La lingua naturale

La lingua naturale non esiste. Accade spesso, certo, che si confondano le due categorie – anche se nella stessa scelta della parola è evidente che si tratta di appigli raffazzonati; incertezze terminologiche di riuso – di Lingua e di Linguaggio. L’affermazione “non esiste” potrebbe sembrare eccessivamente perentoria, quando non si parta dalla ricreazione scritta (dall’invenzione, vìa) di grammatiche e di linguaggi letterarî che testimoniano, e ratificano, l’artificiosità d’arrivo delle lingue descritte (e quindi ricreate). In sostanza: vogliamo considerare naturale lo sforzo linguistico inerziale, almeno ai nostri occhi, di Toto nel Mago di Oz; o la percezione diffratta di Buck nel Richiamo della foresta (o il loro contraltare pluriversale dei Conigli della Collina più o meno omonima)? Non c’è lingua naturale perché forse non esiste neppure la natura: se la riconosciamo nella sua ricreazione scritta e intanto non la consideriamo parte integrante di noi (così come ne siamo parte noi quando ne invochiamo una definizione scritta, per l’appunto). Già.

 

Un’approssimazione di ‘natura’ richiede uno sforzo comprensivo che interessa tutte le dimensioni narrative. Anzi. Nel tentativo di appropriarsi della natura – quale che sia: si tratta comunque di un agonismo mimetico che passa attraverso una caratterizzazione linguistica – chiunque scriva mente e prevede un artificio, una cabala privatissima; un linguaggio strutturato che si fa, per l’appunto, universo momentaneo. Accenna una variante di parole nell’infinita congerie di langue plausibili. Tanto che si potrebbe dire che non esistono parlanti naturali – uomini, animali, oggetti senzienti, trascrizioni antropomorfe (se càpita) della credulità fantastica che ci ispira – ma solo artificiàti, in Letteratura. Un esempio. Racconta Jorge Zamenio, scrittore e glottoteta cinquecentesco, di un tentativo di riprodurre il verso di un gallo attraverso la mimèsi scritta del suono.

 

A un primo esperimento, dieci parlanti invitati a riprodurlo si trovarono a scrivere dieci parole con minime varianti. La discontinuità definitiva con un’impressione comune e apparentemente naturale si manifestò però dopo. “Etiam venne rechesta”, scrive Zamenio, “dipintura iscritta de una historia deffinita in la quale uno gallo cantasse in uno raconto fincto”. Nei dieci racconti, dieci parole distantissime dal suono più o meno grammaticalizzato del “canto del gallo” mentre parla. Ora. Non credo mai alla referenziale oggettività di un autore – soprattutto quando porta in dono le verità circuìte di un racconto. Esiste però probabilmente un’unica consapevolezza, nella gestione artificiale (artistica, vìa) delle grammatiche scritte che si vanno di volta in volta creando: quella della componente ludica che le fonda (e le determina) in modo da rendercele leggibili. E se è tutto un gioco, la natura delle lingue è proprio Qui.

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@ Mara Cerri