lo lascia andare: Bocca lo rivedrà dopo quindici mesi comandante di una formazione azzurra. Una durezza che a sprazzi emerge perfettamente consapevole: “In città e anche sotto le armi noi giovani tiravamo a campare, eravamo possibilisti, non più fascisti, cauti antifascisti, ma ora sulla montagna povera, ora che gli altri sono scomparsi e che restiamo noi e loro […] ci fortifichiamo in un estremismo radicale […] per continuare a vivere e combattere ognuno di noi nega le ombre, le paure, i dubbi che si porta dentro e s'indurisce, nega e odia senza mezze misure, o con noi o contro di noi, tutto spigoli taglienti, fratelli, amici, madri non fa differenza, anche con loro vale la regola o con noi o contro di noi.”

 

Breve, come spesso nella narrativa partigiana, è la rievocazione del 25 aprile festoso. Può succedere di trattare la resa dei fascisti di Dronero con un comandante conosciuto come segretario del Guf di Torino, o di trasportare il moroso fascista (“però bravo”) della cugina nascosto in ambulanza, vivere con gli altri del comando a villa Agnelli, intravedendo il padrone di casa. Poi nel dopoguerra il trasferimento a Torino, conosciuta solo da studente universitario pendolare, “fredda, senza soldi ma vitale”. Qui comincia la seconda (o terza) vita di Bocca, quella ugualmente avventurosa della formazione nel giornalismo: “Vivevamo il primo nostro giornalismo esattamente come Gramsci e Togliatti e gli altri de «L'Ordine Nuovo» venticinque anni prima: aspettare la partenza della rotativa, prendere le prime copie, tirar tardi in qualche osteria a parlar di politica e di giornali, e poi, magari, incontrare qualcuno della teppa.” La continuità nello slancio ideale appare evidente se si pensa a quanto in Le mie montagne si dice ancora della successiva esperienza a «Il Giorno» di Pietra e Mattei: “E il provinciale che sono ci ricadde, per la seconda volta tornò a sperare come nella guerra partigiana in un paese laico, moderno, in cui anche con il nostro giornalismo si sarebbe dato vita ad una nuova cultura moderna, industriale.

 

La cosa riuscì a metà.” Anche la Resistenza probabilmente secondo Bocca riuscì a metà. Certo negli anni Novanta, quando sale al potere Berlusconi, il vecchio partigiano prende atto della fine d'un ciclo storico partito dal Risorgimento e animato da un comune sentire. Allora il nuovo ceto politico, oltre che per incamerare i voti della destra, promuove “il revisionismo per liberarsi delle sue impaccianti memorie”. Bocca, pur nell'amara posizione del sopravvissuto all'epoca, non rinuncia affatto alla sua lunga battaglia con interventi di cronaca politica sempre più aspri, ma soprattutto riandando alla lezione giovanile con una freschezza di narrazione e una testardaggine di memoria a cui non possiamo che essere grati. 

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