Alfabeto Pasolini

La piccola fuggitiva

martedì

 

In questi giorni sono chiusa in casa, in quarantena, come un milione e mezzo di italiani. Per ora negativa, ma chissà. Intanto Him, questa sera, va in scena e io non lo vedrò. 

Sono le nove e un quarto, Marco Cavalcoli a quest’ora è appena salito sul palco, al buio, agile come una pantera e si inginocchia davanti al pubblico. È identico a Him, la scultura di Cattelan, mi pare di vederlo anche qui, nel mio salotto: stessi baffetti, stesso vestito. Avrà da poco iniziato il suo doppiaggio forsennato. Ora sarà Dorothy, mentre canta al di là dell’arcobaleno. Adesso starà ridendo, sguaiatamente e orrendamente, come la Strega dell’Ovest. Tra poco sarà un maiale che grufola. Presto sarà soltanto il vento.

 

C’è un passo bellissimo nei Libri di Oz sulla metamorfosi del Mago. È un dialogo tra Dorothy e il guardiano dei cancelli. La bambina chiede come sia fatto Oz e il guardiano le risponde che non lo sa, nessun vivente può saperlo. Quando la bambina e i suoi amici strampalati vanno a incontrare il Mago, ciascuno per conto suo, ognuno vede quel che è capace di vedere: sono tutte immagini diverse.

Ripenso al momento in cui Luigi e io abbiamo parlato di Him per la prima volta. «Che faccia daremo al nostro Mago?», ci siamo chiesti. Le immagini dei personaggi, nella mente dei lettori, sono multiformi, evanescenti e spesso instabili, vibrano a frequenze differenti. A teatro, invece, i personaggi hanno un solo volto, ma la vita dell’attore, se è bravo, è più forte e mette in secondo piano le più consolidate aspettative.

Nel caso del Mago, però, la faccenda era più seria, perché Lui non ha una sola faccia, ma una girandola infernale di facce. «Se lo disegnassimo ai margini di un proscenio, inginocchiato, come il committente degli affreschi nelle pale degli altari?» «Sì. Ma dovrà essere sia crudele che devoto». «E anche un po’ rubato alla storia, o alla storia dell’arte…» «E se citassimo… » «… Him di Maurizio Cattelan?» 

Sono le undici passate. Suona il cellulare. È un messaggio dei miei compagni: «Finito adesso. È andata bene! Evviva.» Fiori, stelle e cuori. Evviva Him.

 

Him, Tavola dell'Atlante di Oz.


mercoledì

 

Mi sembra di avere un vago mal di gola. Fa così, dicono, prima di tutto viene male alla gola. «Ma non ti preoccupare perché se è la Omicron è un po’ come un raffreddore», mi ha detto oggi al telefono una conoscente (chissà come farà a saperlo). Ho sguinzagliato amici e parenti a cercarmi i tamponi nasali, che ieri ho finito, e non sarà un’impresa facile, temo, perché dicono che le farmacie e i supermercati in questi giorni sono stati letteralmente saccheggiati. Oggi va in scena La mia battaglia in versione VR. Mi avrebbe fatto piacere rivederlo subito dopo Him. Quando Elio Germano mi propose di scrivere assieme questo testo, disse di averlo fatto proprio perché si ricordava di Him. «Quando l’ho visto» disse, «mi aveva fatto paura. Io invece vorrei fare uno spettacolo in cui un uomo qualunque, diciamo un attore, si presenta al pubblico e inizia a parlare prima di cose qualunque, anche sconclusionate, e poi a poco a poco di fatti legati alla vita sociale, al lavoro, alla giustizia e in un’ora, senza che nessuno se ne accorga, in un crescendo spiazzante diventa… Hitler! E allora… è troppo tardi».

 

Elio Germano.


L’idea mi sembra subito fortissima. La vedo lampeggiare nei suoi occhi mentre racconta. Una specie di trappola linguistica: forzare le maglie del linguaggio fino a dilatarle, ma in modo così lento e impercettibile che quel che di macroscopico vi passerà attraverso sembrerà, al principio, una specie di errore, un lapsus momentaneo. «Forse ho capito male», penseranno tutti. «Impossibile che Germano abbia detto così.» Decidiamo di lavorare su Mein Kampf. Nei mesi leggiamo, parafrasiamo, ci stupiamo di continuo dell’ambiguità di certe affermazioni. Sono quelle le nostre leve. Piccoli snodi scivolosi del discorso, oppure singole parole, come “merito”, “interesse”. Inizio a chiamarle “parole a doppio-riflesso” e penso a quelle figurine che, da bambina, amavo tanto, quelle che si inclinano da un lato e poi dall’altro ed ecco, ad esempio, che il lupo è diventato magicamente Cappuccetto Rosso. Il loro nome, figure a doppio-riflesso, deriva dal fatto che mostrano due o più scene diverse a seconda dell’angolatura con cui il nostro occhio le guarda. Penso che la chiave sia proprio questa: l’inclinazione delle parole, l’angolatura da cui verranno ascoltate. Il filtro sarà Elio Germano, un attore molto amato, famoso, che tutti considerano “impegnato”. Il filtro sarà il sistema di aspettative che automaticamente si genererà su di lui, appena entrato in scena. 

 

Durante i nostri incontri Elio improvvisa fiumi di parole che io regolarmente registro. Poi inizia la scrittura, ma sempre in un corpo a corpo serrato col lavoro sulla scena. 

Una sera, all’Argot di Roma, provavamo: c’era Elio, sul palco, e in platea un gruppetto di amici. Parlando cercava una misura, un colore, sempre più illividito. Me lo ricordo bene: allargava le braccia e, mentre parlava, le sue mani aperte vibravano impercettibilmente di un’energia trattenuta che mi ipnotizzava. Spesso il corpo arriva alle cose prima della testa. Spesso l’attore arriva prima della scrittura.

 

Marco Cavalcoli, Him, ph Enrico Fedrigoli.


giovedì

 

«Sapevo tutto ma mi sono davvero spaventata. Chiara, è una cosa tremenda e poi ovunque mi giravo vedevo le facce degli altri, le potevo davvero guardare, spiare, cosa che non avrei mai osato fare in modo così spudorato a teatro…» Così mi ha appena detto una spettatrice, al telefono, a proposito della sua esperienza in VR di ieri sera. Oggi e domani si replica.

Mi dispiace non essere là, perché la parte più interessante di questo progetto sono sempre le reazioni del pubblico. A teatro c’era chi piangeva, chi urlava, chi accusava Elio di tradimento, chi lo insultava. Una signora una sera a Follonica disse: «Non capisco, è finzione o realtà?!!» È rimasta la frase cult di tutta la tournée. La gente alla fine restava in teatro, voleva parlare con Elio. Fino a due minuti prima ognuno lo aveva adorato, acclamato, applaudito, poi all’improvviso si trovavano a battere le mani davanti a una svastica: «perché ci hai fatto questo?», chiedevano afflitti, «cosa volevi da noi?»

 

Nella versione VR di questa sere (nata prima dell’emergenza sanitaria) ti ritrovi immerso nell’acquario virtuale di un teatro e se possibile c’è qualcosa di ancora più sconsolato e terribile in questa solitudine stranamente affollata di corpi. Perché è vero, puoi girarti, leggere lo sgomento nello spettatore dietro di te, restare perfino a contemplarlo, senza pudore: gli altri sono lì, attorno a te, eppure non ci sono. Anzi, ci sono, ma non è questo quello che vedi. Gli altri spettatori, infatti, indossano come te un visore e sono immersi, a una distanza minima ma stellare, nel loro personale acquario, che è il tuo stesso acquario, in fondo, ma come in un multiverso separato. Sei così immerso in quella dimensione che a tratti ti dimentichi di avere un corpo e sei obbligato a toccarti, per ricordarti che ci sei e dove sei. Visti da fuori gli spettatori sembrano strani astronauti che si muovono rallentati sulla superficie della luna. 

Sarà facile, forse anche troppo, dimenticarsi degli altri corpi, accanto a te.

 

Il mago, Mara Cerri.


venerdì

 

È già la quinta persona, oggi, che sento al telefono e mi dice: «ah sì, anche lei/lui è in quarantena». Mi viene un pensiero spettrale: ci sarà ancora qualcuno là fuori? Le strade si saranno svuotate? O siamo tutti ormai in quarantena, tutti contagiati, tutti contatti? 

 

sabato

 

È il mio primo Natale da sola. Ho apparecchiato per bene la tavola, in cucina, col servizio buono e i cappelletti in brodo della mia mamma, arrivati a domicilio questa mattina presto. Alzo gli occhi e vedo La piccola fuggitiva di Franco Matticchio. È sempre in bilico, sul suo ramo, da cinque anni, da quando cioè ho appeso al muro quel quadro. Lo adoro. La fuggitiva è stata fissata dal genio di Matticchio nella sua posa cristallizzata, nell’atto di lanciarsi in un abisso o forse di spiccare il volo. Nel libro da cui è fuggita, la fuggitiva è sempre uguale a se stessa, solo il contesto le cambia attorno: ora è sul ciglio di un cornicione, vola sui tetti della città, danza sul dorso di un elefante, scavalca muri, surfa sulla cresta di un’onda gigante, precipita giù in picchiata, come un meteorite dal cielo… 

Domani è il mio ultimo giorno di quarantena. Chissà cosa cambierà, anche qui, tutt’attorno.

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La piccola fuggitiva, Matticchio.