Lo sguardo del confinato Carlo Levi

(…) Aliano è un posto dove, appunto, «Cristo non è arrivato», e non a caso sono confinati in nove. Eppure, dopo lo shock iniziale, pian piano l’atteggiamento di Carlo Levi cambia: i volti dagli occhi neri, le donne velate, i bambini sempre per strada, il senso del dovere e del sacrificio dei contadini, la solidarietà che regola la vita delle famiglie (e con la quale viene accolto), il paesaggio unico che lo incanta anche dalla sua casa («Sulla mia terrazza il cielo era immenso, pieno di nubi mutevoli: mi pareva di essere sul tetto del mondo, o sulla tolda di una nave, ancorata su un mare pietrificato») lo conquistano, in un crescendo irreversibile. Le ragioni dei contadini, piegati dalla fatica e dalla miseria, diventano le sue ragioni. Le credenze popolari – streghe, lupi mannari e monachicchi, cioè i dispettosi spiriti dei bambini morti prima che venissero battezzati – non solo non gli appaiono respingenti, ma anzi lo incuriosiscono e affascinano. Al contempo si struttura e cresce una forte consapevolezza sociopolitica: da un lato si sente vicino a chi lavora duramente e onestamente, dall’altro denuncia «i Luigini» (dal nome del podestà del paese), coloro che godono di rendite di posizione sulla pelle delle persone comuni, creando una spaccatura sociale insanabile. Una realtà di profonda e atavica ingiustizia che accomuna tutte le Aliano del mondo – il sentimento e il giudizio sono universali –, che paiono condannate a un destino di immobilismo e rassegnazione, a meno che non si attuino riforme radicali.

 

Anche per questo, tornato in libertà grazie a un condono e dopo anni di militanza e clandestinità per via delle leggi razziali, decide di correre nel 1946 per l’Assemblea costituente in una formazione nata da una costola del Partito d’Azione, fondata con altri meridionalisti come Guido Dorso, Manlio Rossi-Doria, Tommaso Fiore: si candida nel collegio di Bari-Foggia e in quello di Matera-Potenza. La competizione elettorale sarà dunque l’occasione per tornare nella terra che tanto aveva amato. Non viene eletto, un risultato scontato vista la formazione minoritaria, ma intanto la visione sul Mezzogiorno, le politiche da realizzare per scalfirne la soffocante arretratezza si definiscono e rafforzano. La conoscenza di Rocco Scotellaro, durante la campagna referendaria del 1946, e l’adesione alla sua battaglia per l’emancipazione contadina giocano un ruolo importante: nel dicembre del 1952 i due, molto uniti, fanno un viaggio-inchiesta in Calabria, dal quale Levi trarrà alcuni dei suoi quadri più famosi, come La porta del Sud, Melissa, Nonna e nipote. Quando Scotellaro muore prematuramente l’anno seguente, è Levi a tenere l’orazione funebre; negli anni successivi ne onorerà e alimenterà la memoria. 

Dopo la mancata elezione alle politiche del 1958 nelle file del Psi ad Acireale, il comunista Giorgio Amendola lo convince a candidarsi come indipendente nel Pci, a Civitavecchia, e questa volta, nel 1963, diventa senatore nel primo governo di centrosinistra costituito da Aldo Moro. Significativo il primo intervento in Parlamento, il 21 dicembre, in cui Levi afferma che vorrebbe «essere capace di rispondere alla richiesta di molti, uomini e donne, e soprattutto giovani, che vorrebbero essere intesi. Essi appartengono a quell’Italia reale, per cui la vita esiste e si forma come cultura e libertà: cultura non solo nel senso stretto e proprio di creatrice di opere, ma cultura nel suo farsi quotidiano nella vita del popolo; quella per cui hanno vissuto uomini come Gramsci e Gobetti; che si palesa in milioni di uomini, oscuri inventori tori, in sé stessi, di storia nella lingua semplice e significante, che da loro ho cercato di apprendere».

 

Nello stesso intervento Levi critica il centrosinistra perché lo considera distante dalle esigenze reali dei cittadini, in tema economico-sociale: «Questa visione del centrosinistra è dunque nobile, aristocratica, illuminata e del tutto astratta, tanto più astratta quanto più tecnica, intelligente, competente, fondata sull’indagine economica e sociale più moderna. C’è, al fondo, una sorta di superbia intellettuale; di questa superbia intellettuale abbiamo peccato anche noi, e la conosciamo, fino a quando l’esperienza del mondo contadino ce ne ha guarito, e abbiamo cercato di metterla fuori di noi, diventata poesia».

Sarà rieletto a Velletri nel 1968, nel frattempo dipinge, viaggia – dagli Stati Uniti alla Cina fino al Cile di Allende – e vive intensi amori (dopo Paola Levi gli è accanto Linuccia Saba, figlia del poeta Umberto, che resterà con lui fino alla morte, nonostante non si separi dal marito, il pittore Lionello Giorni; ma ci sono anche Annamaria Ichino – presso la quale si era rifugiato a Firenze nel 1943 – cui lascia il manoscritto del Cristo, e la giovane modella e traduttrice Luisa Orioli). Verso la fine del 1969, subito dopo la strage di piazza Fontana, esprime in versi la sua visione critica e amara rispetto a quel che è accaduto – non sono pochi i componimenti poetici che ha lasciato, su vari soggetti, come mostra la raccolta Bosco di Eva. Poesie inedite (1931-1972):

 

Le «vittime innocenti»

son vittime nocenti

quando nei parlamenti

si travisano gli eventi

per servire i potenti.

Le vittime nocenti

parlan nei parlamenti

Bombe, voci, espedienti

per servire i potenti.

 

Muore il 4 gennaio 1975, a seguito di una broncopolmonite che colpisce un fisico indebolito dal diabete e già compromesso da altri problemi di salute, non ultimo un distacco della retina che gli aveva pregiudicato la vista.

Oggi ad Aliano, 970 anime, per ovvie ragioni si celebra il culto di Carlo Levi. Un attivo parco letterario da vent’anni promuove la conoscenza dell’intellettuale torinese e della sua storia, e anche grazie al «Festival della paesologia» che il poeta campano Franco Arminio organizza da anni, in agosto («La luna e i calanchi»), il paese è entrato stabilmente nel circuito culturale regionale e nazionale. Il parroco di Aliano, don Pierino Dilenge, qui dalla fine del 1973, come spesso accade in realtà così piccole è tra i punti di riferimento del luogo: 80 anni, conosce tutto e tutti, nella stanza che ospita la Pro Loco è un brulicare di libri e stampe di dipinti leviani. Promotore del periodico «La voce dei Calanchi», racconta volentieri di Levi, che ha incontrato quando lo scrittore partecipò alla Settimana dell’amicizia Basilicata-Urss nel dicembre 1974: Mi presentai dicendo «anch’io sono un confinato come lei, da Grassano ad Aliano», strappandogli un sorriso. Poi gli posi alcune domande e confermò quel che pensavo: non ha scritto per sparlare del popolo lucano. Questo era un paese di confino, isolato, difficile da raggiungere, basti pensare che la strada provinciale risale al 1955.

 

 

L’energia del cambiamento: la sindaca degli anni Settanta

 

Un’altra voce sensibile è quella di Maria Santomassimo, nata il 19 dicembre 1941, negli anni Settanta sindaca di Aliano, una delle prime donne alla guida di un comune nel Sud Italia: vinse clamorosamente contro l’avversario democristiano, che era suo cognato (in tutta la regione la Dc è stata storicamente il partito di riferimento, incarnata soprattutto da Emilio Colombo, potentino, più volte ministro e anche presidente del Consiglio nel 1972).

«Il Partito comunista – comincia, gli occhi grigi vivacissimi – spedì addirittura Giglia Tedesco [parlamentare del Pci e moglie di Tonino Tatò, braccio destro di Enrico Berlinguer] a sostenermi. Ricordo ancora il suo comizio, avevo 30 anni e mi sentivo svenire davanti a quella marea di gente, incluse le donne con gli scialli neri e le sedie. Poi tutto il popolo ci accompagnò a casa, e quelli di Alianello [una frazione vicina] suonarono la fisarmonica. “Il paese non ti voterà”, continuava a ripetere mio padre, «primo perché sei una donna, poi perché ti presenti con falce e martello”. Il risultato – le elezioni erano il 18 e 19 novembre 1973 – fece rumore. Ne parlarono radio e giornali, il primo fu Famiglia Cristiana. Il segretario di federazione cambiò, a Domenico Notarangelo subentrò Pasquale Franco il quale disse subito “devi andare a Roma a conoscere Carlo Levi”. E così feci: nel ’74 fissammo un incontro a Villa Ruffo e lui mi disse “Se ogni sindaco di Aliano fosse venuto a cercarmi avremmo fatto grandi cose, ora le farò con te”».

 

Nella sua casa nel cuore del paese – a pochi passi da quella bianca, in via Collina, in cui è vissuto Carlo Levi –, dove sono disseminate foto del tempo (ovviamente anche con l’intellettuale torinese), Santomassimo racconta con impeto e accuratezza, come se descrivesse cose accadute mezz’ora prima. «La sua prima residenza fu di fronte a Palazzo Scelzi (un bell’edificio del Seicento appena entrati in paese), ma aveva bisogno di più spazio e si trasferì in questa casa semplice, «né signorile né contadina» come scrive lui stesso. Certo, aveva il bagno con la tazza di ceramica, lo studio, due ingressi: faceva entrare i contadini di nascosto per curarli». Grazie alla passione delle due animatrici del parco letterario, che accompagnano i turisti e raccontano di Levi, la casa è visitabile: la cucina, il camino, la camera da letto, la terrazza panoramica. È vuota e spoglia, ma nella sua nudità rende l’idea di come dovesse essere allora. Un video permette di entrare nell’atmosfera di quegli anni, con volti, scorci e parole del protagonista. Sotto la casa ci sono i locali del vecchio frantoio, che oggi ospitano il Museo della civiltà contadina: accanto alla macina e alle presse per la spremitura delle olive sono in mostra attrezzi agricoli, arnesi per la produzione e lavorazione del latte ma anche del legno, lampade e bracieri, nonché utensili per la pasta fatta in casa o per il ricamo.

Nel 2017 ad Aliano ci sono stati 8mila visitatori e, al netto delle numerose e costanti gite scolastiche, ci si aspetta risultati sempre più soddisfacenti. Gli ulivi secolari, la macchia mediterranea, i fichi d’India, ovviamente i calanchi, con il loro bianco macchiato qua e là dal verde, che all’improvviso sprofondano in burroni disarmanti: si è accolti da tutto questo e dalle tante citazioni tratte dal Cristo, sparse sui muri del paese, che introducono alla vita dello scrittore durante il confino, prima di immergersi nei più specifici luoghi leviani. A partire dalla pinacoteca, dove ci sono 23 opere d’arte: ritratti della gente di Aliano e scenari realizzati da Levi dal 1950 alla fine della sua vita, lettere e documenti degli otto mesi in Basilicata, sette litografie i cui soggetti sono il paesaggio, le case contadine, volti lucani: gliele aveva chieste l’editore e amico Francesco Esposito, originario di San Costantino Albanese, paese in provincia di Potenza che i due avevano visitato assieme e dove si trova uno schizzo a carboncino di tre ragazzini in abito arbëreshë (gli arbëreshë sono gli albanesi d’Italia). È l’ultima testimonianza artistica di Levi, offerta alla comunità che lo aveva accolto: un murale improvvisato, nell’allora Pro Loco di San Costantino, con il carbone di un braciere e i gessetti prestati da qualcuno.

 

Tornando alla pinacoteca di Aliano, vi sono fotografie in cui lo scrittore compare accanto agli amici di sempre, da Umberto Saba a Pier Paolo Pasolini, ad artisti come Luigi Guerricchio e José Ortega, oltre alle immagini del suo funerale, con tutto il paese raccolto dietro le sorelle e il fratello. «Levi ha voluto denunciare una realtà di sottosviluppo e renderla viva, sia a livello letterario sia nella sua forma pittorica», osserva Santomassimo. «Girava con il taccuino, stava tra la gente, nelle cantine. Faceva posare i ragazzi realizzando dipinti impregnati di neorealismo, come Giovannino e Nennella [16 febbraio 1936], il cui soggetto è un ragazzino che andava a pascolare con la sua capra (Nennella, appunto) morto pochi mesi fa a 92 anni. Ha fatto tutto questo con un obiettivo politico, tanto che nel Cristo dovette cambiare i nomi dei personaggi per evitare l’accusa di diffamazione, ma allo stesso tempo guidato da una forte sensibilità umana che gli aveva permesso di leggere e descrivere le sofferenze, dando loro voce: l’unico a farlo, tra tutti i confinati. Se non ci fosse stato lui, non esisterebbe questo paese: grazie, Carlo Levi», quasi si commuove l’ex sindaca. Che però sottolinea, con onestà, anche la reazione iniziale della gente, delusa e ostile, di fronte alla pubblicazione del Cristo: «Erano sdegnati: “Invece di ringraziarci per come lo abbiamo accolto, ha scritto male di noi per fare i soldi, dimenticando la gratitudine nei nostri confronti”, era il pensiero comune. Ma non si trattava affatto di questo, Levi avrebbe agito allo stesso modo se fosse stato in un paesino del Piemonte. Infatti nella prefazione puntualizza che il luogo descritto è simbolo delle “numerose Aliano sparse sulla terra”. Ormai gli abitanti hanno capito, c’è stato un ricambio generazionale, è arrivato il turismo culturale che ha cambiato le cose».

 

Lei peraltro può riscontrare empiricamente i progressi compiuti dal paese: «Il mio primo atto fu quello di “ripulirlo”, sistemando le case, togliendo l’immondizia dai calanchi, spostando il macello dalla piazza, avviando il rifacimento delle strade di campagna». Nel 1978 si organizza una mostra di pittura collettiva nazionale ed esce il film di Francesco Rosi, Cristo si è fermato a Eboli, girato tra Matera, Craco, Guardia Perticara; ad Aliano vengono effettuate riprese del paesaggio e della casa di Levi. Poi nasce l’«Estemporanea interregionale di pittura», che coinvolge gli studenti di licei e istituti d’arte di Puglia e Calabria, oltre che della Basilicata, e si conclude con la premiazione dei dipinti più riusciti. Nel 1988 viene istituito, grazie anche alla collaborazione del meridionalista Gilberto Antonio Marselli, il Premio letterario Carlo Levi, vinto tra gli altri da Giuseppe Pontiggia, Giorgio Montefoschi, Stefano Rodotà, Giuseppe Lupo, Dacia Maraini.

Santomassimo rievoca il legame di Levi con Linuccia Saba, durato fino alla fine: «Lui aveva fatto testamento, la maggioranza delle tele era destinata a Linuccia, il resto alla Fondazione. Dopo la morte, ci fu una diatriba sul corpo che si protrasse per quattro settimane tra i parenti e Linuccia (morì il 4 gennaio, fu sepolto tra il 27 e il 28), poi prevalse la scelta di Aliano, una specie di nuovo confino. Fu scavata una fossa nel luogo che amava, un punto panoramico del cimitero dove andava sempre a dipingere. Di fronte si vedono i monti del Pollino». È una tomba molto semplice, in sintonia con l’ambiente, delimitata e custodita da due pareti di mattoni, senza alcuna epigrafe. «Proprio al cimitero volle andare poco prima della morte improvvisa – riprende l’ex sindaca – quando venne qui il 10 dicembre. Lo aspettavamo tutti in piazza, mi ricordo la gioia nei suoi occhi, era lui che faceva strada a noi, era molto legato ai contadini. Si fermò nel posto dove è sepolto. I ragazzi delle scuole si erano organizzati per riceverlo, ma lui era nostro ospite, avevamo fatto preparare il pranzo al ristorante La gola, e disse “Tornerò a Natale a salutarli”. Voleva comprare la casa, “a Natale facciamo il compromesso”, aggiunse. In realtà il senatore e segretario dell’Associazione Italia-Urss Gelasio Adamoli, che lo accompagnava, si era accorto che non stava bene anche se non lo dava a vedere».

 

Questo testo è estratto dal capitolo «Aliano, metafora delle Lucanie del mondo», del volume di prossima uscita, Matera e Basilicata, Il Mulino, 2019

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