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La morte al tempo del Covid-19

L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha prodotto, fin dalla sua comparsa, un numero consistente di riflessioni online in merito alle probabili conseguenze a cui andremo incontro una volta terminata la fase di quarantena. Al di là dell’ipotetica plausibilità degli scenari post-Coronavirus finora tratteggiati all’interno dei social network, una cosa mi pare di per sé evidente: la necessità di una riflessione postuma all’emergenza – lucida, razionale e rigorosa – sull’attuale modo di rapportarci alla morte e al lutto. 

 

Il primo effetto mediatico del Covid-19 è l’immagine dei malati e dei loro parenti inghiottiti da una specie di buco nero esistenziale. Come il fantasioso Sottosopra descritto nella popolare serie tv Stranger Things, questo virus dà l’impressione di far scomparire letteralmente nel nulla le persone colpite dalla malattia. Intubati e isolati nei reparti di terapia intensiva degli ospedali, i singoli individui vivono l’incubo di affrontare il decorso della malattia e, ancor peggio, di morire completamente da soli. Mancano le carezze, gli sguardi, le parole di sostegno dei propri cari i quali, a loro volta, vivono la contemporanea frustrazione di non poter più vedere e toccare i corpi delle persone amate. Non è concessa, soprattutto, la possibilità di risolvere le diatribe e le incomprensioni rimaste aperte, anche solo simbolicamente con un gesto fisico. Il Covid-19, al pari degli incidenti aerei e degli annegamenti in mare, sembra essere un infido alleato del rimpianto in quanto ci priva all’improvviso dei corpi. Lascia le vicende personali sospese nel nulla, non manifestando pietà nemmeno nell’immediato post-mortem: vietate le celebrazioni dei funerali, sono all’ordine del giorno le situazioni che vive Bergamo, città da cui vengono trasportati i cadaveri – tramite i mezzi militari – verso altre regioni italiane a causa delle carenze dei forni crematori locali. 

 

In altre parole, l’obbligo di porre in standby la nostra presenza fisica all’interno delle abitazioni domestiche, per evitare il contagio dei corpi, determina tanto una terribile morte in balia della solitudine e senza rito funebre quanto l’enorme trauma di un lutto difficilmente elaborabile. «Quando siamo in lutto – osserva Marina Sozzi – è come se fossimo strabici: un occhio è orientato a fare i conti con la perdita, a ripensare al defunto, a coltivare la memoria. L’altro, invece, si occupa della vita che continua, della costruzione, della riscoperta dell’universo esterno» (Sia fatta la mia volontà. Ripensare la morte per cambiare la vita, p. 170). Lo sguardo del dolente, da una parte, si muove a ritroso verso il mondo concluso, prendendo così coscienza della sua fine; dall’altra, è proteso in avanti verso il nuovo mondo che sta nascendo, in vista della lenta riconfigurazione della propria identità. Il rito funebre, nel momento in cui celebra e registra la separazione dei morti dai vivi, tenta di armonizzare le due direzioni opposte verso cui si dirigono gli occhi del dolente. Come osserva Jacques Derrida, il suo scopo è ontologizzare i resti: identifica le spoglie e localizza i morti. La mancata celebrazione del rito funebre e la scomparsa improvvisa dei corpi possono, pertanto, creare danni duraturi in coloro che hanno sofferto la perdita, rendendo altrettanto permanente il loro strabismo momentaneo. 

 

In una situazione del genere le tecnologie digitali rappresentano un’ancora di salvezza tanto inedita quanto significativa: se la presenza fisica è momentaneamente congelata per cause di forza maggiore, il suo prolungamento digitale in più identità online permette di trovare per i traumi vissuti un antidoto “incorporeo” importante, seppur ovviamente parziale. 

Da un lato, si fa ricorso alle cosiddette “liste d’addio”: come ha raccontato un medico dell’Ospedale San Carlo Borromeo di Milano, in un post su Facebook divenuto subito virale, nei reparti ospedalieri vengono predisposte, tramite gli smartphone e i tablet degli operatori sanitari, le video-chiamate che permettono ai morenti di dare ai propri cari un ultimo drammatico saluto, anche se mediato asetticamente dallo schermo. Lo stesso escamotage viene utilizzato nelle case di cura, all’interno di cui gli anziani si ritrovano sospesi, in questi giorni, tra la limpida consapevolezza del motivo per cui non ricevono più visite e le loro destabilizzanti carenze mnemoniche. Non fa stupore, dunque, la ripetuta richiesta – anche sui social – da parte dei medici di più tablet in dotazione nei reparti ospedalieri e nelle case di cura, di modo da sopperire alle mancanze fisiche attualmente imposte. Semmai, genera non poca amarezza questa impietosa legge del contrappasso: gli anziani, generalmente sospettosi nei confronti dell’iperconnessione giovanile, ritrovano per l’ultima volta i loro cari proprio attraverso quei mezzi tecnologici che fino a qualche giorno fa ritenevano dannosi per la comunicazione.

 

Dall’altro lato, si diffondono i funerali in streaming: inventati dall’irlandese Funeral Live, come soluzione tecnologica ai disagi prodotti dalle costanti migrazioni lontane dalla terra natia, rappresentano oggi la migliore alternativa al divieto delle cerimonie funebri. La loro originaria versione prevedeva apposite credenziali d’accesso, fornite preventivamente a un numero ristretto di parenti e amici, per mezzo delle quali si entrava in una piattaforma che forniva lo streaming del rito funebre, senza possibilità di registrarlo e conservarlo. 

 

 

In Inghilterra, non appena si è diffusa l’emergenza da Covid-19, i direttori delle pompe funebri si sono riuniti per studiare comuni strategie che favoriscano la trasmissione delle cerimonie in diretta sui social media, senza credenziali d’accesso e limiti di sorta. I funerali in streaming non potranno mai sostituire gli abbracci e le condivisioni “fisiche” delle cerimonie tradizionali, tuttavia riescono a soddisfare in una minima parte quell’istinto naturale che ci porta a celebrare i morti, proteggendo il nuovo mondo che sta per nascere senza di loro. Ad essi si affianca da qualche giorno Wash Your Hands (lavati le mani), un videogioco indipendente, ad accesso gratuito, che permette ai giocatori di portare i fiori sulle tombe dei morti per Coronavirus all’interno di un cimitero virtuale, nel quale sono raccolti i nomi dei defunti. 

In Italia, i funerali in streaming vengono trasmessi su Facebook per iniziativa di alcuni comuni (Brescia, Erba, Bologna, ecc.), con migliaia di visualizzazioni e centinaia di commenti. Addirittura, ho avuto modo di osservare la scelta di un singolo utente che ha fatto la diretta streaming su Facebook dalla camera ardente del padre deceduto, ritratto nella bara aperta. Il video, registrato con privacy pubblica, è visibile a chiunque e, molto probabilmente, sarà riesumato e riproposto – di anno in anno – dalla sezione Ricordi interna a Facebook. 

 

Proprio quest’ultimo episodio evidenzia come l’efficacia degli strumenti digitali possa essere vanificata da una preparazione inadeguata all’uso. Le identità digitali, come detto sopra, rappresentano un prolungamento della presenza fisica, non una sua sostituzione. Siamo organismi informazionali, che integrano insieme la dimensione online e quella offline tenendo bene a mente le loro differenti peculiarità, ma non separandole. Ora, la reclusione casalinga e ospedaliera della presenza fisica e la contemporanea libertà delle presenze digitali ci spingono inconsciamente a dividere la fragilità mortale dei corpi dalla presunta immortalità online delle identità digitali. Tale separazione, mettendo in discussione l’esperienza onlife, rischia di rendere l’antidoto peggiore della malattia da curare. 

Nei casi appena menzionati, per esempio, la registrazione a tempo indeterminato delle video-chiamate e dei funerali in streaming può comportare una patologica sovrapposizione del passato sul presente, che ci porta a confondere i flussi di dati con gli archivi. Il ruscello che diviene stagno, per usare una felice metafora di Douglas Rushkoff. Rivivere, pertanto, in modo continuato il saluto d’addio e il rito funebre, ogniqualvolta prendiamo lo smartphone o entriamo in un social network, può rendere l’elaborazione del lutto ancora più ardua di quanto già non lo sia senza la cerimonia funebre. 

 

Tali problematicità sono amplificate dalle conseguenze della decennale rimozione sociale e culturale della morte, come dimostrano le reazioni sui social network – scomposte e irrazionali – alla quarantena. Alcuni pensano di essere i protagonisti di un videogioco, in cui gli avatar dei corpi congelati proseguono la vita momentaneamente interrotta. Ne deriva l’incapacità di comprendere il senso realistico delle immagini di morte che si moltiplicano sugli schermi e, dunque, il pericolo effettivo che si sta correndo: emblematico il post su Facebook di un coordinamento di studenti veneti che rivendica il diritto di uscire di casa come un gesto rivoluzionario (scatenando polemiche a non finire). Altri, invece, pensano di essere i protagonisti di un film apocalittico, sopravvalutando oltre misura l’emergenza e lasciando che sia il panico a gestire la riscoperta della propria fragilità biologica, fino a ieri rimossa. L’abitudine a escludere il pensiero della morte dalla propria quotidianità comporta, così, vere e proprie manifestazioni di terrore. Lo constatiamo nella corsa sconsiderata ai supermercati, nella aggressiva caccia agli untori (con l’augurio di morte, esplicitato sui social, nei confronti di chi fa jogging), nella mitizzazione del Presidente del Consiglio (cfr. il gruppo “Le bimbe di Giuseppe Conte” su Facebook e Instagram) e nei vari flashmob delle ore 18. Emblematico l’hashtag #andràtuttobene: ignorando superficialmente il dolore di chi sta morendo e di chi sta patendo un lutto, rappresenta il più nocivo effetto della rimozione della morte. Il significato di questo slogan, infatti, rende esplicito il desiderio di non prendere coscienza della propria condizione mortale. Capisco il bisogno di darsi una speranza, tuttavia si poteva scegliere qualcosa di più appropriato alla situazione in corso.

 

Si spiega, in conclusione, la necessità di una riflessione post-Coronavirus sul nostro modo di rapportarci alla morte e al lutto. Innanzitutto, occorre tenere a mente l’attuale supporto fornito dalle tecnologie digitali, di modo da utilizzarle in modo sempre più capillare nei casi di emergenza. Il loro uso implica, però, una preparazione preventiva, tuttora carente, che permetta alle opportunità di prevalere sulle criticità. Come dimostrano le situazioni appena descritte e come ho cercato di mettere in luce nei libri che ho dedicato al tema (La morte si fa social e il recente Ricordati di me). In secondo luogo, occorre dare uno spazio più consistente a tutte le attività che rientrano nel campo della cosiddetta Death Education: essere chiaramente consapevoli della propria mortalità, evitando la sua rimozione, significa essere preparati nella predisposizione del testamento biologico e di quello digitale, quest’ultimo sempre più importante nell’epoca dell’iperconnessione. Significa, quindi, gestire con lucidità e raziocinio i periodi emergenziali, sapendo affrontare con intelligenza le delicate questioni etiche che ne derivano: si pensi al documento SIAARTI e al suo invito a “privilegiare la maggior speranza di vita”. Significa, infine, essere capaci, sia sul piano individuale sia sul piano collettivo, a coinvolgere tutte quelle figure professionali – penso, per esempio, ai medici palliativisti – in grado di creare una comunità che gestisca coscientemente il pericolo di morte, lasciando in disparte gli effetti scandalistici e irrealistici derivanti dal tabù della morte. Effetti che aumentano soltanto, in modo esponenziale, la paura e il dolore. 

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