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Margherita di Brabante. Elevatio animae

Tutto era cominciato a Pisa. Di ritorno da Roma, dove era stato incoronato imperatore, Arrigo VII di Lussemburgo stava facendo il proprio ingresso trionfale nel duomo di quella città, quando l’occhio gli era caduto sul ritratto celebrativo che uno scultore gli stava eseguendo proprio sopra la porta di S. Ranieri. Ne rimase estasiato. Mai aveva veduta scolpita nella pietra un simile vividezza d’espressione e un così vivace dinamismo nei panneggi. Quella sua statua gli pareva viva, sebbene vi fosse stato ritratto in ginocchio. Perciò, senza por tempo in mezzo diede ordine che l’autore fosse condotto immediatamente al suo cospetto. Voleva commissionargli il monumento funerario a Margherita di Brabante, sua stimata consorte e “carissima al suo cuore”, morta a Genova di peste due anni prima, fra 13 e 14 dicembre 1311, all’età di trentasei anni.

 

E l’artista accettò. A indurlo non fu soltanto il prestigio dell’incarico – si trattava della prima tomba su commessa imperiale in territorio italiano – ma anche, e soprattutto, la sfida personale che vi intuiva insita. Difatti, sebbene egli fosse stimato da tutti il più grande scultore vivente, mai gli era stata offerta l’occasione di scolpire un sepolcro, com’era invece occorso più volte al suo antico compagno di apprendistato presso la bottega paterna, il compianto Arnolfo di Cambio.

 

Era il giorno del suo settantesimo compleanno e Giovanni Pisano giudicò quel nuovo cimento un regalo appropriato.

 

Un forte vento di libeccio faceva cantare le sartie in porto, quando lo scultore salì a bordo della nave che lo avrebbe condotto a Genova. Si serrò il mantello sulle spalle, si avvicinò alla battagliola e si mise a osservare il confine tra cielo e mare. Intanto la sua mente vagava, libera, attorno al soggetto della commessa che gli era stata affidata.

 

Non aveva mai incontrato la moglie dell’imperatore in vita. Però di lei aveva molto sentito parlare. Le Cronache la descrivevano: “piccola, minuta, con un viso tondetto quasi infantile, illuminato da due occhi come gemme”. Famose erano state anche le sue capacità diplomatiche e la Iustitia Imperialis che l’avevano connotata, tanto da aver indotto persino l’Alighieri a rivolgersi a lei quando aveva voluto esprimere il sostegno di parte guelfa all’impresa politica del suo augusto sposo, da lui definito l’Alto Arrigo (Pd XXX 136-137). Che Margherita di Brabante fosse stata anche assai pia era arcinoto. Le venivano attribuiti persino dei miracoli, al punto che le sue spoglie erano state fatte oggetto di una tale venerazione popolare, da indurre le autorità ecclesiastiche a proclamarla beata e il suo imperial consorte a farle ergere un cenotafio degno di tanta devozione.

 

Consapevole delle aspettative di molti, lo scultore si augurava di non deluderle.

 

Stava scrutando l’orizzonte dalla tolda della nave, quando una nuvola attirò la sua attenzione. Candida, svettava verso l’alto in sembianza di una donna sinuosa ed elegante e subito gli venne l’idea di raffigurare così l’anima della regina, elevata al cielo. Intanto nella sua mente prendeva forma il progetto di un monumento articolato in più parti, tra loro separate ma concettualmente e visivamente connesse, le cui dimensioni sarebbero dipese unicamente dallo spazio che avrebbe avuto a disposizione per realizzarlo. Augurandosi che fosse vasto, continuò a riflettere.

 

Giovanni Pisano, Monumento sepolcrale di Margherita di Lussemburgo, 1313-1314

 

Giovanni Pisano raggiunse Genova il 25 agosto dell’anno 1313, decima indizione. L’aria era afosa e gli abiti gli si incollavano addosso. Non appena sbarcò dalla nave, si diresse alla cattedrale. Gli ci volle un po’ per abituarsi alla penombra che vi regnava ma non alla sua frescura. Sebbene fosse abituato al caldo – sulle Apuane, dov’era di casa quando vi andava a cavare il marmo, la calura era intensa – in quella città di mare trovava il vento di scirocco intollerabile per l’umidità di cui era greve.

 

Una campana rintoccò l’ora terza e lui trasse un sospiro di sollievo. Era puntuale. Non amava farsi attendere, era indice di trascurataggine.

 

Quando l’arcidiacono genovese Giovanni di Bagnara, emissario imperiale, vide entrare l’uomo che stava aspettando, gli andò subito incontro.

“Benvenuto maestro” lo accolse con un inchino. “Vogliate seguirmi in sacrestia.”

“Come già sapete” seguitò il prelato non appena si fu richiuso la porta alle spalle, “la commessa consiste nell’esecuzione del monumento funebre a Margherita di Brabante, sposa compianta del nostro amato sovrano. Luogo prescelto è S. Francesco in Castelletto, la più grande chiesa francescana della città, dove le sue spoglie giacciono fin dal giorno della sua umana dipartita. La chiesa sorge non lontano da qui, sulle colline a nord, nella zona prediletta dalle nobili famiglie ghibelline genovesi.

L’incarico vi frutterà 80 fiorini d’oro provenienti direttamente dalla cassa privata dell’imperatore, la metà dei quali vi sarà consegnata contestualmente alla firma del contratto, insieme ad un appannaggio destinato alle spese d’acquisto del materiale. Il saldo vi verrà poi corrisposto a lavori terminati. Ecco, leggete e, se vi sta bene, firmate” concluse porgendogli una pergamena.

 

Firmato il contratto alla presenza di due testimoni (il prete Giacomo da Montaggio di Rapallo, sacrestano della cattedrale genovese, e il prete Berioto, cappellano, in rappresentanza dell’imperatore), il Pisano si recò subito dopo a visionare la chiesa minorita per studiarne gli spazi, soprattutto quello della cappella principale del coro, designata ad ospitare l’opera che si apprestava ad eseguire. La vastità del luogo prescelto e la sua altezza lo colpirono favorevolmente: erano perfette per il progetto ambizioso che stava elaborando. Soddisfatto, ripartì alla volta delle Apuane. Come sempre, avrebbe selezionato personalmente i blocchi di marmo da impiegare. Stavolta più che mai li avrebbe scelti bianchissimi e privi di venature. Li avrebbe poi fatti trasportare a Genova via mare, mantenuti “verdi” di cava, così da essere più teneri da lavorare, come piaceva a lui.

 

Lo scultore trascorreva le giornate in cava e le notti sveglio a disegnare febbrilmente nella locanda in cui aveva preso alloggio. Quanto più il suo stilo correva sulla pergamena, tanto più nitidamente la sua idea prendeva corpo. Concepì un complesso di figure ascendenti verso l’alto, alla cui base situò le statue della Prudenza, della Fortezza, della Giustizia e della Temperanza, le quattro virtù cardinali, scolpite a tutto tondo e a grandezza naturale. Un cartiglio ne avrebbe contrassegnata l’identità. Per la Giustizia, pensò alla frase: «dilexisti iustitiam odisti iniquitatem», che ben si addiceva al comportamento tenuto dalla regina in vita. Avrebbero sormontato le Virtù cinque statue di dolenti, ciascuna ritratta in una posa differente, quale in piedi, quale in procinto di inginocchiarsi, qual altra già in ginocchio. A queste il compito di reggere il sarcofago contenente la salma di Margherita. Giacente su di esso, com’era d’uso presso gli Etruschi, ne avrebbe collocata l’effigie, colta nell’atto di abbandonarsi al sonno eterno – decumbens – attorniata da amorini che l’avrebbero sostenuta nell’adagiarsi.

 

Ma il pezzo forte del monumento, sarebbe stata la sua ghimberga.

 

Giovanni Pisano, Monumento sepolcrale di Margherita di Lussemburgo, 1313-1314

 

Suggestionato dall’immagine evocata dalla nuvola, Giovanni concepì l’elevatio animae della regina composta da tre figure svettanti verso l’alto. L’anima – simbolicamente da lui resa quale giovane e bellissima donna, velata e col soggolo secondo la moda dell'aristocrazia femminile tedesca, cinta della stola maiestatis, allusiva alla sua immortalità – era aiutata da due angeli apteri ad ascendere al cielo. Tensioni contrapposte, sia fisiche che emotive, animavano il gruppo, sapientemente orchestrate in un'unità di commossa grandezza interiore. Il tema della morte vi era affrontato in una chiave del tutto nuova e moderna. Non più intesa quale semplice trapasso, Giovanni volle tradurla in evento dinamico. Rese infatti l’assumptio animae et corporis della sovrana con un gioco di armonie e di curve, quasi una danza, che esprimeva la spinta trascendentale verso l’ultraterreno, sublimantesi nell’espressione estatica del viso di lei.

 

Il gruppo scultoreo collocato sul basamento telescopico girevole in acciaio, progettato da Franco Albini nel 1959 per l’allestimento nel museo di Palazzo Bianco a Genova, rimasto in uso fino al 1968.

 

Trasfigurò Margherita, conferendole una bellezza spirituale e sensuale al contempo. Ne idealizzò il volto in un ovale perfetto. Le labbra morbide e la bocca dischiusa, ne immortalò l’espressione di stupore, mentre risvegliatasi alla vita eterna, rivolgeva al Cielo che la stava per accogliere uno sguardo quasi incredulo e un sorriso grato e fiducioso.

 

Giovanni Pisano, Monumento sepolcrale di Margherita di Lussemburgo, 1313-1314

 

Fu questo il suo ultimo, sublime, capolavoro che purtroppo l’imperatore Arrigo non poté ammirare, visto che morì il giorno prima che Giovanni ne avesse firmato il contratto. Aveva comunque disposto che il suo cuore vi venisse tumulato, accanto a quello della sua diletta sposa.

 

E mai ad artista fu concesso privilegio più alto di quello di veder suggellata in una propria opera una così cortese storia d’amore.

 

 

Nota: Il sepolcro di Margherita di Brabante (che doveva essere alto più di dieci metri) ci è pervenuto gravemente mutilo. Subì un primo danneggiamento tra la fine del 1500 e gli inizi del 1600, quando, a causa della demolizione dell’abside, ne furono ridotte le parti componenti per trasferirlo nel transetto, che vennero poi definitivamente disperse dopo il 1789, con la laicizzazione della chiesa, allorché tutto il suo patrimonio scultoreo fu venduto o distrutto. Si deve allo scultore Santo Varni il rinvenimento, nel 1874, dei noti frammenti dell’elevatio animae nella villa Brignole Sale di Voltri. All’inizio degli anni Ottanta del Novecento, alcuni studiosi ne individuarono altri pezzi (la Giustizia, la testa della Temperanza, un dolente e la Vergine col bambino), oggi tutti conservati nel Museo di S. Agostino a Genova.

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Acquarello di Letizia Caruzzo