Julian Rosefeldt. Manifesto

Con certezza, la chiave di lettura dell’intero corpus artistico di Julian Rosefeldt è “mantenere la storia presente”, seguendo pedissequamente quanto sostiene Andrej Tarkovskij nella citazione “senza la memoria, una persona diventa prigioniera di un’esistenza illusoria, cadendo fuori dal tempo, non riesce a trovare il suo collegamento con il mondo esterno”. Come un filo rosso che collega e percorre ogni sua opera, sin dai primi lavori affiora l’esigenza di portare alla luce quelle tracce storiche che attraversano l’attuale quotidiano, perché sono “il fondamento di ciò che al momento siamo”. Quelle tracce, che già nella prima opera realizzata nel corso dei suoi studi di architettura, ha ricercato e rinvenuto nella sua città natale. È, infatti, negli edifici di Monaco di Baviera che individua quanto è rimasto del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler. Nonostante molti di essi non mostrino più tale passato, numerosi palazzi furono appositamente costruiti e, altrettanti, furono requisiti agli ebrei, per impiantare il quartier generale nazista per il quale lavoravano circa seimila persone, dislocati in sessantotto edifici. Seppure ad alcuni è stata cambiata la destinazione d’uso e sono tuttora utilizzati – in uno ad esempio è stato allestito un museo, in un altro un Conservatorio –, non mostrano nessun segno del passato e, di conseguenza, non tutti ne conoscono la loro storia. Da qui è nata l’esigenza di Rosefeldt di perlustrare questi ambienti, scoprendo, così, stanze, tunnel, corridoi, ormai in disuso o impiegati come magazzini di materiali, che l’artista ha mappato attraverso una serie fotografica, con la quale ha strutturato il suo primo lavoro artistico. È nato, allora, il progetto, più ampio e articolato, di Archive of Archives (1995), con cui ha documentato i luoghi di raccolta, conservazione e archiviazione della città. Tuttavia, la fascinazione subita dal cinema, o meglio “dalle immagini in movimento”, lo dirige, ben presto, anche verso i video, realizzando delle elaborate installazioni multicanali e multischermo. Eppure, anche in questa pratica artistica, la formazione di architetto prepotentemente amministra ogni lavoro.

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


Perché le installazioni, naturalmente, si calano in uno spazio che ne determina la distribuzione, le dimensioni, la sincronizzazione del suono, anzi, “l’architettura della musica”, perché deve essere considerato e armonizzato ciò che avviene su ciascun schermo. Come magistralmente esegue in Manifesto (2015), videoinstallazione multischermo attualmente allestita nel Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 22 aprile 2019. Inoltre, fino al 24 marzo, nella Fondazione Memmo, sempre nella capitale (dove attualmente Julian Rosefeldt è borsista presso l’Accademia Tedesca di Villa Massimo), un altro suo lavoro è esposto nella collettiva Conversation piece / part V – non v’è più bellezza, se non nella lotta (Marinella Senatore, Rebecca Digne, Invernnomuto, Julian Rosefeldt). 

 

È bene ricordare che, dei tredici video che la compongono, è stata realizzata una versione cinematografica presentata al Sundance Festival nel gennaio 2017 e circolata, per un numero ristrettissimo di giorni, anche nelle sale italiane. Trasposizione che, occorre dirlo, non rende affatto giustizia alla complessità dell’impresa, pressoché titanica, di Julian Rosefeldt. Rispondendo, infatti, a quelli che i ritmi della narrazione filmica impongono, il montaggio ha quasi svilito la ricercatezza e la raffinata articolazione dell’installazione, sbiadendo del tutto l’acme dell’intero lavoro fissato verso l’ottavo minuto della proiezione. Trasferimento che ha creato un “prodotto” che, in qualche misura, ha messo in crisi anche le categorie del cinema stesso, se degli articoli del settore lo hanno, difatti, definito “genere: drammatico, sperimentale”. L’unico punto di forte contatto tra la versione cinematografica e la videoinstallazione, distinguibile con incontestabile forza in entrambi, è la potenza dell’incommensurabile Cate Blanchett. Nonostante l’artista tedesco sia ben conscio del rischio che la presenza della (giustamente) vincitrice, per ben due volte, del premio Oscar possa fagocitare i video, è entusiasta della partecipazione perché consente di raggiungere, senz’altro, pubblici diversi e nuovi e porli in contatto con quest’universo, attraverso scritti di cui probabilmente non sono al corrente. 

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


Manifesto, però, non nasce improvvisamente. Le premesse facilmente si rintracciano in Global Soap (2000/2001), The Soundmaker (2004) e American Night (2009). 

Traendo ispirazione dall’atlante di immagini Mnemosyne di Aby Warburg, in Global Soap Rosefeldt, invece, realizza una colossale collezione di immagini, tratte dalla cultura più emblematicamente pop: la soap opera. Chiedendo la collaborazione dei Goethe Institutes sparsi per il globo, si è fatto spedire le soap più seguite nei diversi paesi. Attraverso una comparazione fra loro e, seppur geograficamente distanti, ha rintracciato gesti, espressioni, posture, pressoché sovrapponibili gli uni con gli altri, raggruppati in circa 300 “situazioni archetipe”, che, non di meno, hanno creato una specifica estetica e creato delle “nuove icone”. 

Parte della Trilogy of Failure (2004/2005), The Soundmaker è un’installazione a tre canali che illustra altrettante diverse ambientazioni, con inquadrature aeree e frontali, dove sono descritti alcuni rituali quotidiani personali e il loro reiterarsi, nonostante i risultati negativi raggiunti. L’azione principale, svolta nello schermo centrale attraverso gesti minimi e piccoli oggetti, è completata dai due schermi laterali che mostrano la procedura della creazione del suono. Svelando i meccanismi del cinema, l’artista invita a riflettere sui meccanismi della vita stessa. 

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


È invece una riflessione sul cinema occidentale American Night, un’installazione a cinque canali, che analizza il “mito della frontiera”, con chiare allusioni all’attuale politica estera degli Stati Uniti. Girato nel deserto di Tabernas (Almeria, Spagna), lo stesso dove Sergio Leone girò la sua “trilogia del dollaro” (Per un pugno di dollari, 1964; Per qualche dollaro in più, 1965; Il buono, il brutto, il cattivo, 1966), con una esplicita citazione di La Nuit Américaine di François Truffaut (1973), attraverso i motivi principali del cinema western, il saloon, la strada principale nel deserto, il bivacco notturno intorno al fuoco, la donna attesa, nuovamente Rosefeldt svela gli artifici cinematografici, rendendo palesi gli sfondi del set mentre i cinque cowboys intorno al fuoco, citano frasi di altri film, testi di canzoni, dichiarazioni di politici. 

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


Presentata per la prima volta all’ACMI – Australian Centre for the Moving Image di Melbourne nel 2015, la videoinstallazione Manifesto ha radicalmente annullato l’architettura del piano nobile del Palazzo delle Esposizioni, cancellando la percezione della rotonda centrale, lasciando le quattro colonne centrali, non visibili però per l’intera altezza. La bellezza e la poesia di questo lavoro sono riposte nell’abilità dell’attrice, che riesce a interpretare tredici distinti personaggi, con altrettante inflessioni linguistiche dissimili, calati nello stesso numero di differenti realtà, ricche di dettagli e puntuali frammenti; ma sono riposte anche, e soprattutto, nella ricchezza delle immagini e nell’accurata ricerca dei testi compiuta dall’artista, mediante i quali ha ripercorso, e ricostruito, i movimenti artistici che hanno attraversato il XX secolo, con incursioni anche sul Cinema e sull’Architettura. Egli ha, così, collazionato cinquanta scritti, i più grandi e importanti proclami teorici, politici, e rivoluzionari di artisti, compositori, architetti, cineasti, del secolo scorso. 

Girato a Berlino in appena undici giorni nel 2014, l’artista e il suo team decisero di produrre una media di dodici minuti al giorno. Con una durata di 130’, consiste in tredici segmenti: dodici di 10:30’ (tre dei quali proiettati su schermo bifacciale), ove sono compressi passaggi di diversi scritti di diversi autori, più uno di 4’ (Prologo). 

 

Quasi in un gioco di bilanciamenti, o riscatto, come la maggioranza dei testi sono stilati da uomini, così tutti i personaggi dei video sono donne, ad eccezione del Senzatetto. Sull’immagine di una miccia che lentamente brucia, la voce fuori campo dell’attrice dichiara “Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria”, tratto dal primo manifesto della storia, ovvero, dal Manifesto del Partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, del 1848: è il Prologo, l’inizio, la miccia, di tutto quello che in seguito è accaduto nel Novecento. Non essendo stato tracciato un percorso rigido, lo spettatore può liberamente costruirsi la sua sequenza, decidendo, di volta in volta, davanti a quale personaggio sedersi e quale situazione ammirare. Ad affascinare, sono le ambientazioni, le architetture, elevate a co-protagoniste, e i personaggi scelti per ogni contesto, cui si accompagnano riprese dall’alto, frontali o di spalle. 

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


Lungo elencare tutti i cinquanta testi, spalmati per i tredici filmati, direttamente interpretati o con voice-over. Così, per sommi capi, il Senzacasa, con il suo carrello per la spesa piena di fagotti, in compagnia di un cane, vaga tra le macerie di una fabbrica chimica abbandonata, dove incontra anche una scimmia, sta al Situazionismo. Dopo essersi inerpicato su una scala in ferro, con un megafono urla al mondo, incita a una “rivoluzione del cambiamento” (Guy Debord, Manifesto dell’Internazionale Situazionista, 1960). La Ragazza punk tatuata sta allo Stridentismo/Creazionismo perché “non avete fatto i conti con la mia follia” (Manuel Maples Arce, Pillola stridentista, 1921). La Broker seduta alla scrivania di una grande sala zeppa di postazioni di lavoro con schermi di computer, sta al Futurismo con “noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro” (Filippo Tommaso Marinetti, Fondazione e Manifesto del Futurismo, 1909). Per l’Amministratrice delegataVorticismo/Cavaliere Azzurro/Espressionismo Astratto, in un grande salone gremito di gente durante un ricevimento, in una casa su un lago, “esiste una sola verità, noi, e tutto è permesso” (Wyndham Lewis, Manifesto, 1914). L’Oratrice al funeraleDadaismo declama “niente pittori, niente letterati, niente musicisti, niente scrittori, niente religione …” (Louis Aragon, Manifesto Dada, 1920). La CoreografaFluxus/Merz/Happening urla “pretendo il principio di uguali diritti per tutti i materiali” (Kurt Schwitters, Il teatro di Merz, 1919).

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


 L’Operaia in un inceneritore di rifiutiArchitettura, che dichiara “io amo gli elementi che sono ibridi piuttosto che puri” (Robert Venturi, Una architettura non semplice: un manifesto gentile, 1966). La BurattinaiaSurrealismo/Spazialismo constata che “recentemente si è finalmente portata alla luce una parte del nostro mondo mentale: il sogno” (André Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924). “Sono per l’arte che ti metti e ti togli, come i pantaloni; che si buca come i calzini; che si mangia come una fetta di torta” (Claes Oldenburg, Sono per un’arte …, 1961) afferma la Madre tradizionalista con la famigliaPop Art durante la preghiera di ringraziamento prima del pasto. Perché “niente è originale” (Jim Jarmusch, Le regole d’oro per fare cinema, 2002), lo scrive sulla lavagna e lo ribadisce a voce l’InsegnanteCinema della scuola primaria. “Con questo primo esperimento è stato posto nella coscienza il fondamento dell’imitazione delle forme della natura” (Kazimir Malevič, Manifesto del Suprematismo, 1916) è dichiarato, mentre la ScienziataSuprematismo/Costruttivismo, con una tuta candida e uno stemma che riproduce la scala a chiocciola, nonché il vortice dei pensieri (chiara citazione di Vertigo di Alfred Hitchock), appena percorsa, osserva con diffidenza e curiosità una forma parallelepipeda nera sospesa in una stanza da esperimento. Mentre la Blanchett arriva a sdoppiarsi in Telecronista e reporterArte Concettuale/Minimalismo in cui la telecronista chiede “Cate, come andare avanti se l’azione è guardare l’azione”, e la reporter risponde “Ebbene, Cate, forse tutto questo potrebbe essere affrontato se l’uomo non avesse davanti un buco nero” (Elaine Sturtevant, Strutture mentali mutevoli, 1999). Mentre l’Epilogo, sulle immagini a ralenti di alunni che giocano nel cortile di una scuola, è affidato completamente alle frasi di Lebbeus Woods (Manifesto, 1993) che chiude affermando “Domani inizieremo insieme la costruzione di una città”.

 

Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018.


Come si è detto, ciò che maggiormente affascina, è il concerto di voci che, circa all’ottavo minuto, si sincronizzano, col volto dell’attrice che fissa in camera, parlando, con una voce sommessa e monotona, direttamente a noi. Perciò, una riflessione sul Manifesto di allora e sulla situazione attuale, sugli slanci di allora e sull’invito all’azione oggi. 

 

Julian Rosefeldt. Manifesto, Roma, Palazzo delle Esposizioni. Fino al 22 aprile 2019.

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