Lucia Poli: con un ceffone e un whisky

 

Dal 28 al 30 settembre si terrà a Livorno la terza edizione del festival Il senso del ridicolo, dedicato all'umorismo, alla comicità e alla satira.

Fra gli ospiti di questa edizione ci sarà anche Lucia Poli. Fiorentina di nascita e romana d'adozione, attrice - e autrice - per il teatro, il cinema, la radio e la TV, è stata, con la fondazione del Teatro Alberico nel 1975, una delle figure-chiave del teatro d'avanguardia in Italia. Le rendiamo omaggio con un affettuoso ritratto, scritto dal fratello Paolo (1929-2016) e tratto dalla raccolta Alfabeto Poli (Einaudi, 2013), a cura di Luca Scarlini, al quale va il nostro grazie per averne concessa la riproduzione.

 

La biologia in primo luogo. La nostra somiglianza paradossale è una dissimiglianza biologica, ma è una somiglianza di cervello, di scelte, di preparazione, di humus da cui siamo venuti fuori. Però è come un gioco di specchi. Anche perché bambini insieme non abbiamo intrecciato carole, tra noi c’è una generazione di mezzo.

La mia sorellina Lucia per me è come un figlio. Perché quando avevo vent’anni lei ne aveva nove. Quando ci voleva, la picchiavo di santa ragione. Lei comunque era spupazzata da tutti e viziatissima da me. Le facevo i compiti, l’accompagnavo a scuola. La vestivo da maschio, con camicia di picché e scarpe maschili. Lei è sempre sembrata in maschio, e forse non poteva che essere così. Io ero un’immagine un po’ vagula, però mi davano credito. Diedi il nome ai miei fratelli minori, mio padre mi chiedeva consiglio su quali colori mettere qua o là.

 

Da bambina Lucia cresceva come un Bambi, e io la convinsi a portare scarpe basse, calzettoni bianchi e capelli corti da uomo, ma poi un bel giorno a scuola finì per piangere e non volle più seguire i miei consigli, a costo di mancare di buon gusto. Una volta le tagliai i capelli come Ingrid Bergman in Per chi suona la campana. Secondo me Lucia ha trasformato quell’episodio in un suo piccolo olocausto. Lei, invece, voleva essere pettinata come la Bardot. Figuriamoci, quella all’epoca faceva la servetta in qualche filmetto.

 

Quando venne a vivere a Roma Lucia stava da me, dormiva sul divano, dove abbiamo parlato tanto. Io la trattavo come tratto tutte le persone che amo: con un ceffone e un whisky. Quando veniva qualcuno per il sesso, le dicevo: “Scappa, vai al cinema, o a fare una passeggiata. Sta arrivando un mostro”.

In scena abbiamo le stesse armi. Io sono stato più maliarda di lei, lei è più diretta, più virile. Ora andiamo d'amore e d'accordo: suo figlio Andrea ha bisogno della madre, ma ha bisogno anche di me. Il suo uomo sta al pianterreno, lei al primo, il figlio al quarto. L'unica famiglia felice è quella ben distanziata.

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