Incontro a fragili bellezze

In questi giorni straniti in cui tutti siamo diventato dei rifugiati in casa propria capita di riflettere o semplicemente di avvertire la propria fragilità; nuda e cruda assale come qualcosa che abbiamo tenuto nascosto, rimosso, che abbiamo – più o meno inconsapevolmente – voluto dimenticare.

L’altro giorno davanti a una farmacia; persone in attesa, guardinghe, qualcuno con la mascherina o anche solo una sciarpa sul viso. Attraverso le vetrine della farmacia, immagini di donne scintillanti, immobili nelle pubblicità di una crema, un siero, un elisir se non di lunga vita, almeno di certa, procrastinata giovinezza. 

L’attesa nervosa e le vetrine: non accade nulla ma sono con evidenza due immagini, solo apparentemente distanti tra loro, della stessa fragilità, delle stesse paure.

 

Nuovo cinema paralitico, visibile sul Corriere online, è un progetto di Davide Ferrario e Franco Arminio. Una serie di brevi episodi girati in luoghi periferici, nascosti, minimali. Un progetto, dice Davide Ferrario, che “...prende la forma di una sorta di viaggio in Italia, fatto di brevi episodi di al massimo due minuti ciascuno. Troupe minima, si gira su un percorso di massima, lontano dai grandi centri, tenendo gli occhi aperti e guardandoci intorno, pronti a qualsiasi digressione” 

Un cinema dove non accade niente e la consapevolezza che in paesi “dove stai due ore sai che il film è cominciato da moltissimi anni ma tu puoi vedere solo qualche scena. È un po’ come guardare frammenti di un affresco che è andato perduto”, scrive Arminio. 

Un cinema su quelli che “stanno all’ultimo banco”, su piazze senza folle, su strade di incerta fortuna, su panorami trascurati ma capaci di trasmettere bellezza imprevista e imprevedibile,

Ecco, quello che da questi giorni è visibile in puntate sul Corriere e in seguito in un film in preparazione è anche un film sulla fragilità che ci circonda, sulla fragilità e la bellezza che attraversano i luoghi e le persone che li abitano. Una bellezza e una fragilità di cui il nostro paese abbonda, basta solo saperla cercare, basta solo saperla guardare...

 

 

Sembra essere questa la sfida del progetto Nuovo cinema paralitico con la regia e le scene di Ferrario che ricordano qualcosa della silenziosa magia di Wim Wenders.

Paesaggi casuali, semi urbani, periferici, paesaggi naturali e soprattutto sempre paesaggi umani, con le irruzioni poetiche di Franco Arminio che fanno spesso da introduzione o collante per le immagini.

Lontano e dietro questi paesaggi sembra esserci la consapevolezza che Pier Paolo Pasolini aveva ben colto negli anni della grande trasformazione del nostro paese:

Questa strada per cui camminiamo con questo selciato sconnesso e antico non ė quasi niente... è un’umile cosa, non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte d’autore stupende della tradizione italiana ...eppure penso che sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore con cui si difende un’opera d’arte di un grande autore...”

Negli episodi di Nuovo cinema paralitico, questo sembra valere per le cose minute come per le persone.

 

La parola paesaggio ha un’etimologia che rimanda a paese, vale a dire che c’è nel paesaggio la nozione di naturale sì ma anche quella di culturale, legata alla presenza umana, a tutte le attività del vivere. Ecco, in questo senso, le immagini di Ferrario sono sempre paesaggi e mai panorami. Una serie di episodi e il film che si preannuncia come un film sui luoghi e la gente sì del “paese dei mille borghi e mille campanili”, ma soprattutto di quelli più nascosti, marginali, casuali quanto imprevedibili.

Una definizione, quella dell’Italia come “paese dei mille borghi e dei mille campanili”, antica, tradizionale, per certi versi persino “pop”, ma alla quale non mancano elementi di assoluta veridicità. La qualità del nostro paesaggio costituisce ancora un elemento di assoluto valore, frutto di una storia a lungo frammentata e di caratteristiche geografiche molto varie, inevitabilmente di una bellezza molto varia. Oggi, il tratto comune è tuttavia quello di un paesaggio fatto anche di comunità residue minute, disorientate, fragili, sospese tra una tradizione in via di esaurimento e un futuro quanto mai incerto.

 

Un vecchio film di Jean Jacques Annoud, La guerra del fuoco, del 1981, aveva la magia di immagini silenziose e via via sempre più poetiche. Non un dialogo infatti tra gli ominidi della preistoria alla ricerca della loro umanità e agli albori di una prima civiltà (la conquista del fuoco). Quell’effetto mi è tornato in mente guardando alcuni episodi di Nuovo cinema paralitico

Se è la fragilità e la bellezza del vivere quella ricercata, allora la poesia e la bellezza in un film intero può essere accentuata da quella “nostra primordiale”, fatta di gesti e di poche parole, fatta delle parole casuali dell’umanità che via via ci viene incontro, in cui la poesia sta prima di tutto nella fragilità dell’esserci e nel saperla riconoscere.

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