Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

Nota è la vicenda del terzo libro einaudiano di Primo Levi, Storie naturali, pubblicato sotto lo pseudonimo di Damiano Malabaila: finzione assai labile, visto che già dal risvolto del volume era facile desumere la vera identità dell’autore. Altrettanto acquisito è che dietro questa scelta ci fossero riserve da parte della casa editrice, non del tutto persuasa del valore del libro e preoccupata di non compromettere l’immagine dello scrittore-testimone: riserve che Levi ha accolto con paziente remissività (OC, I, 1508) e alle quali ha a proprio modo replicato mettendo in evidenza il nesso tra il fenomeno del Lager e i quindici «racconti-scherzo» o «trappole morali» nate dalla percezione nella realtà contemporanea di un errore nascosto, incrinatura o scompenso («smagliatura», « falla», « vizio di forma»). Quanto alla scelta dell’episodico nom de plume, Levi ne ha spiegato più volte l’origine («è il nome di un esercente, davanti alla cui bottega passo due volte al giorno per andare al lavoro»), e ha indicato altresì il possibile movente segreto, che di nuovo riconduce al Lager. Così nell’intervista del 1966 a Gabriella D’Angeli apparsa su «Famiglia Cristiana» con il titolo Il sonno della ragione genera mostri (che fra l’altro riprende la citazione da Macbeth posta in clausola a Versamina):


Malabaila significa «cattiva balia»; ora, mi pare che da molti dei miei racconti spiri un vago odore di latte girato a male, di nutrimento che non è più tale, insomma di sofisticazione, di contaminazione e di malefizio. Veleno in luogo dell’alimento: e a questo proposito vorrei ricordare che, per tutti noi superstiti, il Lager, nel suo aspetto più offensivo e imprevisto, era apparso proprio questo, un mondo alla rovescia, dove “fair is foul and foul is fair», i professori lavorano di pala, gli assassini sono capisquadra, e nell’ospedale si uccide (OC, I, 1509) 

 

Vari anni dopo, in una conversazione radiofonica del 1982 con Dina Luce andata in onda sul secondo canale Rai, Levi riferisce con scetticismo l’interpretazione degli «amici psicoanalisti» riguardo a possibili richiami inconsci al rapporto con la madre: «Non ci credo molto a queste cose» (Il suono e la mente, OC, III, 316-317). Le note che seguono non intendono proporre un’interpretazione alternativa; si limiteranno a passare in rassegna le occorrenze dell’alimento incriminato, il latte, nei libri gemelli Storie naturali e Vizio di forma. Che sono poche (cinque), diversissime fra loro, eppure improntate a una flagrante coerenza simbolica.     

 

 

La prima si trova in Angelica farfalla, uno dei più cupi fra i racconti d’invenzione di Levi. Il latte viene menzionato in un manoscritto del diabolico dottor Leeb, che con i suoi esperimenti mirava a realizzare una versione perfezionata dell’uomo, una creatura alata e superiore, affine agli angeli; l’esito concreto era stato però una serie di truci ibridi, uomini-avvoltoio lugubri, grinzosi e inetti al volo. Il progetto di Leeb comprendeva l’idea «di sottoporre interi villaggi, per generazioni, a regimi alimentari pazzeschi, a base di latte fermentato, o di uova di pesce, o di poltiglia di alghe» (OC, I, 521). L’associazione del latte ad ambienti familiari, rassicuranti e protetti si dissolve: la fermentazione sottolinea l’utilizzo in una dieta forzata, a sua volta funzionale a uno snaturamento biologico.

 

La seconda è un’immagine di allattamento che incontriamo in un passaggio di Quaestio de centauris. Esemplificando la misteriosa ipersensibilità di Trachi per tutto ciò ha a che vedere con il divenire, il movimento, il mutamento, e soprattutto per la procreazione, il narratore ricorda che una notte di primavera gli aveva segnalato un parto in corso in un angolo del fienile: «vi andammo, e vi trovammo una pipistrella che aveva appena dato alla luce sei mostriciattoli ciechi, e stava porgendo loro il suo minuscolo latte» (OC, I, 599). La scelta della specie animale – un mammifero oscuro, poco carezzevole, d’acchito poco o nulla attraente – e del vocabolo che designa i neonati mostriciattolo – già usato anche per indicare l’axolotl, l’anfibio neotenico di Angelica farfalla (OC, I, 519) – preclude ogni impulso all’intenerimento. 

La terza, fuggevole apparizione dell’alimento materno aggrava il senso di repulsione: quattro milligrammi di latte al giorno è infatti la tariffa che in Pieno impiego il signor Simpson concorda con le mosche perché non diano noia, e si tengano lontane da stalla e letamaio (OC, I, 613). A Levi, curioso osservatore di fatti linguistici, era sicuramente nota l’espressione «come una mosca nel latte», usata per designare un’improprietà irrimediabile, e insieme una disgustosa contaminazione.

 

Fin qui Storie naturali. Quanto a Vizio di forma, di latte si parla a lungo in Vilmy e nel dittico Recuenco. Il primo è il caso più conturbante. Al centro della vicenda c’è un animale immaginario, il vilmy appunto, piccolo mammifero domestico dal morbido pelame nero, dagli occhi azzurri, dalle lunghe ciglia e dalla coda glabra come un ratto, che si muove con grazia felpata, felina e padronale, e si comporta con l’astuzia dissimulata di una volpe. Caratteristica peculiare del vilmy è che le femmine producono latte anche senza aver avuto piccoli: e il loro latte dà assuefazione come la peggiore droga. Chi assaggia il latte di vilmy non ne può più fare a meno. I vilmy, o meglio le vilmy, lo sanno: e se ne approfittano, usando tutte le loro capacità di seduzione. 


Ti leggono il desiderio negli occhi, o non so dove altro, e ti girano intorno, ti si strusciano addosso, e il veleno è lì, tutto il giorno e tutta la notte, ti viene offerto in permanenza, a domicilio, gratis. Hai solo da tendere le mani e le labbra. Le tendi, bevi, e il cerchio si chiude, e sei in trappola, per tutti gli anni che ti restano, che non possono essere tanti (OC, I, 729-730) 

 

Un capovolgimento drammatico: l’alimento che dovrebbe nutrire e far crescere i piccoli fino a renderli indipendenti diventa un mezzo subdolo per assoggettare vittime dalla debole volontà. La sostanza vitale per antonomasia è divenuta strumento di plagio e di dominio. 

Quinta e ultima occorrenza, la storia del soccorso che in un non meglio identificato futuro una popolazione stremata dalla carestia riceve da un gigantesco hovercraft che sversa sul villaggio cinquanta tonnellate di «latte», in realtà una sostanza fluida ricavata dalla macinazione del legno, simile a una crema bianca, densa e insipida. La vicenda è narrata due volte: una dal punto di vista degli indigeni, una dalla prospettiva degli ipertecnologici soccorritori. Come apprendiamo dal secondo brano (Recuenco: il rafter) il nome tecnico della sostanza sarebbe fod (OC, I, 809), ma viene comunemente chiamato «latte» esattamente come avviene nel villaggio, dove il «latte celeste» è visto come il dono miracoloso di una divinità sostanzialmente materna, insieme benigna e terribile, che con il suo provvidenziale arrivo salva dalla morte per fame (Recuenco: la Nutrice). Non a caso, l’associazione con il latte connota la stessa apparizione all’orizzonte del misterioso oggetto volante. Il ragazzino che lo scorge per primo, mentre conduce le capre al pascolo, lo vede come una gobba luminosa e bianca là in fondo al mare: «pareva [...] che ribollisse, che cambiasse continuamente forma, come la schiuma del latte quando sta per traboccare» (OC, I, 798).

 

L’intervento del rafter – condotto da funzionari dalla mentalità impiegatizia, nessun sacro fuoco umanitario o filantropico – salva bensì il villaggio dall’inedia, ma produce anche conseguenze negative. Non stupisce che il latte della Nutrice, quanto a gusto, risulti neutro, e privo di qualunque sfumatura calda e affettiva. Ma essendo composto di pasta di cellulosa, se ingerito in quantità eccessiva risulta facilmente letale. E c’è di peggio: l’operazione di sversamento assomiglia a un uragano, che travolge gli alberi, scoperchia le capanne, annega uomini e animali. Sazietà e strage è ciò che la Nutrice arreca. Divinità soverchiante e lontana, sfama e soffoca con la medesima indifferenza.

Come i lettori di Primo Levi ben sanno, i racconti d’invenzione – al pari delle poesie – rappresentano un luogo della sua opera dove le inibizioni hanno meno presa che altrove. Ad esempio, alla dimensione sessuale è concesso uno spazio molto maggiore rispetto alle narrazioni di memoria. Ora, nel caso del latte – e quindi della funzione baliatica, o materna – si registra una sistematica torsione: il latte appare corrotto, insozzato, snaturato, o convertito senz’altro in sostanza tossica. «È veleno ciò che era alimento, ove era pace è collera», recita il mosaico epiteliale di una tenia prossima ad essere espulsa, nel racconto L’amico dell’uomo (OC, I, 544). 

 

Ricapitoliamo. Latte usato in maniera impropria, per scopi turpi (Angelica farfalla); latte profanato, svilito dal compromesso con insetti incresciosi (Pieno impiego); latte genuino, ma del meno aggraziato tra i mammiferi (Quaestio de centauris); latte posticcio, nominale, neutro e greve, che salva ma può uccidere (Recuenco); latte invogliante e vero, che però provoca dipendenza al pari di una sostanza psicotropa (Vilmy). Un po’ troppo per considerare casuale la scelta dello pseudonimo; non abbastanza, forse, per considerare la balia come un velo, uno schermo posto a salvaguardia dell’interdizione circa il riferimento diretto alla maternità. E chissà se l’elettrauto Malabaila, quello che aveva l’officina sulla strada percorsa quotidianamente da Levi diretto alla volta di Settimo, era solito consumare o no latte (si presume, di buona qualità): non so perché, ma sospetto che non gli piacesse nemmeno lo yogurt. Quanto alla «fantabiologia» leviana, per approfondire la questione bisognerebbe innanzi tutto chiedersi per quale ragione il più ambiguo dei racconti di Vizio di forma, I sintetici, termina con l’adolescente protagonista Mario, «sintetico» e perciò privo di ombelico, che piange disperatamente.   

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