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L’essere per la vita e l’architettura

Da poco è morto un filosofo, Miguel Abensour, che ha sempre tenuto in grande considerazione l’utopia, basti pensare che uno dei suoi ultimi libri si intitola L’Homme est un animal utopique. In un tempo in cui si è parlato e si continua a parlare della “fine della storia” e in cui predomina il decostruzionismo, in cui si apparenta l’utopia ai disastri e ai massacri atroci della prima metà del Novecento, Abensour ha celebrato invece il valore dell’utopia prendendo le mosse dalla “immagine di sogno” di Walter Benjamin, sottolineandone la complessa ambivalenza. Per Benjamin il sogno non è “un portatore alato e aereo di felicità originarie” bensì una commistione di “immagini di desiderio infrante” e di “immagini mitico-arcaiche” da cui il soggetto deve riuscire a prendere le distanze grazie al pensiero critico. Nella società dei consumi le immagini del desiderio si manifestano nel valore fantasmatico delle merci e nella seduzione simbolica della moda. Non è possibile respingerle in toto, perché la loro seduttività promette gioia e pienezza. Non è però pensabile accettarle per quello che sono, giacché la fantasmagoria delle merci abbaglia e conquista solo fino a nuovo ordine: la nuova versione dell’iPhone, al pari della nuova stagione della moda, farà ineludibilmente dimenticare quanto l’anno precedente ci era apparso irrinunciabile e meraviglioso. Il lavoro da compiere è quello di interpretare le immagini del desiderio, trasformandole in immagini dialettiche, identificando il feticismo incantatorio delle merci, spezzando il nesso dell’onirico e del mitico e accedendo al risveglio storico, allo schiudersi di un desiderio di più ampio respiro che ci permetta di immaginare e perseguire un mondo migliore. 

 

L’utopia per Abensour è il contrario dell’”essere per la morte” di Heidegger: è un “essere per l’inizio”, discontinuità salvatrice, balenio di un possibile che prima non era. Per Abensour l’azione politica dev’essere una “democrazia insorgente”, deve cioè insorgere contro l’irrigidimento della servitù volontaria descritta da La Boétie. Dev’essere una rivolta permanente che affermi “l’essere-in-comune” contro “l’essere-in-uno” aggredendo le crepe nel muro maestro dell’ordine esistente.

A questo proposito Abensour aveva già reso omaggio a Benjamin in un volumetto del 1997, Della compattezza. Architetture e totalitarismi, recensito magnificamente da Alessandra Sarchi sul “Manifesto”. Ágnes Heller, con il suo indomabile ottimismo rigenerante, ha una visione molto diversa dell’utopia da quella di Abensour e ha concluso il suo saggio del nostro Il vento e il vortice con una riflessione sull’architettura contemporanea: “Non ci sono stili, neppure stili ‘postmoderni’. Gli edifici più notevoli sono gli spazi pubblici: chiese, musei, teatri. Pubblici ma non comunitari, non habitat ma luoghi in cui gli individui possono formare una comunità per elevarsi insieme, per contemplare il regno dello ‘spirito assoluto’ senza rinunciare alla libertà personale e godendo ancora i momenti di felicità. Questa è oggi l’incarnazione della realtà utopica”. Per Abensour il modello dell’architettura nazista degli edifici compatti e schiaccianti di Albert Speer è quello più idoneo a trasformare i popoli in “massa” nei termini di Masse und Macht di Elias Canetti, azzerando le differenze e i conflitti in “un insieme unico, indistinto, un corpo fusionale” indotto da architetture che fanno vivere un’esperienza “improntata allo spossessamento di sé, alla soggezione verso un assoluto fuori dalla storia, connotato da forme ciclopiche e respingenti” come la Grosse Platz di Berlino.

 

 

A questo modello compatto, inscalfibile, refrattario all’interscambio e allo spirito critico, l’autore contrappone l’architettura napoletana descritta da Walter Benjamin nel 1928: “Porosa come questa pietra è l’architettura. Struttura e vita interferiscono continuamente in cortili, arcate e scale. Dappertutto si conserva lo spazio vitale capace di ospitare nuove, impreviste costellazioni”. La suscettibilità del mutamento lascia spazio alla vita, e pur nel disordine questa vita pulsa, si accende, si trasforma, offre sentieri abitati dal desiderio, traiettorie di creatività, involi. Credo che in questo momento storico in cui si intrecciano le due minacce dell’omogeneizzazione determinata dal mondo globale e dalla rete e del trinceramento di tanti Stati in entità compatte e impermeabili, possiamo trarre da Abensour il monito a “distinguere ciò che può essere bene comune, esteso al numero più largo possibile di persone, da ciò che è l’imposizione di una strada a senso unico per tutti”.

Ho appreso da un eminente studioso di architettura e urbanistica del progetto del governo indiano di cento città “intelligenti”, città satelliti di metropoli o megalopoli. Città concepite in termini occidentali ma improntate a un modello indiano, una sorta di quadratura del cerchio all’indiana. Fatto sta che, le prime venti città smart progettate, nei rendering “ci restituiscono un universo architettonico omologo e banale: ennesime e ripetitive downtown”, senza contare che sono troppo simili alle abitazioni fortificate o gated communities che dir si voglia disseminate dovunque in India, e sono quindi più inclini ad aumentare le divisioni anziché schiudere possibilità di incontro. 

 

In proposito Richard Sennett pubblicò nella rivista “Lettera internazionale” un articolo illuminante, ripreso da “Repubblica”, per denunciare la scomparsa di quella curiosità che veniva suscitata dall’esperienza definita da Guy Debord “non rappresentabile”: un mix di persone differenti dedite ad attività differenti. “La città, al contrario, è diventata una mappa sempre più chiara di funzioni distinte in spazi segregati”, e questo dovrebbe indurci a interrogarci sul perché la nostra epoca, che pone il corpo e la sessualità al centro di tutto, abbia poi come contraltare gli spazi morti delle città realizzati da “costruttori di strutture asessuate e di spazi pubblici neutri” e sul come mai “un pubblico così avido di corpi fatti a pezzi, e di letture di argomento sessuale – in cui si descrivono atti fino al più piccolo dettaglio anatomico – possa sentirsi appagato da un corpo politico in cui impera la passività”.

 

Sennett mette a confronto due incisioni realizzate da William Hogarth nel 1751: in Beer Street l’ordine sociale è rappresentato dal fatto che le persone che bevono birra si toccano: una mano sulla spalla o sull’avambraccio, persino di una donna, non suscita alcuna contrarietà; in Gin Lane, al contrario, sono tutti ubriachi di gin, nessuno tocca nessuno, domina uno sperdimento privo di qualunque consapevolezza, lo spazio urbano è abitato dal disordine. Lo stesso disordine che impera ai giorni nostri, con gli urbanisti impegnati a fare in modo che le zone dei ricchi e quelle dei poveri o degli immigrati non vengano a contatto. “Sempre di più, le comunità recintate e sorvegliate 24 ore su 24 sono presentate agli ipotetici acquirenti come modello di vita ideale”. 

 

Questo testo è estratto da Esistenze rammendate. Strategie di sopravvivenza, strategie di vita, Mimesis, 2019, che ringraziamo.

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