L’interprete dei malanni

Mi rendo conto soltanto adesso, mentre mi accingo a scrivere per il ventesimo compleanno di questo libro eccellente, che mi è già capitato di festeggiare senza accorgermene i suoi primi dieci anni di vita. L’ho fatto quando, nell’autunno del 2009, lo comprai per un euro a Roma, pescandolo nel disordine polveroso dei libri usati, e lo lessi subito, in un pomeriggio e una lunga piacevole serata. Non c’è modo migliore, secondo me, per rendere omaggio a un libro.

 

Dell’autrice allora non sapevo niente, mi sedusse il volume, che portava tutti i segni di un uso intenso: copertina smanacciata, righe sottolineate con punti esclamativi a lato. Ma decisivo fu il titolo. Sapevo di aver comprato un libro di racconti e i racconti, si sa, non nascono necessariamente per stare insieme, ciascuno potrebbe avere una vita solitaria e autosufficiente. Costringerli in un volume a volte può sembrare persino un abuso, se qualcosa non segnala che la convivenza ha ottime ragioni. Mi sembrò subito che Interpreter of Maladies lanciasse quel segnale anche nella felice traduzione italiana di Claudia Tarolo, del tutto aderente all’originale grazie alle radici greco-latine di interpreter e di maladie. Un interprete è tante cose. È un mediatore tra lingue diverse, è un lettore ben attrezzato che sa capire a fondo la complessità di un testo e dargli senso, è un esecutore fedele o estroso di una partitura.

 

Ma Jhumpa Lahiri dava subito al suo interprete un oggetto particolare da interpretare: il malessere di donne e uomini. Mi piacque l’idea di una persona che ha il compito di trovare le parole esatte ed efficaci per i mali di cui soffriamo. Tornai a casa contento del mio nuovo acquisto. E non avevo nemmeno cominciato a leggere, che già ero sicuro di aver trovato una buona definizione di chi oggi, nel mondo globalizzato, si assegna il compito di raccontare.

 

 

Cos’è uno scrittore, se non un interprete di malanni?

Tutti e nove i racconti narrano in modo molto sfaccettato di bengalesi che si sono fatti in vario grado americani: loro, i loro figli, i loro nipoti. In un paio di casi il Bengala è così dominante che può essere raccontato a prescindere dagli Stati Uniti («Boori Ma» e «La cura di Bibi Haldar»). Ma le altre storie narrano di immigrati le cui radici hanno perso sempre più linfa nei figli ormai americani, e tuttavia esse persistono fino al punto che i personaggi non stanno bene a Calcutta come a Boston, pur portando inscritte nel corpo sia Calcutta che Boston. Così ogni definizione di sé, per trovare una provvisoria coerenza, deve fare sempre i conti con una fastidiosa o dolorosa eccedenza.

 

Il tema oggi è sempre più attuale e il racconto di come è arduo tenere insieme i frammenti di tre continenti («Il terzo e ultimo continente» è la bellissima storia che chiude il volume) sta diventando il racconto per eccellenza del nostro tempo. Ma per fortuna le nove storie di questo libro non si risolvono nell’illustrazione appassionata di un problema. Jhumpa Lahiri è già nella sua prima opera una straordinaria narratrice e i suoi personaggi anglo-bengalesi, con le loro identità frammentate, hanno vita vera dentro congegni narrativi perfetti. Sono bambini disorientati dai misteri della vita adulta («Quando veniva a cena il signor Pirzada» e «Sexy»).

 

Sono mogli e mariti che vivono drammatiche crisi di coppia, amicizie ambigue, relazioni extraconiugali, sofferti sforzi di adattamento a un mondo estraneo (l’eccellente «Dalla signora Sen»). Ma soprattutto ciò che rende queste storie cariche di vita a distanza di vent’anni è il modo di raccontare. Jhumpa Lahiri costruisce prologhi ampi, ricchi di dettagli seducenti, attraversati da molte possibilità di sviluppo narrativo. Il lettore rigo dietro rigo diventa sempre più vigile. Sa bene che da qualche parte arriverà l’evento decisivo, il fatto nuovo che rivoluzionerà la vita dei personaggi e la loro sensibilità, e cerca i segni che lo anticipano. Ma quando l’avvenimento si compie risulta contemporaneamente prevedibile e tuttavia imprevisto quanto il finale verso cui il racconto corre.

L’interprete dei malanni è la prova che un libro si merita una gioiosa festa di compleanno non solo se ha testimoniato per tempo di una condizione umana significativa, ma se lo ha fatto con una sensibilità, un’intelligenza, un’arte molto affinate.

 

Ho letto il libro in italiano, oggi so che è un gioiello della lingua inglese. Mentre leggevo nella mia lingua, non ho mai dimenticato che era in inglese che si allungavano, si torcevano, si ammalavano le radici bengalesi dei personaggi. Come in inglese prendeva forma poetica il malessere di chi aderisce al modo di vita americano e tuttavia lo sente così pieno di sé da non avere alcuna curiosità per la storia e la geografia degli altri. È un dato importante. Questi racconti esprimono il piacere di dire efficacemente nella lingua che l’autrice usa dall’infanzia (sono sempre sorprendenti metafore e similitudini). Ma, se si leggono con attenzione, sono contemporaneamente pieni di segnali di disagio linguistico, di bisogno di tracimare e andare oltre la parola «moglie», la parola «marito», la parola «nazionale», la parola «estero», la parola «sexy». La Jhumpa Lahiri che, invece di accontentarsi di ciò che letterariamente si era conquistata, ha cominciato a debordare e a complicare la sua identità e il suo ruolo di interprete del malessere contemporaneo, muove da quei segnali.

 

Nella sua natura di scrittrice anglo-bengalese ha innestato da parecchio l’italiano, lo ha imparato, s’è immersa nella tradizione letteraria di un paese che ha contribuito non poco alla nascita del racconto dell’Occidente, è passata a tradurre, a interpretare a suo modo, quella tradizione. Non solo. Con uno scarto significativo, invece di continuare a raccontare in inglese, lingua strapotente, le malattie del mondo, si prova per il momento a raccontare in italiano, lingua bellissima ma di debole diffusione.

È un atto di politica culturale, decisamente controcorrente. Il signor Kapasi, personaggio memorabile del racconto che dà il titolo al libro, si guadagna la vita traducendo per un medico i sintomi dei pazienti che parlano il gujarati, lingua che il dottore non conosce. Jhumpa Lahiri è come se stesse dicendo ai potenti del mondo: fate attenzione a tutti i gujarati del pianeta, conosceteli, gustatene la bellezza e la storia, apprezzate le differenze. Dalle malattie male interpretate non si guarisce. 

 

Questo testo, scritto originariamente per l’edizione americana di Interpreter of Maladies di Jhumpa Lahiri, fa da introduzione alla riedizione italiana del libro, L’interprete dei malanni, trad. it. Claudia Tarolo, Guanda, 2020, che ringraziamo di avercela concessa.

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