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Le due università. Ipotesi sulla crisi italiana

Cosa mai mi avrà indotto martedì 9 giugno 2020, dopo una giornata trascorsa nella stanza virtuale di una collega per fare commissione di esami (sì, sono ricominciati) e a preparare la prova scritta a distanza del mio appello, che avrei somministrato l’indomani, a trascorrere un altro paio d’ore al pc, per cercare notizie e articoli prima, l’intero documento poi, del cosiddetto “Piano Colao”, il Rapporto del Comitato di esperti in materia economica e sociale licenziato per il Presidente del consiglio e i suoi ministri? E poi a scaricarlo sul mio cloud, a scorrere l’indice fino al paragrafo 4.5 “Istruzione, Ricerca e Competenze fattori chiave per lo sviluppo”, a cliccarvici sopra, ad aprirlo e a stamparlo? Non approfondisco le motivazioni di questo gesto insano perché il mio psicologo in questo periodo è già sovraccarico di lavoro.

Beninteso: il testo non è niente di peggio di quanto chi ha conservato un residuo di interesse per le sorti dell’università pubblica italiana ha potuto leggere, fronteggiare, subire in almeno un decennio di provvedimenti e proposte, più o meno dalla “riforma” Gelmini (la quale era a sua volta il precipitato di almeno un altro decennio di istanze e petizioni per l’aziendalizzazione e la privatizzazione dell’università) in avanti. Perfino un po’ meglio di quella boutade degli “hub della ricerca”, di cui forse qualcuno si ricorderà, tanto per dire. Il lemma ‘eccellenza’ e gli altri derivati dalla sua radice ricorrono undici volte in cinque pagine e mezza, sebbene, andrà detto, il programma su istruzione e ricerca si chiuda con la rassicurazione che non si prospetta «nessuna distinzione tra università di serie A e di serie B»; il repertorio di termini inglesi da relazione aziendale (governance, benchmark, mismatch, upskilling, challenges…) si attesta sulla frequenza media (dunque molto alta) delle decine e decine di documenti ufficiali che chi lavora all’università ha ruminato in questi anni.

 

Per il resto, vengono formulate una serie di proposte, talune discutibili (ulteriore coinvolgimento delle aziende private nei percorsi formativi, l’immissione nel mercato del lavoro quale finalità pressoché unica dell’educazione universitaria...), tal altre inquietanti (il programma “Impara dai migliori” – che sono sempre i privati, ovviamente –, la “Gara dei talenti”, finanziata da aziende e donatori) altre ancora apprezzabili, ancorché vaghe (sostegno al diritto allo studio universitario, per il quale si prevede un bando unico nazionale, e alla residenzialità studentesca), qualcuna addirittura confortante (inclusione degli studenti con disabilità); e viene concessa qualche prudente considerazione conclusiva, ancorché velatamente paradossale: i ranking sono «esercizi molto arbitrari», nondimeno non possiamo non tenere in conto che i nostri atenei siano fuori dalla «top list» dei ranking.

 

Nel complesso, dunque, si tratta di un elenco di interventi correttivi non sostanziali, equamente distribuiti verso destra (più privato, più competitività) e verso sinistra (più sostegno al diritto allo studio), per così dire, i quali, in nessuno modo, mettono in discussione le politiche universitarie praticate da due decenni in qua. Nessun cambio di rotta, nessun ripensamento, nessun rovesciamento di paradigma. Anzi, semmai, come ha scritto, tra gli altri, Roberto Ciccarelli sul «Manifesto», «invece di rimettere in discussione il decennale sistema della valutazione che ha aggravato le diseguaglianze e le sperequazioni territoriali tra gli atenei e le scuole, il piano perfeziona sia la “riforma” Gelmini che la “Buona scuola” di Renzi». È proprio questo, probabilmente, l’elemento di fondo più scoraggiante e forse più spaventoso della Relazione, ancorché tutt’altro che inaspettato: l’irriducibile ostinazione a considerare questo modello, per l’università pubblica, l’unico possibile e praticabile, comunque sia. Non che da una squadra guidata da un ex manager di una multinazionale ci si aspettasse la presa del palazzo d’inverno – sebbene non sia difficile riconoscere la mano di chi, nel gruppo di esperti, proviene dai ranghi dell’università –, ci mancherebbe. Ma finanche questo ostinato piglio aziendalista sa ormai di stantio; anche ai lettori poco avvezzi ai briefing in sala riunioni, comunque la si pensi, queste retoriche ardimentose da capitani d’impresa sembrano roba anni Novanta: ancora a sovreccitarsi con le skill e le top list, ancora il corredo di «pedagogia bancaria» fatta di crediti e debiti! Ad ogni modo, si tratta di proposte «che possono essere attuate a costi relativamente contenuti» (sì, parliamo sempre del paese che spende meno di tutti i 37 dell’Ocse, che ha il più basso tasso di laureati d’Europa con la Romania, che non ha recuperato pressoché nulla di quei dieci miliardi di tagli al bilancio di scuola e università inferti tra il 2008 e il 2012 da Tremonti e Gelmini – otto miliardi e cinquecento milioni di tagli alla scuola, il 10,4 per cento del budget complessivo, e 1,3 miliardi di euro all’università, su un totale di 7,4 miliardi nel 2007, 9,2%).

Chi volesse, nondimeno, può leggere l’intero Rapporto scaricandolo qui.

 

Il quesito iniziale, ad ogni modo, resta inevaso. Quale demone mi ha spinto a trascorrere altro tempo al pc per reperire e leggere un documento, l’ennesimo, che mi aspettavo sarebbe stato né più e né meno quello che è? Riservando allo psicologo, come detto, l’elaborazione di risposte adeguate alla mia terapia, provo ad abbozzare semmai qualche riflessione che spero sia più utile per chi mi sta leggendo. 

Da quando l’emergenza dovuta al Covid-19 ha costretto a dirottare l’attività didattica sulle piattaforme, un timore ha cominciato a serpeggiare tra molti docenti e studenti: che il ricorso al lavoro da remoto, per l’università (ma il discorso vale anche per la scuola) diventasse un catalizzatore di processi già in atto; che, in altre parole, l’erogazione di lezioni curriculari, lo svolgimento di esami e lauree, il ricevimento degli studenti (oltre a tutto il resto) “a distanza”, anziché una necessità dettata dal confinamento per la pandemia, si rivelasse in un ulteriore e decisiva tappa verso quella trasformazione dell’universitas in un’azienda erogatrice di servizi (o meglio, in un novero di aziende erogatrici di servizi in feroce concorrenza l’una con l’altra); agenzie che adesso potranno vantare, nel portfolio della loro offerta, imperdibili pacchetti di corsi registrati, di assistenza da remoto e così via.

 

Tutto questo approfittando della docile disponibilità dei docenti, oltretutto, i quali in questi mesi si sono praticamente autoformati alla DAD senza gravare sulle finanze degli atenei, nella consapevolezza che lo stato di eccezione richiedesse un impegno straordinario da parte di tutti e di ciascuno per garantire, al meglio possibile nelle condizioni date, lo svolgimento del semestre. Non sembri una preoccupazione eccessiva: nei mesi scorsi si sono potute ascoltare dichiarazioni come quella di un augusto professore di un rinomato ateneo privato, rilasciate a un notiziario della Rai, il quale asseriva, più o meno testualmente che, ora che anche la valutazione si svolge a distanza, l'unica vera assicurazione del merito e della preparazione dei laureati è «il prestigio dell'istituzione»; siamo già ben oltre la reiterata proposta dell’abolizione legale del titolo di studio, insomma: basterà pagare bene e, anche per corrispondenza, ti arriverà comodamente a casa il pacco con il «il prestigio dell'istituzione».

 

 

Il timore, da una “fase” all’altra, si è trasformato in allarme, specie adesso che si comincia a programmare il lavoro del prossimo anno accademico. Non solo perché, ancora una volta, l’università e i suoi problemi sono stati del tutto trascurati nel dibattito pubblico sulla “ripartenza”, dopo i quasi tre mesi di confinamento per la pandemia, e il personale che ci lavora nonché le studentesse e gli studenti che la frequentano (ammontano a più di centoventicinquemila gli uni e a un milione e settecentomila gli altri: non esattamente un numero irrisorio di cittadine e cittadini), come al solito, letteralmente rimossi da qualsivoglia orizzonte politico; ma soprattutto per la ragione che, in alcuni atenei, si sta già deliberando in merito all’organizzazione della didattica, prevedendo modalità miste, o, come vengono chiamate in angloaziendalese, “blended” (ah, il fascino irresistibile della lingua di Shakespeare, signora mia): in aula, ma con pochi studenti onde evitare il rischio di assembramenti, e contemporaneamente in webcam, in diretta o registrati. Tutto questo sta avvenendo senza il coinvolgimento diretto del personale che durante il confinamento ha retto la baracca, nonché degli studenti, quando invece sembrerebbe ovvio che l’eccezionalità delle circostanze richieda momenti di confronto collettivo (diete di dipartimento, consigli straordinari…).

 

Presumo che lo psicologo avrebbe avuto buon gioco nel dirmi che avrei dovuto essere meno precipitoso, nel cercare futile conforto nei documenti degli esperti nominati dal governo (per riscontrare conferme a quanto non sapessi già, avrebbe più opportunamente detto lui), e attendere piuttosto giusto un giorno o due. L’11 giugno, infatti, il quotidiano «La Repubblica» rilanciava un appello sottoscritto da 870 docenti dell’università italiana (e possibile ancora sottoscriverlo qui).. 

Mentre l’indomani ancora arrivava la lettera aperta al loro rettore di alcuni docenti dell’Università di Padova.

Si tratta di due documenti così tempestivi, così ben pensati, rispetto alle questioni di cui sto scrivendo, che davvero non occorrerebbe scrivere altro, tanto che questo articolo potrebbe chiudersi qui. Giusto alcuni corollari, qualche altro riferimento, e una considerazione conclusiva (come quella del Rapporto, ma magari senza angloaziendalismi). Oltre a testimoniare lo scambio e il confronto che, in questi mesi, è avvenuto tra molti colleghi, italiani e non solo (io stesso mi sono confrontato direi settimanalmente con molte e molti di loro a me più vicini; ma perfino i social network sono stati luoghi di discussioni preziose e produttive), questi appelli centrano, tra l’altro, due questioni cruciali. Ritenere che la didattica a distanza sia nient’altro che la didattica in presenza con una webcam accesa è profondamente sbagliato e pericolosamente sciagurato. Mi sembra importante e irrinunciabile, tra l’altro, insistere su un elemento quantomeno contraddittorio: un mezzo nuovissimo come il web veicola (o tende a veicolare) un modello di insegnamento e di apprendimento vecchio e arretrato, «incentrato sul “trasferimento di conoscenze” per mezzo di lezioni cattedratiche, con scarso dialogo (per questo definite burocraticamente “frontali”), a cui si accompagna lo studio solitario, spesso consistente in una memorizzazione dei cosiddetti manuali, assunti dogmaticamente come fonte del sapere». Di questo e di altro ha scritto con chiarezza e ottima capacità di sintesi, tra i tanti, Sergio Lubello.

 

Considerare, inoltre, l’evenienza di lasciare studentesse e studenti fuori sede a casa, davanti a un dispositivo, non solo una questione trascurabile ma addirittura un’opportunità propizia, oltre a contravvenire ai principi della costituzione e, in generale, a ledere garanzie che sembravano indiscutibili, significherebbe sferrare un altro colpo esiziale all’università e all’accesso e al diritto allo studio di questo paese. Evidentemente, oltretutto, chi avanza proposte del genere non solo non ha idea di quali siano i livelli di povertà educativa in moltissimi comuni, piccoli centri, borghi dell’Italia meridionale e non solo (scrivo da una di queste regioni, una di quelle combinate peggio), e quanto carenti, se non quasi inesistenti, siano i collegamenti con le città universitarie, ma evidentemente fatica perfino a farsene una vaga idea, a immaginarlo (imagine it?). Si dovrebbe semmai prevedere prioritariamente un grande sforzo per far tornare in aula, in biblioteca, in laboratorio, negli studi, nelle mense, tutte le studentesse e gli studenti che sono stati costretti ad abbandonarli, oltre a tutti quelli che vorrebbero metterci piede ma non potranno.

 

Ma, davvero, di proposte e interventi opportuni, documentati, ragionevoli nei giorni della pubblicazione del “Piano Colao” ne sono stati pubblicati un numero tale che avrebbe potuto compensare il mio masochismo (dovrò farlo presente allo psicologo), in molti casi riprendendo e rilanciando quanto è stato elaborato negli anni precedenti da chi si è ostinato a prospettare modelli alternativi al modello privatistico dell’università azienda, come ha fatto l’ANDU, l’Associazione Nazionale Docenti Universitari.

Quanto al resto, basterebbero due alternative di mero buon senso: fondare le politiche universitarie durante e dopo l’emergenza sulla cooperazione anziché sulla competizione; ribadire un’ovvietà: l’Italia ha molto più bisogno di tanti laureati mediamente bravi, piuttosto che di pochi eccellenti; e che, in ogni caso, le benedette eccellenze si affermano estendendo e moltiplicano l’accesso al sapere, non restringendolo e limitandolo (ma com’è possibile che, nel paese dei sessanta milioni di commissari tecnici, la storia di rafforzare i vivai e lo sport di base per coltivare i campioni che scarseggiano non funzioni mai per la scuola e l’università?). E infine rileggersi Le avventure di Pinocchio, per ricordarsi che ‘eccellenza’ è soprattutto l’appellativo che serve a circuire gli energumeni violenti.

 

P.S. Il giorno dopo avere trasmesso questo articolo alla redazione, è arrivata la nota rettorale che richiede l’avvio delle “fasi propedeutiche alla somministrazione dei prodotti della ricerca” in vista della VQR (Valutazione della Qualità della Ricerca) 2015-2019. Contestualmente, la richiesta della mia direttrice a fare parte del gruppo di referenti di dipartimento, in quanto componente della commissione AQ: al più presto dovremo avviare le simulazioni sul portale. Non si sa ancora come e in quali condizioni faremo lezione nel prossimo anno accademico, né come potremo accogliere gli studenti; archivi e biblioteche (non quelle universitarie, che stanno facendo uno sforzo straordinario per riaprire) funzionano a malapena. Ma la misurazione delle “performance” non può prevedere deroghe. Neppure in questa situazione emergenziale. Neppure dopo tutta la fatica fatta fino a qua. A questo punto confido che lo psicologo mi restituisca i soldi della parcella.

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