L’aria delle città e il razzismo

Nel 2004, in un discorso per la Lewis Mumford Lecture, Jane Jacobs individuò nella «mentalità della piantagione» il male che la società americana non si è ancora lasciato alle spalle. La Plantation Age è stata lunga e duratura, affermava, e ha prodotto la schiavitù fisica e mentale che dal mondo rurale si è trasferita nella grande industria taylorista, in cui i lavoratori potevano essere usati come ingranaggi di una macchina o come peons on a plantation. L’eredità più pesante della Plantation Age è ovviamente la situazione dei discendenti degli schiavi, prima «tenuti in soggezione attraverso la repressione operata nel mondo rurale» – scriveva Jacobs in The Economy of Cities (1969 – L’economia delle città) – e poi «assoggettati economicamente con la discriminazione attuata nelle città». Il posto degli afro-americani è stato, e per molti versi è ancora, il ghetto, lo slum in cui essi vivono «sotto il dominio assoluto dei bianchi» che possiedono le loro abitazioni degradate. 

 

Jacobs aveva già trattato il tema della discriminazione razziale in The Death and Life of Great American Cities (Vita e morte delle grandi città americane), pubblicato tre anni prima del Civil Right Act del 1964, nel quale affermava che ai neri veniva trasmessa la condizione dello «slum permanente», in cui il perenne degrado era quasi sempre aggravato da «altre difficoltà» e da comunità «perennemente in fase embrionale».. A dimostrazione della sua consapevolezza di quanto il razzismo fosse radicato nelle grandi città americane, portava l’esempio di Chicago, dove «gli abitanti di colore pagano fitti altissimi per abitare in locali terribilmente sovraffollati», buoni edifici «stentano a trovare occupanti in quanto vengono venduti o affittati solo ai bianchi, e questi, avendo possibilità di scelta molto più ampie non ci tengono ad abitarvi». Così il paesaggio urbano degli Stati Uniti d’America si è strutturato sulla discriminazione razziale.

 

Dolores Hayden, storica dell'architettura e delle città, ritiene che i luoghi abbiano il potere di raccontare storie private che, una volta incorporate nel paesaggio urbano, si trasformano in storia pubblica. Nel suo The Power of Space (1997), ha voluto dimostrare che le specifiche storie sociali di alcuni ambiti urbani possono essere inquadrate in ciò che il filosofo e sociologo francese Henri Lefebvre ha definito la produzione dello spazio. Le città possono quindi essere lette come un repertorio di queste storie attraverso i manufatti prodotti dai diversi contesti sociali, a loro volta determinati da specifici processi storici. Hayden racconta la storia di una schiava di nome Biddy Mason che nel 1851 arrivò in California dal Mississippi insieme alla famiglia e alle proprietà del suo padrone. Poiché la costituzione di quello stato, da poco ammesso nell'Unione, proibiva la schiavitù, Biddy riuscì a portare in tribunale il suo padrone e ad acquisire la libertà per sé e per i suoi figli. Trasferitasi a Los Angeles, allora poco più di un insediamento rurale, Biddy poté costruirsi una casa grazie all'attività di levatrice e diventò un punto di riferimento per i neri di quella che sarebbe diventata una delle grandi città americane. 

 

Secondo Lefebvre lo spazio è permeato dai rapporti sociali, essendo in grado di produrli e di essere da loro prodotto Le trasformazioni di natura politica dello spazio urbano, a partire dalla delimitazione del primo ghetto della storia nel 1516 a Venezia, determinano quei fattori di identificazione sociale e culturale che il sociologo Louis Wirth, uno dei fondatori della scuola di Chicago, ha studiato nel ghetto di quella città americana. La trasposizione oltreoceano della segregazione che gli ebrei europei avevano storicamente sperimentato nelle città europee, si è riversata sugli immigrati del vecchio continente attraverso la formazione di insediamenti etnicamente connotati. I risultati, dal punto di vista della condizione abitativa, non erano molto diversi da quelli generati dalla storica segregazione degli ebrei: sovraffollamento, degrado e ciò che Wirth chiama la forma mentis del ghetto. Nel suo significato sociologico il ghetto studiato da Wirth nel 1928 era, oltre a «un esemplare laboratorio che incarna tutti i concetti e i processi» che formano il vocabolario professionale del sociologo, la manifestazione «di uno specifico ordine sociale». A quest’ultimo aspetto va attribuito il progressivo sostituirsi della sua popolazione, man mano alcuni gruppi riuscivano a raggiungere condizioni di vita migliori. A quel punto era la Black Belt a formarsi e il ghetto nero diventava l’area in assoluto più degradata, lo slum del quale gli amministratori volevano cancellare la vergogna.

 

 

A distanza di meno di un decennio dallo studio di Wirth, con il New Deal si fa strada la politica federale per l'edilizia sociale. La demolizione degli slum e la ricollocazione dei loro abitanti nei complessi di case popolari attuate con gli Housing Act rafforza, se è possibile, la segregazione per reddito delle popolazioni urbane e vi sovrappone quella razziale. Scriveva a questo proposito nel 1957, in un articolo per Archietectural Forum, Catherine Bauer, che nel 1934 aveva raccolto in Modern Housing le migliori soluzioni europee in materia di edilizia residenziale pubblica: 

 

Ogni complesso [di case popolari] proclama, visivamente, di essere a beneficio del “gruppo di popolazione a più basso reddito”. (…) A causa della preponderanza delle famiglie delle minoranze nel gruppo a più basso reddito, e nelle aree previste per la riqualificazione e la delocalizzazione degli abitanti, la percentuale di occupazione delle minoranze tende a salire oltre la linea entro la quale la commistione etnica può avere successo, e sempre più complessi residenziali finiscono per essere abitati solo da neri. 

 

Quei complessi, il cui aspetto istituzionale secondo Bauer ricordava «gli ospedali per reduci di guerra o gli orfanotrofi di vecchio stampo», nella Harlem dell'infanzia di James Baldwin si ergevano, al posto delle vecchie case, «come un monumento alla follia e alla viltà delle buone intenzioni». In un articolo per Esquire del 1960, lo scrittore e attivista dei diritti degli afro-americani affermava che nessun nero sarebbe mai riuscito a mettere insieme abbastanza soldi per lasciare lo slum, e «svanire in un colpo solo dalla vista della persecuzione», senza finire in un «ghetto più rispettabile», privo però dei «vantaggi di quello che lo è assai meno, amici, vicini, cerchia familiare e commercianti ben disposti; e d’altra parte è nella natura di ogni ghetto di non rimanere rispettabile a lungo». Secondo Baldwin gli abitanti di Harlem detestavano i complessi di case popolari «almeno quanto i poliziotti» ed entrambi rivelano «la reale attitudine del mondo bianco, indipendentemente da quanti discorsi progressisti vengano tenuti, da quanti nobili editoriali vengano scritti, da quante commissioni per i diritti civili vengano istituite». E, continua Baldwin, «dato che c’è una legge valida ovunque nel mondo che prevede che le case popolari siano incoraggianti quanto una prigione», i loro abitanti non possono che odiarle al punto da accelerarne il degrado. 

 

Emblematico è il caso del complesso residenziale Pruitt-Igoe di St. Louis nel Missouri, abitato a partire dal 1954 in prevalenza da afro-americani e definito nel 1970, dal sociologo Lee Rainwater, uno slum costruito con fondi federali. Le immagini delle cariche di dinamite che lo hanno ridotto in macerie sono diventate, un decennio dopo, parte del film Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio. Quando nel 1971 Pruitt-Igoe cominciò a essere demolito, i limiti dell’urban renewal – che per Baldwin significava Negro removal – non sfuggivano più a nessuno, soprattutto a coloro che anche grazie all’opera di Jane Jacobs avevano potuto valutare i criteri con cui era stata pensata la sostituzione degli slum da parte della «moderna urbanistica ortodossa».

 

 


Peter L. Laurence si è recentemente soffermato – in un saggio inserito nell’antologia di scritti di Jacobs Città e libertà che l’editrice Elèuthera sta per pubblicare – sul fatto che la studiosa americana naturalizzata canadese ritenesse la segregazione e la discriminazione razziale «il nostro più grave problema sociale» e i nuovi complessi residenziali «centri di criminalità, di vandalismo e di degradazione sociale senza rimedio, peggiore degli slum che avrebbero dovuto sostituire». Ciò che Jacobs rigettava era lo stereotipo, diffuso tra il ceto medio bianco, che vedeva dei criminali nei poveri e nei loro quartieri dei posti pericolosi. Si trattava, a suo parere, di una dimostrazione del fatto che la società americana era dominata dalla «tendenza verso la psicologia della «razza eletta»». 

Laurence ricorda tuttavia che per Jacobs i problemi della discriminazione e della segregazione erano al di sopra delle capacità di risoluzione espresse dagli urbanisti. Non cadeva certo nel tranello di credere che la progettazione edilizia e urbana potessero superare le forze economiche e sociali che avevano strutturalmente generato il razzismo. E ciò non di meno riteneva che gli aspetti fisico-spaziali dei luoghi potessero aiutare a superare la discriminazione e la segregazione. A questo riguardo era importante che ci fossero luoghi sicuri e pubblici. Era solo nello spazio pubblico delle città che persone di differenti provenienze e percorsi di vita avrebbero potuto incontrarsi. Jacobs riteneva che è un posto pericoloso quello dove è solo ed esclusivamente la polizia a mantenere l’ordine e la sicurezza. Al contrario, è la rete inconsapevolmente intricata e volontaria di contatti tra persone diverse, che si fidano le une delle altre, a consentire la pacifica convivenza nello spazio pubblico. Le strade e i marciapiedi sono «gli organi più vitali» delle città e «i loro utenti sono personaggi attivi del dramma tra civiltà e barbarie» che in esse si svolge. Ma tutto ciò ha bisogno di persone che si riconoscano tra loro come attori della scena urbana, in cui ognuno può avere un ruolo e non essere considerato un intruso. 

 

I numerosi bianchi che chiamano la polizia perché si sentono minacciati dalla presenza dei neri in ciò che considerano il loro spazio (la loro strada, il loro parco, il loro quartiere, la loro comunità), testimoniano la barbarie dei luoghi forgiati dal razzismo e dalla segregazione. Se poi sono armati, come nel caso degli assassini di Amhud Arbery, il nero che si era permesso di fare jogging in un quartiere bianco della Georgia, non c’è più nemmeno bisogno della polizia per stabilire l’ordine sociale. Il diritto ad esistere, e di produrre lo spazio con la propria esistenza, è il presupposto del movimento Black Lives Matter che le tante manifestazioni dei giorni scorsi hanno fatto uscire dai limiti della macroscopica questione razziale. È l’idea di libertà come storica prerogativa della condizione urbana che ha fatto riversare sulle strade di molte città del mondo persone di ogni colore e condizione. È l’aria della città, direbbe probabilmente Jacobs che spesso citava il celeberrimo Stadtluft macht frei, l’unico antidoto alla mentalità della piantagione così diffusa ancora oggi negli Stati Uniti d’America.

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