Memoria senza storia

Per rappresentarsi sempre al presente, la modernità deve costantemente dimenticarsi di se stessa. Soprattutto deve dimenticare di essere frutto di una gigantesca mole di lavoro e di conflitto a scapito di chi la modernità non l’ha raggiunta. Almeno dalla caduta del muro di Berlino, nell’occidente allargato alle altre parti del mondo, che stanno addirittura meglio interpretando il suo modo dominante di operare economico e politico, l’oblio del lavoro e della lotta al resto del pianeta è stato riempito sempre più dal revival delle identità, delle radici, del sangue e del suolo. In altre parole, l’oblio delle dimensioni estese che ci legano agli altri e ad altri territori, classi sociali, culture e religioni, è stato rimpiazzato da dimensioni più facilmente delimitabili e, per questo, apparentemente più rassicuranti. Si è generata quasi una concorrenza a rincorrere le proprie presunte appartenenze, con tutto quello che ciò comporta in quei soggetti che, non riuscendo a collocarsi in modo vincente nel grande supermercato delle identità redivive, finiscono per rappresentarsi esclusivamente come vittime, pur di avere un identificante eclatante. Identitarismo e vittimismo sono fenomeni che sempre più spesso si alimentano a vicenda. Soprattutto, sono fenomeni che corroborano la memoria a intermittenza, ad uso e consumo specifico senza rapporto con il circostante temporale e spaziale.

 

La modernità si dimentica di se stessa autocolonizzando esclusivamente ciò che può riuscire a capitalizzare. Si fa turista di sé erigendo totem e infossando tabù sui quali costruire le proprie mitografie. Vi sono, potremmo dire, molte memorie, cimeli e rimossi della modernità, ma ancora troppo poca coscienza globale e perciò poca storia e geografia della stessa. 

Si potrebbe proprio partire dall’espressione “coscienza globale” per entrare nel ragionamento del consuntivo di riflessione di un lungo e ricco percorso di ricerca e di insegnamento della storia, qual è quello che traspare dal libro di Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato (Einaudi, pp. 121). Da anni Prosperi è in Italia e a livello internazionale insieme a Serge Gruzinsky e Sanjay Subrahmanyam, per citare due fra i nomi più importanti, lo storico che ha improntato la sua ricerca combinando quella che forse impropriamente viene chiamata microstoria, a una cornice di storia mondiale o globale appunto, attenta a individuare proprio l’intreccio e le conseguenze che anche un evento che si presenta circoscritto nella sua singolarità ha potuto sviluppare a livello generale, bensì non generico. In tal senso si pensi al suo studio L’eresia del Libro Grande. Storia di Giorgio Siculo e della sua setta (Feltrinelli), dove intorno a un oggetto che la censura e la repressione avevano quasi completamente cancellato, Prosperi sa mostrare quanto esso invece sia stato cruciale per ricostruire una storia ben più ampia e radicata rispetto al forzato ma efficace oblio a cui la stessa era stata sottoposta: un pezzo importante della storia italiana e europea degli eretici della penisola nel ‘500 che a suo tempo, uno dei maestri di Prosperi, Delio Cantimori, aveva contribuito pionieristicamente a disvelare nelle sue effettive proporzioni.

 

Anche quando l’obiettivo della sua ricerca sono le singole personalità, come quelle protagoniste della pratica di scrivere la propria memoria autobiografica nel momento in cui si viene a far parte della Compagnia di Gesù (il libro al quale si fa riferimento è La vocazione. Storie di gesuiti tra Cinquecento e Seicento, Einaudi), oppure la biografia circoscritta alla prima parte della vita di Lutero. Gli anni della fede e della libertà (Mondadori), Prosperi riesce sempre a far dialogare il soggetto in questione con una dimensione sociale più ampia e temporalmente dilatata, da cui traspaiono mentalità e coscienza che non concernono però più soltanto l’individuo e il fatto specifico. In tal senso, una delle opere più significative di Prosperi, in cui il fragile e incerto ambito della memoria è indagato attraverso la trama che dalla stessa memoria arriva a quella che abbiamo chiamato coscienza globale, è Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari (Einaudi), con il suo intrecciarsi di istituti esterni, quale quello dell’Inquisizione, con i gangli dell’interiorità e degli abiti mentali di inquisitori e inquisiti.

 

 

Una storia questa, che riesce a oggettivare la governance interiore delle anime e che, in una certa misura, continua anche nel suo più recente Delitto e perdono. La pena di morte nell’orizzonte mentale dell’Europa cristiana. xiv-xviii secolo (Einaudi). Qui, sin dal titolo, i livelli della memoria del caso individuale si correlano secondo un ordine del discorso che rivela al primo posto l’oggettività della norma positiva (il delitto), cioè della storia secolarizzata dello stato che il perdono spirituale individuale, amministrato dalla città celeste della religione, vorrebbe contribuire a far obliare per poter continuare a utilizzare lo stesso delitto in modo moralmente neutro, secondo una formula che potrebbe suonare così: cura dell’anima alla chiesa e sacrificio del corpo allo stato. 

 

Il caso specifico o la singola data, come nel caso del libro Il seme dell’intolleranza. Ebrei, eretici, selvaggi: Granada 1492 (Laterza), sono per Prosperi non micro-tempi che ci guidano in micro-territori dove emergono soltanto identità specifiche chiuse in se stesse ma, al contrario, singolarità storiche centrifughe che tracciano percorsi e mappe che vanno oltre il limite temporale e geografico da cui originano. Storia globale distinta dalla memoria individuale e di gruppo, nella quale invece molta storiografia odierna si lascia risucchiare, si diceva, è l’oggetto di ricerca sul campo di Prosperi, e è anche la chiave d’accesso a questo ultimo suo lavoro di riflessione critica sulla ricezione sociale della storia. Nel racconto memoriale tutto tende a essere in luce oppure a rimanere nel buio assoluto, senza zone d’ombra o grigie (direbbe Primo Levi). Una storiografia degna di questo nome invece, anche a costo di rompere continuamente il filo o tesserne altri divergenti e collaterali, è quel racconto che ci ragguaglia anche della consapevolezza che, per dirla con le parole di Prosperi, «il cono d’ombra che circonda la storia raccontata è tanto più vasto e fitto quanto più luminosa è la parte in evidenza». È soprattutto attraverso la coscienza di questa dimensione ibrida, né del tutto immemoriale né del tutto memorabile e condivisa, che la storia, anche quella remota, è sempre in qualche modo presente. E non tanto perché l’atto di rammemorare, anche cose accadute tanto tempo fa, avvenga oggi.

 

La storia è qui presente, o meglio contemporanea, in un senso diverso. E cioè quello per cui le zone d’ombra che in essa permanevano possono trovare percorsi di rischiaramento in seguito all’accadere di eventi che nel presente sortiscono indizi, sintomi che ci riconducono alle stesse zone che erano rimaste in ombra. In tal senso si giustifica l’idea benjaminiana di verità storiche che per disvelarsi possono farlo non solo quando gli eventi che le riguardano accadono, ma anche dopo che gli stessi eventi sono accaduti. Tali eventi, più che essere consegnati alla storia, nel senso di chiudere con essa i conti, sono consegnati e conservati dalla storia stessa a una conoscenza che si paleserà a tempo debito, cioè secondo un ordine temporale non solo cronologico, ma anche cairologico. Sta forse qui il vero senso del noto adagio secondo il quale la verità è figlia del tempo. Partendo dalla ricerca di un altro suo fondamentale libro per la storia moderna italiana, Un volgo disperso. Contadini d’Italia nell’Ottocento (Einaudi), Prosperi fa l’esempio della condizione schiavile di persone che soprattutto in certi periodi dell’anno tornano a popolare le campagne e a vivere in agglomerati di fortuna senza servizi, dentro i confini di terre di nessuno, che sporadicamente vengono alla ribalta, e solo se vi accade davvero qualcosa di eclatante e terribile – per poi subito tornare all’invisibilità e all’oblio.

 

Prosperi mostra come tutto questo modo schiavile di lavorare non è un’eccezione temporanea nel belpaese, ma l’analogo di ciò che anche gli ancora più invisibili protagonisti della civiltà contadina in Italia sono stati per secoli, e in particolare nel secolo del progresso moderno per eccellenza, cioè quel diciannovesimo secolo che Leopardi chiamava «superbo e sciocco». 

Nella memoria, intesa come ricerca mnemonica, in genere vogliamo arrivare a un quid che metta un punto. Nella ricerca storica il quid che si raggiunge si allarga invece alla considerazione delle coordinate di quello stesso punto. Sta qui un’altra differenza tra memoria e storia che Prosperi esemplifica attraverso uno degli eventi cruciali del già menzionato libro sul 1492, e cioè la cacciata degli ebrei sefarditi dalla Spagna che determinò, fra le altre cose, il passaggio dalla ritualità meccanica del ricordare nella cultura ebraica, alla nascita della sua storiografia. Analogamente, il tentativo di sostituire una memoria con un’altra, come è avvenuto con il fallito tentativo colonizzatore operato dall’Europa cristiana in oriente, ha finito per fornire materiali storici per rivedere criticamente proprio la tradizione che voleva dominare l’altra. Così infatti è accaduto all’Europa che riceveva le acquisizioni delle ricerche dei missionari e degli esploratori nelle diverse zone del continente asiatico. Lo studio di quelle altre civiltà, propedeutico all’occidentalizzazione delle stesse, ha finito per risolversi in una disponibilità per l’Europa delle conoscenze di altre culture, religioni e forme politiche che hanno messo sempre più in forse la presunta centralità dell’Europa cristiana nello scenario del mondo. 

 

Non è solo il ricordo a lasciare segni, ma anche le cancellazioni. Anche di questa dimensione negativa, ma altrettanto fattuale, una storia che sia propriamente tale, deve poter farsi carico. Il compimento del processo di ritrovamento mnemonico, in un certo qual modo, tende a coincidere con il contenuto di quanto viene ricordato, come abbiamo accennato. È, o dovrebbe essere la storia invece, a rendere conto anche della larva di ciò che abbiamo ignorato. E ciò a prescindere se questo possa o meno essere compreso immediatamente e, soprattutto, se possa o meno essere condiviso, come incautamente si è fatto invece in Italia, con la propaganda ideologica della cosiddetta «memoria condivisa». Parafrasando i suggerimenti di Prosperi, forse a differenza di ciò che si presume per la memoria, la storia è tale proprio perché non potrà mai essere completamente condivisa così da coincidere con i ricordi selezionati di un gruppo, di una comunità identitaria. Una storia che si identificasse con la costruzione della memoria condivisa, come quella della nazione, finirebbe per funzionare come un grande setaccio, come una paradossale «macchina per dimenticare», per dirla ancora con le parole di Prosperi. Questa ricorrente funzione distruttiva del passato che la storiografia ha più volte assunto si costituisce, ci ricorda Prosperi, quando appunto la storia viene confusa con la memoria.

 

Quando cioè tutto quanto è lasciato inesplorato e incognito viene assunto come estinto, non più operante neanche come mero segno di cancellatura. Quando cioè l’oblio viene in qualche modo certificato da un patto di neutralità o neutralizzazione con la dimensione negativa alla quale abbiamo accennato, che invece la storia dovrebbe tenere in considerazione. Giurare di dimenticare soprattutto quando a confliggere sono le parti di uno stesso soggetto politico, di una stessa comunità o nazione (i genocidi, le guerre civili, le guerre di religione), mettere da parte il ruolo di intere classi, ignorare il genere e sesso nelle categorie sociali, non a caso sono proprio le cose nelle quali la storia è da sempre maggiormente tentata di trasformarsi senza residui in memoria accuratamente selezionata. Pur non potendo conoscerla, una storia che non si riduca soltanto al memorabile, include nel suo racconto anche la traccia di ciò che non sappiamo e che forse mai riusciremo a sapere adeguatamente. Benché, come ci hanno insegnato quegli storici che non fanno coincidere temporalmente l’accertamento del fatto né con la comprensione né tantomeno con la conoscenza di esso, per l’appuntamento dell’accaduto con la verità c’è sempre speranza nella storia. Questo legame con la speranza, sulla scorta di Benjamin, è forse il richiamo più cospicuo dell’importanza vitale della storia che ci viene dalla preziosa riflessione di un grande storico qual è Adriano Prosperi.  

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