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Macaia, scimmia di luce e di follia, foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia. Paolo Conte canta il clima delle giornate di Genova, quando soffia il vento di scirocco, il cielo è coperto e il tasso di umidità è elevato. Forse di origine greca (malachia), forse inglese (muggy air), macaia non ha corrispettivo nella lingua italiana e spesso è confusa con l’inquinamento ambientale provocato dal cambiamento climatico o dal dissesto idrogeologico derivato dallo smog di fumi e polveri sottili.

Per quanti non abitano Genova questa similarità è possibile perché, osservando il fenomeno dall’esterno, gli effetti sembrano quasi identici e nella loro immaginazione spesso prevale il cielo coperto, lattiginoso, l’orizzonte solcato da una linea di nera di catrame, temperature fredde oppure afa che rende l’aria irrespirabile: accendiamo condizionatori, azioniamo ventilatori, terapie per renderci immuni alla malattia, estranei e non responsabili delle orti del pianeta.

 

Chi, al contrario, abita Genova sa che macaia regala giornate uggiose e fredde in primavera e climi miti e ventilati in inverno, capovolgendo per brevi istanti il moto delle stagioni.

In realtà, dunque, nell’accostamento tra gli effetti del cambiamento climatico e la macaia risiede la differenza: mentre l’inquinamento ambientale procede senza soluzione di continuità, la macaia alterna in una danza condizioni metereologiche e igroscopiche insolite e atmosfere inattese.

Per questo motivo da questione climatica, seppur particolare e caratteristica, la macaia è modo di essere, criterio dell’esistenza, stato dello spirito: si abbandona la tristitia e ci si abbandona alla dolcezza che il tempo ci regala. In questa condizione gli oggetti perdono i loro contorni, prevalgono accostamenti insoliti, sostituzioni, spaesamenti, vortici: atmosfere esotiche seguono ambientazioni baltiche.  Macaia è intraducibile perché è prodotto di secoli di confronti, dialoghi contaminazioni di una città che fa del mare il suo specchio: Genova si dà al Mediterraneo e riceve dal Mediterraneo culture, idee, in un continuo scambio, in tempi non previsti o programmati.

 

Questa condizione può essere descritta attraverso un colore, il grigio azzurro che evoca (ancora) il clima e volubile e insieme la pietra di Liguria con cui è stata costruita la città e che calpestiamo quando attraversiamo Genova: grigio azzurro non è solo il cielo, non è solo il mare, è anche il colore dell’utopia, del sogno che si fa ogni giorno perché ogni giorno è sogno, perché il tempo della storia è la quinta del tempo contemporaneo, prodotto di una costellazione dinamica, mai immobile, probabile:  quadraturismo tridimensionale che accoglie il passante, palazzi sette-ottocenteschi che si aprono come sipari. Scopriamo grattacieli, skyline che potremmo incontrare attraversando in una megalopoli dell’estremo oriente, una rambla brasiliana, senza offuscare il sogno newyorkese: uno stato d’animo che richiede distacco, profondità, ironia, oggi più che allora perché lo spaesamento è deterritorializzazione, delocalizzazione del pianeta che è racchiuso nel Mediterraneo.

 

L’adagio di Paolo Conte, dunque, è ancora attuale, ma non più riservato a chi raggiunge Genova dalle pendici della pianura padana, è esteso a quanti vivono lo stesso turbamento di una città che è alla ricerca di soluzioni possibili ed è città educante negli spazi condivisi, nelle scenografie partecipate, nella discrezione delle relazioni private, nei silenzi dei suoi lutti, di ieri come oggi. Perché Genova non è una città qualsiasi, ma può essere qualsiasi città, Lagos, piuttosto che Vilnius o Manila, perché Genova è macaia ed è macaia che ha prodotto Genova.

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