Lo Straniero e l’ospite

L’incipit dei Miserabili di Victor Hugo racconta l’incontro tra un miserabile avanzo di galera di nome Jean Valjean e Monsignor Myriel. Dopo l’uscita dal campo di lavori forzati, Jean Valjean, ripudiato da tutti per via del suo passaporto giallo, indice di infamia, trova rifugio presso l’abitazione di Myriel. La mattina fugge, rubando l’argenteria. Catturato dalle guardie, viene riportato presso Myriel. Il sacerdote, suo ospite tradito, risponde che l’argenteria non è refurtiva, ma dono e, al dono, aggiunge i candelieri. Il salto iperbolico è salto che dice di un’idiozia, ma quale idiozia? Non, seguendo la diagnosi, il “grave ritardo mentale”, né idiozia è qui da intendersi come insulto che usiamo per squalificare l’altrui persona. L’idiozia è quella della cecità della fiducia.  

Michel Agier, nella prima parte del suo bel saggio Lo straniero che viene: ripensare l’ospitalità, uscito di recente per Cortina, discute da una prospettiva antropologica e con ammirevole competenza, il programma filosofico di Jacques Derrida sull’ospitalità. I testi di Derrida, in buona parte anch’essi comparsi presso Raffaello Cortina (Politiche dell’amicizia e Perdonare), sono molteplici; alcuni firmati da solo, altri con altre autrici, come le psicoanaliste Anne Dufourmantelle  o Elisabeth Roudinesco. 

 

Agier ritiene che la prospettiva di Derrida, convogliata in quegli anni nel progetto europeo delle città rifugio, fosse semplicistica e utopica, impossibile da praticare persino da chi, con tutta la buona volontà ideologica, se ne fosse assunto l’incarico. Difficile, di questi tempi, dargli torto. Tuttavia, il chiarimento definitivo del programma filosofico di Derrida giunge nel momento della morte del filosofo ebreo-algerino-francese; si tratta del saggio sul perdono, l’imperdonabile e l’imperscrittibile. Come accade che un saggio sul perdono abbia a che fare con l’ospitalità? 

In Perdonare Derrida scrive di un “salto iperbolico”, oltre la giustizia, qualcosa che la tempera, che cade sulla testa dei re come pioggia pura. È chiaro che ciò che viene evocato non è del politico, del disciplinare, o del giuridico, non appartiene al categoriale, ma al singolare, al dominio poetico.

Agier discute queste asserzioni che auspicano l’ospitalità assoluta. Lo fa con ottime ragioni, sul piano filosofico, citando Jean-Luc Nancy, che, in relazione alla propria operazione di trapianto cardiaco – lo straniero è come organo che si insedia nell’organismo – scrive: “[…] la sua venuta resta in qualche modo un’intrusione […] un fastidio, un disordine nell’intimità”.

Dobbiamo riconoscere che esiste, nel reale, un nucleo identitario impermeabile, qualcosa di proprio che non può essere condiviso, qualcosa che ha a che fare con il bios, le radici. Il familiare possiede una componente biologica ineludibile, ce ne accorgiamo nell’era delle contaminazioni virali, degli sradicamenti globali, dei cali di nascita e delle nuove solitudini.

 

Come comporre allora la prospettiva derridiana, il suo ottimismo, ancora presente negli anni Novanta, con il pessimismo filosofico contemporaneo e con le asserzioni che si basano sull’osservazione del reale, piuttosto che sul principio di speranza?

Eppure le due prospettive non sono in contrasto. L’idea, utopica, di ospitalità assoluta, per via di quel salto iperbolico che, come nel caso di monsignor Myriel, porta a essere fiduciosi fino all’idiozia, e la dimensione scientifico-disciplinare, potrebbero rendersi complementari.

Provo a rendere conto della complessità dell’opera di Agier. Il suo libro si compone di una serie di esempi concreti di forme dell’ospitalità. 

Una disquisizione sulle possibilità di traduzione del termine “straniero” a partire dalle etimologie, attraverso l’opera di Émile Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Einaudi, 1976. Agier si sofferma, in particolare sui termini greci xenos e xenia; perché ci sia xenia è necessario un patto, anzi, la xenia è, in sé il patto, patto di ospitalità. Inevitabilmente l’interesse si focalizza sull’Odissea.

 

Quando Ulisse rientra a casa, Atena lo nasconde sotto le vesti di un anziano mendicante; in quanto tale l’uomo dissimula la sua identità, per disvelarsi poi, in modo progressivo, a chi può dargli fiducia. Ancora nei panni di mendico, Ulisse viene ospitato presso casa sua come straniero. La legge dell’ospitalità si impone agli usurpatori, costretti a concedere a Penelope di offrirgli un giaciglio. Se si fosse presentato nelle sue reali sembianze, avrebbe ricevuto ostilità. Siamo al paradosso di nascondere la propria identità per potere avere ospitalità in casa propria. Se non ci fossero norme che condizionano l’ospitalità, la strategia di Ulisse sarebbe fallita. 

Più oltre nel testo, Agier parla delle pratiche caritatevoli, o di ospitalità (sadaka) presso gli Hausa, groppi etnici che vivono tra la Nigeria e il Niger. Si tratta di norme complesse. L’ospitalità, presso gli Hausa, benché dovuta, non è pratica gratuita. Il capo famiglia che lo ospita, include lo straniero nella propria comunità come un bambino (yaro), ma un bambino che assume doveri presso la famiglia che lo ospita. Si tratta di una condizione di semi-parentela, di amicizia con tutela, di quasi-kinship, come sostiene Michael Garfield Smith in un saggio sullo scambio tra gli Hausa. L’ospitalità, spiega Agier, ha una forma ambivalente o ambigua: “[…] non si sa mai definitivamente se ci si trova nell’ospitalità o nell’ostilità […] due persone hanno tra loro zumunci – come spiega l’autore questo termine indica una relazione non necessariamente affettiva – non sono quindi necessariamente amiche.” Per esempio un gesto di ostilità, poniamo un furto, commesso dallo yara, continua Agier: “romperà immediatamente la fiducia”.

 

 

La complessità etica di questa relazione di ospitalità si trova in ogni tipo di mondo e l’antropologo, che esercita attività descrittiva e non prescrittiva, è forzato a respingere, o almeno a sospettare, l’utopia derridiana dell’ospitalità incondizionata. È ideologica, impraticabile, impossibile. Lo scienziato non è idiota, né poeta.

Un clinico invece, o una donna – e forse non è un caso che alcune delle opere di Derrida su l’ospitalità assoluta siano co-firmate da donne psicoanaliste – non può fare a meno di credere che il Myrdal di Victor Hugo sia un’eccezione alla regola, non nel dominio categoriale, ma in quello della singolarità.

Si tratta dunque di pensare a una composizione tra l’empirismo della ricerca e la poetica del gesto, togliere dal piedistallo prescrittivo la splendida statua dell’ospitalità, descriverne i confini e le norme, come accade a chi osserva, creare una gestualità incondizionata, come accade a chi pratica. Ulisse ritorna se stesso quando si disvela, lo yaro diventa nemico quando tradisce la sakata, ma Jean Valjean si converte di fronte all’idiota.

Nell’ultima parte del libro Agier illustra i vantaggi dell’essere straniero attraverso una serie di storie, come quella dello straniero Stavros, nato in Anatolia e diventato Joe Arness a Ellis Island; oppure menzionando autori come George Simmel e Alfred Schutz, quest’ultimo con un’esperienza simile a Stavros. 

 

Il filosofo ebreo austriaco Alfred Schütz, che al suo arrivo in America diventerà il sociologo Alfred Schutz, perdendo l’Umlaut, era un allievo di Edmund Husserl. A New York crea una metodologia di osservazione sociologica definita come “tecnica dello straniero”. 

Schutz sostiene che lo straniero è nella migliore posizione sociologica perché non può fare a meno di sorprendersi e di sospendere il giudizio su ciò che osserva presso il paese che lo ospita. Ciò che il nativo considera dato-per-scontato, diventa interessante e inusitato per lo straniero. Personalmente ho lavorato dagli inizi degli anni Novanta con famiglie e persone migranti, nelle diverse fasi delle immigrazioni in Italia e con famiglie all’estero, dove lo straniero sono io. Sono convinto che buona parte della mia formazione clinica, negli ultimi trent’anni, sia dovuta all’esperienza di ascolto di una differenza radicale sul piano della vita, del modo di pensare, della religiosità, della necessità, delle lingue, dei corpi, della malattia, persino dei batteri e dei virus.

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