Lawrence Osborne, Nella polvere

Dear Mr. Osborne,

ma che figure mi fa fare? Per anni ho consigliato agli amici di leggere i suoi libri, soprattutto a chi partiva per il Sudest asiatico. Con l’ultimo Nella polvere mi mette in imbarazzo: fa venire il latte alle ginocchia. E fa il paio con il penultimo suo, pensi che ora nemmeno ne ricordo il titolo, quello ambientato in un’isola greca, abitata da radical chic ovviamente ipocriti, del tutto indifferenti alla sorte del migrante (siriano, mi pare) ivi giunto su una zattera, che la giovane protagonista nutre e protegge dentro a una baracca perché la ragazza chiaramente è diversa dai radical chic, al punto che io quel romanzo lo abbandonai pur già oltre la metà solo perché ‘sta benedetta ragazza la sopportavo poco, al di là della trama che nemmeno me la ricordo, la trama. E devo dire che i suoi libri precedenti mi piacquero così tanto proprio perché privi di trama o perché semplicemente la trama non era poi così importante. Avevo iniziato con La ballata del piccolo giocatore (per i titoli scelgo il corsivo, è convenzione editoriale della testata che mi ospita, spero lei non se ne abbia a male) in quanto ho una piccola passione per le storie sul gioco d’azzardo, e mi sono ritrovato a godere della sua scrittura al punto che, mentre scrivo io, non ricordo minimamente che fine facciano il Mr. Doyle giocatore o la prostituta in quel di Macao: cioè, appunto, me lo sono goduto al di là della trama, alla faccia del fatto che una storia di gioco debba comunque concludersi con una vincita o una perdita, e che una tale storia solitamente porti via con sé il suo lettore che sente la necessità ineludibile di vedere come va a finire, reazione che peraltro è compulsiva come quando non si riesce a smettere di giocare.

 

Dopo la Ballata sono andato a cercarmi il Bangkok dato come il suo migliore (sono d’accordo), che ho amato al punto da impiccarmi su una accanita discussione con mia moglie che lo sosteneva essere, appunto, un romanzo, mentre io lo davo come non di finzione (aveva ragione mia moglie) con tutti i personaggi persi dentro alle loro vite perse, che io immaginavo lei di persona avesse incontrato a Bangkok. Anche qui, non solo non c’è trama, bravo lei, anzi grazie, ma io quasi non ricordo un accidente anche se ho davanti agli occhi l’arrivo in battello della sua ragazza (mia moglie mi chiede di correggere: la ragazza del suo protagonista), e il condominio per expat sulla riva del fiume, soprattutto gli occhi e lo sguardo della ragazza scendendo dal battello dopo l’attraversamento del fiume, consegnatale lì da un non visibile Caronte (mi sa che me ne sono mezzo innamorato, della sua ragazza, altro che la ragazza sull’isola greca!). È lì che ho cominciato a scrivere piccole frasi a commento di post facebook dei miei amici viaggiatori: leggete Osborne. Ho fatto anche di peggio, sa? Scrivevo, leggetevi Osborne. Con quel leggetevi che si porta dietro un tono da maestrino (comunque confermo: leggetelo). Decisi a quel punto di ‘farmi’ l’opera omnia sua, Mr. Osborne, quindi intanto il buon Cacciatori nel buio che ci scaraventa dentro a un mondo di post hippies installatisi nel Sudest (sono stato un poco hippy anch’io da ragazzo, due viaggi fino a Kabul con mezzi di terra nel ’70 e ’71, minorenne, e non andai più in là, non passai il Khyber pass perché alla fine del secondo viaggio decisi di tornare a casa per… fare la rivoluzione, pensi lei! Sarà stato quell’ottimo hashish).

 

Cacciatori e Bangkok li consigliai a un gruppo di amici in procinto di partire per il Sudest, tutti più o meno ex hippies come me, uno era a Kabul anche lui, ma qui mi rendo conto che dimenticavo di dire che lei ha vissuto a lungo proprio a Bangkok, e poi (non dimentico solo le trame, alla mia età), dimenticavo che chi segnalò in qualche articolo da Bangkok il Bangkok di Osborne fu un amico giornalista di stanza a Bangkok di cui diedi il contatto ai miei amici quando decisero per il viaggio nel Sudest, e so che l’incontro dovette essere piuttosto divertente (qualcuno avrebbe dovuto raccontarlo, possibilmente senza una trama grazie) perché il giornalista portò i miei amici tra i quali un altro giornalista a vedere un grande e modernissimo centro commerciale a Bangkok, e a me sembrò una provocazione, come a dire voi ex hippies che vi credete, dove credete mai di essere arrivati, altro che lontano e fascinoso oriente, ma va detto che i miei amici descrissero poi il giornalista di stanza a Bangkok niente più niente meno che come una persona bizzarra, se pur simpatica e competente. Vabbè.

 

 

Però mi sarebbe piaciuto far leggere loro il suo Il turista nudo, per la lucidità con cui lei affronta lo spinoso tema dell’impossibilità di andar lontano al giorno d’oggi (al dì d’incoeu, dicono nel mio dialetto), e quindi la sua scelta anomala di corte trasvolate aeree in successione verso est, sempre più in là, fermandosi via via a Dubai, Calcutta, nelle Andamane, a Bangkok, in una spa tailandese, poi Bali per approdare nella davvero lontana Papua alla ricerca di un barlume, come dire, di inciviltà, a trovarne una versione ottimista della coda del serpente di Kurtz: io terminai la perlustrazione dei suoi scritti, Mr. Osborne, con quella piccola gemma che è il libricino, neanche cinquanta pagine, su Shangri-la, dove io e lei approdammo al fine, lei nella realtà io nelle letture, anche questo libricino (lo voglio specificare perché la testata che mi ospita non mi accusi di sciatteria, o non pensino che me ne sono dimenticato, ma capirei) pubblicato come tutti gli altri in Italia da Adelphi. 

 

Insomma io ai miei amici l’ho menata in lungo e in largo, Mr. Osborne, insistendo perché la leggessero, e ora lei mi apparecchia ‘sti ultimi due romanzi, che intanto sono romanzi romanzi, cioè la trama c’è eccome, Nella polvere ci sguazza al punto che, primo, io ho finito per arrivare fino in fondo solo per vedere come finiva (un disastro, me lo lasci dire), e che, secondo, ho pensato sarebbe perfetto per costruirci sopra una serie tv di quelle bruttine bruttine, con i personaggi appena abbozzati e i colpi di scena, ma santo cielo perché ha deciso di raccontarci ancora un branco di ricchi che in quanto ricchi sono scemi e soprattutto odiosi, e poi infilarci in mezzo la solita storia del migrante che viene accolto dalla solita famiglia radical chic che sotto la maschera della solidarietà nasconde la comodità dello sfruttamento di manodopera a basso costo, e soprattutto ‘sto povero abitante del deserto marocchino la cui testa è invasa da pensieri islamici palesemente assurdi così come accade a tutti, dico tutti i camerieri marocchini del party radical chic in Marocco (o forse quella è una classe superiore? Sono ricchi ricchi?) per i quali camerieri lei, chissà sulla base di quale esperienza dei fatti e delle persone, costruisce dei punti di vista e quasi dei flussi di coscienza assolutamente improbabili, puro specchio delle paure di noi bianchi (ma lo vede, lo vede Mr. Osborne cosa finisco per scrivere? Lei mi sta mandando fuori di matto).

 

Santo cielo, a ogni svolta della sua trama (non me le ricordo nel dettaglio, si figuri) ricordo chiaramente che ho pensato ma no, ma non può andare così questa storia. Insomma, non vorrei mettermi a pontificare: qui il tema è quello della verità, nei suoi altri libri lei la cercava, ora invece ci racconta un sacco di balle (non ho esattamente pontificato, lo so, è che mi viene più facile usare un linguaggio terra terra: lo sento, appunto, più vero). Si figuri che ho pensato che nella sua vita di scrittore lei avesse attraversato una linea d’ombra, mi sono detto vuoi vedere che Osborne abitava a Bangkok e dopo un po’ di successo se ne è tornato in una metropoli occidentale in mezzo ai ricchi ricchi e ai poco ricchi, e di conseguenza ecco? Macché, non pare sia andata così. E allora cos’è successo? Torni a raccontarci l’Asia, lasci alle loro moine i bianchi ricchi in occidente. Mi restituisca il Lawrence Osborne di cui divoravo le pagine, la prego. Io le prometto di leggermi i suoi precedenti ancora non tradotti da Adelphi, i saggi su argomenti i più disparati, cosa che mi piace assai, Parigi, l’Asperger, il pessimismo sessuale, il vino. Le saprò dire, le aspettative sono alte. 

Basta così. Ad ogni buon conto le chiedo venia per i miei troppi avverbi: è l’età.

 

Post Scriptum. Non solo i miei amici non hanno poi letto i suoi libri, ma uno di loro è arrivato neanche a metà di Bangkok senza proseguire, e credo abbia consigliato agli altri di lasciar stare. In compenso un conoscente, una persona più giovane che molto stimo, ha recensito Nella polvere tessendone, come si dice, le lodi. Finché, in agosto, non ho scoperto che il libro era primo nelle classifiche di vendita.

Mr. Osborne, io non so più cosa fare di me stesso.

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