Incontrare l’orso

Sono una donna seduta sugli scalini a mangiare pane e bacon. 

Quello è un orso. 

Non un orsacchiotto di peluche, non l’orsetto dei cartoni animati, 

non il koala della compagnia aerea. 

Un orso vero.

Marian Engel, Orso

 

25 agosto 2015, Ključi, penisola della Kamčatka, estremità orientale della Russia, zona inaccessibile che ospita una base segreta dell’esercito russo. Il paesaggio è vulcanico, la foschia va e viene, il freddo della tundra ad alta quota è intenso. Su un altopiano arido Nastassja Martin, una ragazza di ventinove anni, non si rende conto, a causa delle asperità del terreno, della presenza di un orso bruno. Non è in agguato, ed è sorpreso quanto lei di ritrovarsi faccia a faccia a due metri di distanza con un altro vivente, difficile ignorarsi. L’orso mostra i denti, lei fa lo stesso. Un gesto incauto: l’orso la butta a terra e le morde il volto e la testa, lei vede le fauci buie e sente le ossa scricchiolare. Le strappa una parte della mascella assieme a due denti, poi la morde alla gamba. Lei sferra un colpo di piccozza sul fianco destro e l’animale si allontana sanguinante, portando via con sé un pezzo della sua preda. Lei si stringe la gamba con la cinghia dello zaino per tamponare l’emorragia e vaga col volto mal fasciato e tumefatto, ricoperto di sangue in parte rappreso.

 

 

È divorata ma non morta. È divorata ma viva, anzi rinata. Penserà a lungo allo scricchiolio del suo cranio, “al buio che c’è dentro la sua bocca, al calore umido e al suo alito pesante, alla presa dei suoi denti che si allentano, al mio orso che bruscamente inspiegabilmente cambia idea, i suoi denti non saranno gli strumenti della mia morte, lui non mi divorerà”. Così si legge in Credere allo spirito selvaggio pubblicato nel 2019 (Bompiani 2021, p. 128). L’ambiente circostante si fa più intenso: “I suoni che percepisco sono demoltiplicati, io odo come la creatura selvaggia, io sono la creatura selvaggia. Per un istante mi chiedo se l’orso tornerà per uccidermi, o per farsi uccidere lui, oppure per morire entrambi in un ultimo abbraccio” (p.18).

Lei e l’orso non s’incontreranno più, ma ciascuno di loro porterà dentro di sé qualcosa anzi un pezzo dell’altro: “Lui senza di me, io senza di lui, riuscire a sopravvivere nonostante quel che è andato perduto nel corpo dell’altro; riuscire a vivere con quel che vi è stato depositato” (p. 18). Di certo, da allora, vivere altrimenti.

 

Riparare i viventi

Lei cercò di mantenere la giusta distanza tendendogli rigidamente la mano. Lui la leccò con la sua lunga lingua rasposa e ricurva, 

ma quando lei provò a fargli una carezza sulla testa, 

l’animale scartò di lato allontanandosi

 

La mattina seguente faceva caldo. 

Accompagnò l’orso al fiume, legò la catena a un chiodo sul molo, 

e si tuffò nuda in acqua accanto a lui

 

Guardò l’animale. 

Se ne stava lì, seduto, massiccio come un divano, domestico, 

un tappeto di pelo. 

Si inginocchiò vicino a lui.  […]

“Oh, orso” rise. “Siamo una coppietta spassosa”. 

Lui si girò e sembrò proprio fare un sorrisone

Marian Engel, Orso

 

Una volta soccorsa, le cuciono le ferite in testa; la trasferiscono a Petropavlovsk in un reparto di rianimazione che le ricorda un gulag quando si risveglia nuda, polsi e caviglie legate da cinghie, una tracheotomia in gola. Sono giorni di sofferenza intensa: piange, impreca, si scioglie i lacci, si strappa il tubo che la nutre e sembra soffocarla: “denudata, legata, ingozzata, mi trovo alla frontiera dell’umanità, al confine, credo, del tollerabile” (p. 22). La operano due volte, la prima per fissare una placca nell’osso e reggere il ramo mandibolare inferiore, la seconda per sollevare lo zigomo. Il volto è gonfio e sfigurato; ci mette tempo a realizzare che il suo volto di un tempo è perduto: “Non sembro più io, la mia testa è un pallone graffiato da cicatrici rosse e gonfie, da punti di sutura” (p. 34). 

Riceve attenzioni, riceve cure, riceve visite dei parenti dalla Francia, degli amici Eveni che la ospitano quando è nella Kamčatka, ma anche di un agente dell’FSB per un interrogatorio: che ci fa una straniera nei pressi di una base militare? Di sicuro è una spia. Ci vogliono oltre tre ore per convincerlo del contrario. 

 

Già, ma chi è e che diavolo ci fa Nastassja Martin da quelle parti? È un’antropologa sociale allieva di Philippe Descola e svolge ricerche etnografiche su un clan di una cinquantina di Eveni; è più interessata alle foreste che ai segreti militari, più all’animismo che allo spionaggio post-sovietico. Ha pubblicato Les âmes sauvages. Face à l’Occident, la résistance d’un peuple d’Alaska (2016) e di recente ha firmato l’introduzione all’edizione francese di Friction di Anna Tsing. Lavora sul rapporto tra umano e non-umano, lavora sull’animismo, cioè sull’idea che quanto condividiamo con gli altri esseri viventi che ci circondano ha le fattezze di un’anima, e che a distinguerci è solo la nostra corporalità. Critica l’“ontologia naturalista” occidentale individuata da Descola, l’idea di una natura esterna che non possiamo che contemplare o sfruttare estraendone le risorse. L’animismo spalanca al suo sguardo altre ontologie, cioè altri modi di fare mondo.

 

 

È il caso della comunità – e della cosmologia – degli Eveni, una popolazione indigena assieme ai Coriachi e agli Itelmeni. Nastassja torna sul campo otto volte per lavorare con loro e non su di loro, cioè senza protocolli prestabiliti, senza questionari di domande rivolte a un campione rappresentativo, senza statistiche. Ha con sé due taccuini, uno diurno con note, descrizioni, trascrizioni di dialoghi e discorsi, uno notturno che chiama quaderno nero, “poiché non so ben definire cosa ci sia dentro” (p. 37). È su quest’ultimo che appunterà che bisogna credere allo spirito selvaggio.

Finalmente Nastassja rientra in Francia per una destinazione poco amena: il reparto maxillo-facciale della Salpêtrière di Parigi. Per una volta che vola in prima classe non può godersi il comfort, a partire dallo champagne e dal salmone: “Mi si è riaperta la cicatrice a causa della pressurizzazione della cabina, il sangue mi imperla la guancia destra” (p. 43). Rispetto all’ospedale russo, in quello francese le misure di igiene e di sicurezza sono maniacali: il personale è bardato dalla testa (maschere) ai piedi (soprascarpe): “Mi sento come un animale selvaggio, catturato e messo sotto un pallido neon per essere osservato minuziosamente. Dentro di me è tutto un urlo, le luci bianche delle alogene mi bruciano gli occhi e la pelle” (p. 46).

 

Nastassja assiste impassibile alla visita di un Professore di medicina coi suoi studenti davanti ai quali enuclea il caso della sventurata come se lei fosse assente o incapace di intendere e di volere: “Morsi al volto e al cranio inflitti da un orso, frattura del ramo mandibolare inferiore destro, frattura dello zigomo destro, numerose cicatrici in faccia e sulla testa, un altro morso alla gamba destra” (p. 48). Ha gli occhi puntati addosso e per il resto della giornata s’immagina i commenti degli studenti: “È sfigurata, poveretta. Doveva essere bella, prima” (p. 48).

Segue la visita della psicologa con le sue domande di rito: come si sente psicologicamente? “In mancanza di meglio, le rispondo che la mia psiche assomiglia senza dubbio alla mia pelle e alle mie ossa, lacerata, spaccata, sfregiata” (p. 48). Nastassja è confrontata alla nozione classica e occidentale di identità “univoca, uniforme e unidimensionale” (p. 49), che trasuda dal commento della psicologa, indelicato in quel reparto e davanti una paziente in tale stato, che “il volto rappresenta l’identità” (p. 48).

 

È solo l’antipasto: è giunta l’ora che la medicina francese si riappropri di quel corpo manipolato dalla medicina russa: i dottori della Salpêtrière vogliono sostituire la placca russa con una loro di titanio, perché la prima è fissata maldestramente con viti troppo grosse, “alla russa” dicono alla ricercatrice d’origine slava – “la mia mascella è diventata teatro di una guerra fredda ospedaliera franco-russa” (p. 55). Al risveglio dall’intervento chiede per la prima volta la morfina per placare il dolore. Dimessa dall’ospedale, passa la convalescenza a Grenoble dalla madre, ma si accorge presto di aver contratto un’infezione da streptococco nella sala operatoria parigina.

 

Il suo corpo, già al centro di una battaglia medica franco-russa, diventa ora teatro di scontro tra Parigi coi suoi ospedali-fabbriche, in cui si è trattati come un numero e non come un paziente, e quelli di provincia. A Grenoble le propongono di rimuovere la placca infetta, ripulire la zona, sostituirla con un sistema di fissaggio esterno. Davanti alle sue esitazioni i medici le prospettano foschi orizzonti: finire come il figlio di Depardieu o, in extremis, il suicidio.

Alla fine verrà operata a Parigi. Tutto sembra andare per il meglio senonché, prima di tornare sulle Alpi per riposarsi, squilla il cellulare: il tirocinante dell’ospedale la intima di scendere dal treno, di fare retromarcia, d’isolarsi in quanto hanno rilevato un rischio di tubercolosi. Nastassja entra in crisi, ci pensa su e, con un sollievo di più di un lettore ormai appassionato alle sue vicissitudini, prosegue il suo viaggio alpino. A Grenoble le analisi sono negative: nessuna presenza della tubercolosi parigina, ennesima occasione per denigrare il sistema sanitario della ville lumière. Dalla Salpêtrière tra l’altro non arrivano più telefonate: è il 13 novembre 2015, giorno degli attentati di Parigi, gli ospedali hanno altre urgenze da gestire, altre vite da salvare, altri volti sfigurati da ricostruire.

 

 

Cosa sta diventando il corpo di Nastassja? “un territorio nel quale chirurghe occidentali dialogano con orsi siberiani. O piuttosto, cercano di stabilire un dialogo” (p. 65). Il suo corpo già ibrido, mescolanza umano-animale, forma esogena in piena metamorfosi, alchimia di mondi diversi fa spazio non solo all’orso ma anche a un batterio. È ora di mettere fine a tale assedio:  “Bisogna cicatrizzare. Chiudere significa accettare che tutto ciò che è stato depositato dentro di me ne faccia ormai parte, ma che d’ora in avanti non si entra più. Mi chiedo: all’interno deve davvero somigliare all’arca di Noé” (p. 64).

Fortuna che anche negli ospedali a un certo punto le luci si spegnono e cala la notte: Nastassja sta meglio quando può immergersi nell’oscurità: “la notte vedo con maggior chiarezza perché vedo oltre; ben oltre ciò che percepiscono nell’immediato i sensi della vita umana” (p. 49).

 

Perdonare l’orso

“Oh, orso” disse, strofinandogli il collo. 

Si alzò e si levò i vestiti perché faceva troppo caldo. 

Si distese in disparte, lontana dal fuoco, un po’ discosta da lui, 

e nella desolazione cominciò a far l’amore con se stessa.
L’orso si risvegliò dal suo torpore, cambiò posizione e si girò. 

Tirò fuori la lingua. 

Era grassa e – come riportato dall’Enciclopedia – con dei solchi longitudinali. Cominciò a leccarla […]

“Orso, orso” sussurrò stuzzicandogli le orecchie. 

La lingua era muscolosa ma si allungava anche come un’anguilla 

a scandagliare tutti i suoi luoghi più segreti. 

E, come non le era mai accaduto con un essere umano, 

era una lingua capace di dispensare piacere ininterrottamente. 

Quando venne, cominciò a piangere e l’orso leccò le sue lacrime

 

Si cosparse di miele e gli parlò a sussurri, 

ma appena il miele fu leccato via, 

lui si allontanò con una scoreggia, appagato troppo in fretta.

Marian Engel, Orso

 

Quando il suo amico Andrej va a trovare Nastassja in ospedale, le prime parole suonano sconcertanti: “Nastja, hai perdonato l’orso?”, e dopo una pausa rincara: “Devi perdonare l’orso” (p. 33). Quando lei annuisce, lui commenta: “Non ha voluto ucciderti, ha voluto marchiarti. Adesso sei medka, colei che vive tra i due mondi” (p. 34). Fa ovvero parte di quella categoria rarissima di sopravvissuti all’attacco di un orso che, da allora in poi, sono metà umani metà orsi.

Siamo lontani dalla visione occidentale; come appunta in un elenco nei tempi morti della convalescenza, l’orso rappresenta: “La forza. Il coraggio. La temperanza. Il ciclo cosmico e quello terrestre. L’animale preferito di Artemide. Il selvaggio. La tana. Il distacco. La riflessività. Il rifugio. L’amore. La territorialità. La potenza. La maternità. L’autorità. Il potere. La protezione” (pp. 69-70). Una storia ben ricostruita da Michel Pastoureau in L’orso. Storia di un re decaduto (Einaudi 2008).

Attacco brutale o incontro iniziatico? Sopravvissuta per il rotto della cuffia o medka? La mediazione tra due mondi diversi è il midollo di Credere allo spirito selvaggio. Pubblicato in una collezione di letteratura e non di divulgazione scientifica, ha ricevuto il premio letterario Joseph Kessel nel 2020. La scrittura di Martin, precisa e concisa, è sospesa tra antropologia e letteratura, specchio della sua ambizione scientifica quanto poetica, non dissimile da quella di Anna Tsing. 

 

Una scrittura resa necessaria dall’oggetto in questione. Se per Marcel Mauss l’antropologo doveva restituire l’atmosfera di una società, oggi il suo compito è, secondo Martin, più complesso, confrontato com’è a collettività che subiscono violenti cambiamenti climatici (come in Alaska) o vivono situazioni post-coloniali irrisolte. Un mondo frammentato che incrina una visione organica o coerente; un mondo che muta assieme alle parole che lo raccontano. Martin è sensibile a questa congiuntura e alle sue interrogazioni: come descrivere dei collettivi umani cui non si appartiene? Come esprimere l’alterità? Come veicolare idee che vengono da un altro mondo? Che ruolo gioca la lingua in cui si scrive e si traduce la ricchezza del reale senza ridurla? Come praticare un’antropologia critica, consapevole che gli antropologi hanno proseguito, sotto un’altra forma, l’impresa coloniale dei missionari?

 

Credere allo spirito selvaggio è articolato in quattro stagioni, anche se l’ultima, l’estate, occupa poco più di una pagina. Tuttavia anziché seguire la linearità temporale, alterna veglia e sonno, al punto che il lettore deve arrivare quasi alla fine per conoscere i dettagli dell’attacco – o incontro iniziatico? – dell’orso. È chiaro, del resto, che non si tratta semplicemente di un memoir sul calvario ospedaliero dell’autrice, di un libro sul riparare i viventi, per riprendere il titolo del romanzo di Maylis de Kerangal, che non a caso ha spinto Nastassja a scrivere quest’ibrido letterario e antropologico.

Infatti a un certo punto la convalescenza giunge al suo termine, l’osso mandibolare ricresce, l’innesto ha attecchito. Se fosse un’autobiografia o un film biopic, potrebbe chiudersi qui: in modo amaro, con lo sguardo di un suo amico che incrocia per strada e non la riconosce. In modo sociologico, con un ritorno al suo laboratorio di antropologia dove i colleghi la trovano cambiata, perché la natura animale non è più il suo oggetto di studio ma ciò di cui sono composte le fibre più intime del suo essere. In modo animale, con l’orso ibernato nella sua tana e un pezzo di mandibola umana che lo aiuta a svernare.

 

 

Niente di tutto questo: a mia grande sorpresa, girovagando per Parigi Nastassja entra in un ufficio per ottenere il visto per la Russia. Due settimane dopo è lì. “Per guarire devo allontanarmi. Essere al sicuro dalla gente. Dai medici. Dalle ricette e dalle diagnosi. Lontana dagli antibiotici. Ancora più lontana dalla luce elettrica. Voglio il buio, una grotta, un rifugio, voglio candele, la notte, una luce morbida e soffusa, il freddo all’esterno, il caldo all’interno e pelli di animale per isolare le pareti” (p. 73), spiega a una madre allibita. Ma Nastassja è come Artemide nella foresta, “senza la quale la dea sarebbe finita nel nulla” (p. 74). Solo così può perdonare, solo così può perdonarsi. Deve tornare al buio perché è nel buio, quello della foresta, quello delle fauci ursidi, che tornano gli spiriti, fauves quanto l’orso, fauves quanto lei.

 

Diventare orso

Giocavano come le foche. 

Lui nuotava sotto di lei e le soffiava delle bolle contro il seno. 

Lei allargava le gambe per catturarle

 

“Orso” gridò. “Ti amo. Staccami la testa”. 

L’orso non ubbidì ma la sua febbre mestruale lo rese più assiduo. 

Era un po’ spaventata, ubriaca e attratta dal pericolo. 

Si aggrappò al suo pelo folto che le scivolava tra le mani, 

cercando di far presa sulla parte più molle

Marian Engel, Orso

 

Tvajan, mare di Okhotsk, meno trenta gradi, niente internet e niente telefono. “Sono tornata sui miei passi come gli zibellini nella neve quando ingannano il loro inseguitore” (p. 84). È circondata da uomini e donne che sanno riconoscere gli interstizi tra i mondi. Girando per la foresta si ricentra: “soltanto gli umani attribuiscono una tale importanza all’immagine che gli altri hanno di loro. Vivere nella foresta è un po’ questo: essere un vivente in mezzo a tanti altri, oscillare con loro” (p. 111).

Si riposa, mangia carne di renna e soprattutto sogna tantissimo, come spesso accade quando si è lontani dalle mura domestiche. E il sogno è importante da quelle parti, in quanto permette di dialogare con le anime di altri viventi, di altri animali, che a loro volta sognano altri viventi, umani inclusi. Sognando siamo anche sognati: “i confini tra noi e l’esterno si cancellano a poco a poco, come se ci disintegrassimo lentamente per scendere nelle profondità del tempo onirico in cui nulla è ancora stabilizzato, in cui le frontiere tra gli esistenti continuano a fluttuare, in cui tutto è ancora possibile” (p. 96). 

 

Solo qui realizza che non è sopravvissuta “per miracolo”, che non è questione di intervento divino, di mano dall’alto, di grazia ricevuta. Solo qui realizza che l’incontro con l’orso era inevitabile e che la violenza proviene dalle due parti. Nastassja la porta dentro di sé, nel suo non darsi pace, nella sua mancanza di stabilità e appagamento. Quasi che l’orso non costituisse un ostacolo, un incidente di percorso ma un andare incontro al proprio destino, a una se stessa sconosciuta: “Mi dico che, senza volerlo ammettere, ho dovuto cercare sull’altopiano colui che avrebbe infine rivelato la guerriera che è in me; che proprio per questo motivo quando mi ha tagliato la strada io non sono scappata da lui. Anzi, mi sono gettata nella battaglia come una furia, e ciascuno ha lasciato il suo marchio sul corpo dell’altro. È difficile da spiegare, ma so che questo incontro è stato preparato” (p. 70). 

 

Che le stesse considerazioni valgano anche per l’orso? chissà. Domanda non peregrina perché, come le spiega un locale: “Gli orsi non sopportano di guardare gli umani negli occhi perché ci vedono il riflesso della propria anima. […] Un orso che incrocia lo sguardo di un uomo cercherà sempre di cancellare ciò che ci vede. Ecco perché se vede i tuoi occhi ti attacca, è inevitabile” (p. 99).

Il soggiorno è rigenerante; qui può piangere e dar libero sfogo alla sua vulnerabilità perché, lo dovevo dire prima, Credere allo spirito selvaggio parla della nostra vulnerabilità. Un giorno la sua amica le dice: “Eri già matucha [cioè orso nella lingua evena] prima dell’orso; adesso sei medka, metà e metà. Sai cosa significa? Significa che i tuoi sogni sono tanto suoi quanto tuoi” (p. 95). Lei e l’orso continuano a inseguirsi in sogno. È poetico ma i risvolti lo sono un po’ meno. Presto apprende che i medka, secondo una tradizione locale controversa, portano anche sfortuna, al punto che è meglio non toccare le loro cose. Restano creature perseguitate a vita dall’orso, nel sogno come nella vita reale. Diciamolo altrimenti: le medka sono delle streghe. Che Nastassja sia scappata da un sistema di significati per finire in un altro? Che si tratti dell’ennesima categorizzazione? Che la smania di mettere etichette, di delimitare qualcosa di altrimenti impensabile sia propria anche a questa cultura animista?

È ora di tornare in Francia.

 

Essere orso

Orso, non posso ordinarti di amarmi, ma credo che tu mi ami. 

Tutto ciò che voglio è che continui a esistere, a esistere per me. 

Tutto qui. Orso.

Marian Engel, Orso

 

“Quel giorno, il 25 agosto 2015, la notizia non è: un orso attacca un’antropologa francese da qualche parte nelle montagne della Kamčatka. La notizia è: un orso e una donna si incontrano e le frontiere tra i mondi implodono” (p. 107). È un incontro con l’archetipo, con “l’uomo barcollante col sesso eretto di fronte al bisonte ferito nel pozzo di Lascaux” (p. 108). Nastassja e l’orso sono due fauves, due creature selvagge, due predatori solitari il cui incontro fa collassare i mondi distinti da cui provengono. Nastassja vive In the eye of the wild, per citare il titolo della versione inglese, come se il selvaggio avesse uno sguardo, come se il selvaggio ci guardasse.

Nastassja è la donna-orso che non attraversa la soglia porosa tra due mondi – umano e non-umano – ma che, tra mille vicissitudini, la vive sulla sua pelle e nella sua anima, nella veglia e nel sogno. Nastassja vive nel tra-due-mondi. “Ecco la nostra situazione attuale, dell’orso e mia. Essere diventati un punto focale di cui tutti parlano ma che nessuno capisce” – “Io e l’orso parliamo di liminarità” (p. 88). Per questo diventano alleati.

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