raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

L’uomo ha tre dimensioni

È un crescendo, ma anche un diminuendo o il ritmo piano di una spirale che si può aprire e poi sprofondarci. L’io-tu-noi forma un triangolo esistenziale in ogni individuo, dà vita a una costruzione originale: una trama di effetti sliding doors e “conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali”, come il filosofo e psicologo Wilhelm Wund definiva l’eterogenesi dei fini.

La convivenza della molteplicità dei nostri io con il tu insondabile di un altro, con il noi di un ambiente esterno che per ognuno è diverso, insieme reale e mentale, rende il collettivo una dimensione della psiche individuale.

In Io, tu, noi. Vivere con se stessi, l’altro, gli altri (Utet, 2019) Vittorio Lingiardi dichiara di voler “raccontare un’intersoggettività ideale immaginandola come una sfera armillare composta dall’intreccio dei tre anelli dell’io, del tu e del noi”. Un soggetto elastico e dinamico, in dialogo, disposto a correre l’azzardo del con, capace di inseguire i collegamenti tra le barriere sociali e politiche e i muri in testa.

Come nei precedenti Mindscapes (Raffaello Cortina Editore) e Diagnosi e destino (Einaudi), la scrittura va sempre veloce, la riflessione psicoanalitica spazia tra molti autori, contamina altri campi, dal cinema alla letteratura. Mentre la psicoanalisi stessa incontra pensieri diversi, dalle neuroscienze ai gender studies. Il discorso clinico così si affaccia su una rappresentazione culturale della contemporaneità. 

Punto di partenza imprescindibile rimane l’idea del conflitto dei mondi interni e dei mondi esterni, qualcosa di impossibile da semplificare. Perché, seppure con intensità diverse, ognuno di noi conosce e sperimenta l’Uno, nessuno e centomila. E il vivere connessi abitua, e forse costringe un po’ tutti, allo switching, a passaggi repentini di identità. Qualcosa che si può anche chiamare neo-identità. Ma, per chi soffre di sintomi dissociativi, si amplifica in “stati di personalità”: una realtà oggettiva, una realtà soggettiva, una ulteriore abitata da alter. Lingardi è d’accordo con un autore come Bromberg, in particolare con le conclusioni di un testo importante come il suo Clinica del trauma e della dissociazione. Standing in the spaces (Cortina, 2007), che la salute “non consiste nell’integrazione, la salute è la capacità di rimanere negli spazi tra realtà diverse senza perderne alcuna”. 

 

 

Un percorso analitico, ma potremmo aggiungere ogni ricerca di individuazione, migliora la nostra competenza autobiografica, permette di avvicinarci a quello che dice Freud quando si accinge a parlare di Dora, il suo primo caso: “una storia clinica conseguente, intelligibile e non lacunosa”. Una narrazione in contemporanea, nella quale non c’è mai un prima e un dopo, perché il nostro io è già il prodotto di una concatenazione interdipendente, tra aspetti costituzionali, anche quelli fisiologici, e il modo in cui siamo stati accuditi, visti, accolti. Qui, come in altri suoi testi, l’autore sottolinea quanto, nel doppio movimento etologico di attaccamento e separazione, le rotture e le riparazioni non siano modalità date una volta per tutte, ma una ripetizione nel continuum del ritmo di una relazione duratura, compresa quella analitica. 

Il rapporto d’amore è il fulcro della parte intitolata Con te. In un momento storico in cui l’io-tu della relazione amorosa è in sofferenza, in oscillazione tra le difficoltà di stabilire un contatto e le lacerazioni di trascinamenti simbiotici e fusionali. L’idealizzazione rende impossibile raggiungere l’altro, e gli incontri non diventano storie, e le storie non diventano convivenze. È ancora un film, The Hole, il buco, di Tsai Ming-Liang, a metterlo in scena. “In due appartamenti, uno sull’altro, di un grigio condominio di Hong Kong, vivono un uomo e una donna. Due esistenze ritirate in un mondo inospitale, caldissimo e umido, ininterrottamente battuto dalla pioggia. Due solitudini che non si incontrano mai, vite passate in stanze tristi, tra oggetti inerti. (…) Finché un idraulico, con una riparazione maldestra crea una crepa, un passaggio pavimento-soffitto tra i due appartamenti. Nella scena più emozionante del film, la donna si sveglia di soprassalto da un incubo. Mentre respira affannosamente, dall’alto, dal buco, scende il braccio dell’uomo che le porge un bicchiere d’acqua”.  

 

Di tutto questo la sessualità, spesso un campo di battaglia, è un rispecchiamento. Anch’essa forse nutrita dall’inconscia speranza che i nostri amanti riparino ciò che all’origine nessuno ha voluto/potuto vedere. Lingiardi cita Fonagy: “Di fronte all’eccitazione sessuale dei loro bimbi piccoli, la stragrande maggioranza delle madri afferma di distogliere lo sguardo”. Sensazioni che allora abbiamo dissociato potrebbero rivelarsi nell’incontro con l’altro, potrebbe essere questa la traccia di “disregolazione” nella sessualità. Una pista significativa laddove la sessualità oggi appare liberalizzata, ma non liberata. 

Nei Legami d’amore, così suona anche uno dei suoi titoli, Jessica Benjamin ci dice che è riconoscimento la parola chiave. E in un testo recente e fondamentale sull’argomento, Il riconoscimento reciproco. L’intersoggettività e il Terzo (Cortina, 2019), vede l’identità di ciascuno costituita dalla tensione tra un desiderio di onnipotenza e uno di contatto. Dobbiamo accettare la dipendenza da un altro indipendente che a sua volta dipende da noi, perché solo in questo modo è possibile uscire dallo stato illusorio che porta a un’idea di dominio. Quella del riconoscimento potrebbe essere chiamata una dialettica del controllo poiché, quando il sé controlla completamente l’altro, l’altro cessa di esistere e, viceversa, se è l’altro a controllare completamente il sé, allora è il sé che cessa di esistere. Condizione di una vera esistenza indipendente è solo il riconoscimento dell’altro, della sua diversità, della sua autonomia e infine del bisogno che abbiamo della sua presenza concreta. 

 

Il Terzo indica “la posizione in cui riconosciamo implicitamente l’altro come un ‘soggetto simile’, un essere che possiamo sperimentare come ‘altra mente’, una posizione costituita dal mantenere la tensione del riconoscimento tra differenza e uguaglianza, intendendo l’altro come un soggetto separato ma equivalente che agisce e conosce, con il quale tuttavia è possibile condividere sentimenti e intenzioni”. Jessica Benjamin parla della sua esperienza di madre, di terapeuta, ma anche del suo impegno politico con l’Acknowledgment Project durante la seconda intifada. In un mondo attraversato dal timore di perdita, invita a un cambio di postura: attivo versus passivo. È la consapevolezza della forza che deriva dal poter dare a risultare liberatoria, a permettere di non mostrificare l’altro con proiezioni spaventose. 

Con il pensiero di Jessica Benjamin Lingiardi introduce la parte conclusiva dedicata alla dimensione politica del lavoro psichico. E ricorda l’appello dell’aprile 2019 di più di mille psicoanalisti che, superando distinzioni di scuole e appartenenze, scrivono a Mattarella per esprimere la preoccupazione per il “clima di intolleranza e disumanità”, “razzismo crescente”, timore che si generi “una società psicopatica, paranoica e autoritaria”. Mentre sono sempre più numerosi i terapeuti impegnati nel lavoro con profughi, richiedenti asilo, traumatizzati da guerre, abusi sessuali, sfruttamento, torture. Perché la cura dell’io è cura del noi.

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