Manifesto di un’attrice

Beati coloro che usano una macchina da presa e non sono obbligati a narrare, o documentare. Beato chi ne fa un uso che inganna le attese e rallenta, e dentro un frame fa scorrere impercettibilmente un significato, o un infinitesimo movimento. Nel cinema prodotto per il consumo cinematografico pochi registi se lo permettono: Tarkovskij, Lynch, von Trier, Jarmusch, anche Sorrentino se vogliamo, con un narcisismo voluttuoso che così bene ha devastato parodisticamente Maurizio Crozza. In Tarkovskij la lentezza della camera è metafisica, in Lynch è l’occhio dell’inconscio che emergendo si mette a narrare in irrazionale psichismo.

 

 

Manifesto è l’installazione multi-channel video che l’ex architetto e artista australiano-tedesco Julian Rosefeldt ha presentato a Melbourne (città natale di Cate Blanchett) nel dicembre del 2015 e poi sino ad oggi a Berlino, Sidney, Stoccarda, Monaco, New York, Parigi, Atene, Amsterdam, Helsinki, Buenos Aires, Shangai. Pochi mesi fa, al Sundance Festival, ha presentato la versione in lungometraggio dei tredici capitoli dell’opera, tutti interpretati come attrice protagonista da una straordinaria, proteiforme Cate Blanchett. Si può vedere in tv, su Sky ARTE, o su altre piattaforme cinema; nel corso del 2018 l’installazione tornerà al Musée d'art contemporain di Montréal e all’Auckland Art Gallery, in Nuova Zelanda.

 

Manifesto cos’è? L’idea di Rosefeldt è partita dal valore di ispirazione politica, dai sogni sovversivi dei “manifesti” della politica ottocentesca e dell’arte del Novecento e contemporanea: quando gli artisti visivi scrivono, salvo casi particolari di un biathlon sportivo tra due discipline (ad esempio, Marinetti per il Manifesto futurista o Breton per quello surrealista – per Cocteau possiamo parlare di triathlon), si esprimono in una retorica e in una sintassi davvero eccentriche, che stanno tra la affabulazione di un folle e il delirio geniale di un ispirato, saltando oltre ogni luogo o senso comune. Come inscenare i manifesti di Marx&Engels, di dadaisti, surrealisti, situazionisti, minimalisti, Fluxus, vorticisti, Merz o Fontana? Qui Rosefeldt dell’arte concettuale ha sfoderato la potenza più vasta, scegliendo anche per realismo di budget una sola location, Berlino, e dodici giorni di riprese.

 

 

Ha ideato una drammaturgia per ogni episodio, muovendo la camera con droni o steadycam, abitando au contraire gli spazi: quelli mozzafiato e solenni di una vasta area industriale dismessa (Vattenfall); della centrale termica Klingelberg CHP; degli ascensori esterni della Ludwig Erhard Haus; della dismessa torre-spia di Teufelberg (che usavano gli americani per spiare la Germania Est) o dell’interno di un hotel, o di una splendida villa contemporanea su un laghetto o di un’altra vertigine verticale, la biblioteca dell’Università Tecnologica di Brandeburgo, progettata dagli svizzeri Herzog & De Meuron (che ricorda l’NH Tech del Lingotto di Torino progettato da Renzo Piano) dove si sprofonda in slow motion su una sala zeppa di convulsi agenti di borsa con uno stordente e ipnotico fuori sincrono del mormorio di fondo ai telefoni. 

 

 

Il Prologo è abbagliato dal primissimo piano sfocato e psichedelico (video in slow motion, audio in tempo reale) di bacchette e razzi di fuochi di artificio innescati da due indefinibili donne in poveri cappottoni. Molto lentamente il drone scende all’alba su una formichina, che poi si rivela un essere umano in cammino in mezzo ai ruderi e infine un homeless («shithole» direbbe Donald Trump) lercio, avvinazzato e furioso con capelli sporchi e un orrendo berrettaccio, che traina una scassata sporta a rotelle: solo quando il barbone urla furioso qualche frase situazionista sporgendosi prima sul vuoto e poi berciando nella macchina da presa: scopriamo che dentro quei panni c’è Cate Blanchett metamorfosata in ripugnante relitto della civiltà urbana.

 

 

Rosefeldt è architetto, quando sceglie le location: «Cercavo luoghi suggestivi ma non riconoscibili nella loro funzionalità; esterni e interior design, non come qualcosa che esplicitamente rafforzasse un significato per l’episodio, ma piuttosto come un elemento complementare, come un tocco enigmatico». La compatriota Blanchett è diventata partner nella realizzazione del progetto, cercando con Rosefeldt un messaggio di valori, di interrogativi sulla nostra condizione umana.

 

Blanchett è chic e stronza in tailleur nero mentre vende azioni; o topclass e mondana amministratrice delegata in un party di vertici aziendali; o scienziata sbalordita in una tuta anti-contaminazione; o svitata primadonna coreografa russa che strapazza il corpo di ballo; o mesta operaia di cantiere con elmetto rosso; o glaciale e carismatica conduttrice di un tg live; o artigiana di burattine con il suo volto una “ordinaria” azione teatrale stravolge con la magniloquenza dei manifesti il parlato del contesto verosimile.

 

 

L’attrice ogni volta recita o addirittura cantilena guardando nell’inquadratura in stile monotono minimalista (la musica fredda e malinconica è composta dal berlinese Nils Frahm) un monologo con tempi e prosodia equivalenti all’azione, che diventano invece stranianti per il contrasto con la lettera del testo.

 

 

 

Tre elementi (paesaggio imponente; bellezza del volto e maestria interpretativa di Blanchett (il film che più torna in mente è Carol di Todd Haynes); testo retorico dei manifesti contestualizzato in modalità alienata) fanno di Manifesto un film d’arte concettuale visuale e teatrale di bellezza unica, come le creazioni video pseudoimmobili di Bill Viola.

 

Quattro capitoli di Manifesto sono infine i minuti più belli visti negli ultimi anni: quando Cate è maestra meravigliosa e carismatica in una classe elementare di bravissimi attori-bambini; quando – vedova bella ricca e sdegnata – pronuncia al cimitero un commiato di denuncia e verità davanti alla bara del caro estinto; quando è una badass girl di un gruppo punk nel lerciume di un camerino prima di un concerto e sbevazza birra e sfumacchia sigarette fino ad aggredire la camera e oltraggiandola uscendo di campo a sinistra; quando madre di famiglia conservatrice e religiosa chiama alla preghiera i tre figli e il capofamiglia (il suo vero attuale fortunato marito Andrew Upton!) prima del pasto, con i figli che ridacchiano alle parolacce dell’artista furioso di turno che inveisce contro l’ipocrisia borghese.

Quale migliore presidente di giuria potrebbe mai avere il Festival di Cannes 2018, se non lei: la colta, stupenda, riservata musa Cate Blanchett?

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