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Modigliani, uomo dell'altrove

Livorno ha ospitato la mostra “Modigliani e l'avventura di Montparnasse”, dedicata al “suo” artista più famoso. Nonostante il successo, non si è trattato però della fine di un lungo esilio (lo slogan sottinteso era quello del “ritorno del figliol prodigo”), perché certi esili non possono mai finire. Ed è bene sia così. 

 

Un tempo, trent'anni fa, era possibile salire su un treno a Livorno (verso le sette, o le nove di sera, non ricordo bene) e si arrivava la mattina dopo alla Gare de Lyon. Oggi non si può più fare. Bisogna andare prima a Firenze, poi a Milano, e da Milano raggiungere Parigi attraversando la notte. Persino cento anni fa il collegamento tra Livorno e Parigi era più diretto, non solo in senso ferroviario. Chi conosce bene la piccola città toscana sa che un po' di Parigi aleggiava anche lì, magari cogliendo un riflesso dello stile liberty nella decorazione di un lampione, in una prospettiva di palazzi affacciati sul mare con un gesto che sa (sapeva) di belle époque.

 

Modigliani, ph Claudia Cei.


A Livorno neppure le bombe sono riuscite a spazzare via quel gesto, a cancellarlo completamente. Chi volesse trovare ancora un'aria di Parigi può per esempio visitare il cosiddetto “Scoglio della Regina”, dove nel 1846 sorgeva un bagno pubblico esattamente nel luogo in cui Maria Luisa di Borbone, ce lo racconta un sito dedicato, “aveva effettuato alcune balneazioni in una piccola piscina coperta solo da tendaggi”. Oggi lì c'è un polo di ricerca nel settore delle tecnologie per il mare. Ma a Parigi non c'è il mare, anche se, mediante la cipria turchese diffusa tra le strade e i tetti, potremmo quasi presentirlo. E allora poniamo Parigi sul mare, sul versante di un cenno disposto a farci veleggiare altrove. Modigliani, vedrete, ci aspetta già sul contorno di un'idea, quella dell'esilio, che ha bisogno di essere penetrata da dialoghi immaginari.

 

Ph Andrea Dani.


“Credo che pochi siano arrivati in una città sconosciuta, miseri e disarmati come me”. Queste parole non sono di Modigliani, ma di Gino Severini, altro artista toscano che in quel torno di anni (appena svoltato il XX secolo) si dirigevano verso la capitale francese per trovare una fonte d'ispirazione e una possibilità di realizzazione. Siamo nel 1906. Il livornese è arrivato lo stesso anno, dopo aver toccato Capri e Venezia, e l'incontro con Severini si materializza secondo la sceneggiatura più prevedibile: “Salivo per la rue Lepic per andare verso il Sacro Cuore – racconta Severini (La vita di un pittore, Feltrinelli, pag. 34) –, quando, di fronte al famoso ballo del Moulin de la Galette, m'incrociai con un altro giovanotto bruno, con un cappello che soltanto gli italiani sanno o possono...; ci guardammo bene in viso, e poi, alcuni passi dopo, ci rivoltammo ambedue e tornammo indietro. Le solite parole che si pronunciano in questi casi, e forse non ce ne sono altre, sono queste: «Lei è italiano, mi pare?» al che si risponde: «Certo, e anche lei, ne sono sicuro». Ci affrontammo dunque, presso a poco così; ma poi c'informammo a vicenda che eravamo pittori, che eravamo toscani, e che si abitava a Montmartre”. Due esiliati, Severini e Modigliani, o per meglio dire due espatriati verso la patria dell'arte, perché quella era la via, se non si voleva restare impigliati in una tradizione locale, in Toscana praticata dagli infiniti pittori post-macchiaioli, che cominciava già a mostrare la corda. 

 

Ph Andrea Dani.


Anche un cantautore come Vinicio Capossela, che a Modigliani ha dedicato uno dei suoi brani migliori (“Modì”), non può fare a meno di evocare l'esilio, quando parla di lui: “... perché Livorno dà gloria / soltanto all'esilio / e ai morti la celebrità”. Ma di cosa è fatto un esilio, e soprattutto: quanto può durare? Un altro dialogo possibile è quello tra il pittore e l'assessore di Livorno. Quando, in seguito al cambio di giunta (finito l'esperimento pentastellato), lo scorso anno la nuova amministrazione cittadina ha dovuto affrontare il tema delle celebrazioni per il centenario della morte del “suo” artista più famoso, Simone Lenzi, nuovo assessore alla cultura, ha visto che c'era un grosso nodo da sciogliere. Già una volta, nel 1984, la città aveva tentato di riappropriarsi di quel figlio perduto, ma era finita con un disastro di risonanza mondiale. Sulla “beffa”, sulle false sculture gettate nei fossi, oggi sappiamo che in realtà si trattò di qualcosa di molto più fosco di un semplice scherzo. Dietro le facce burlone dei livornesi appaiono maschere grottesche, dai riflessi criminali. “Attenzione, chiunque si occupa di Modigliani viene colpito dalla maledizione”, ha ricordato Claudio Strinati, per anni consulente degli Archivi Legali Modigliani, a Dania Monfini e Claudio Loidice, che hanno cercato di ricostruire la vicenda complessiva di interessi e falsificazioni intessuta all'eredità del pittore (L'affare Modigliani. Trame, crimini, misteri all'ombra del pittore italiano più amato e pagato di sempre, Chiarelettere, pag. 67). Il rischio, lo sapeva bene l'assessore, sarebbe stato però quello di far mancare a Livorno l'occasione di una riappacificazione, di far cioè perdere a Modigliani ancora il treno, stavolta però non per Parigi, ma da Parigi, cioè quello del suo viaggio di ritorno.

 

Ph Andrea Dani.


In realtà lo stesso Simone Lenzi conosce il tema dell'esilio. Ne dà conto in un libro (In esilio. Se non ti ci mandano, vacci da solo, Rizzoli) che avrebbe meritato più fortuna. Autoconfinatosi in un “paesello” dell'entroterra pisano, scriveva l'assessore in quel volume uscito due anni fa: “Io non so ancora che fine faccio, e neanche so dire esattamente quando ho cominciato a fare la fine che faccio. Ma sono certo che sto facendo una fine” (pag. 11). La fine che hanno fatto più o meno tutti gli assessori al turismo e alla cultura di Livorno, prima di lui, era quella di languire nell'impotenza a causa di una maledizione che, evidentemente, non ha a che fare solo con quella di Modigliani. Lenzi aveva peraltro già affrontato l'argomento in un altro suo libro, centrato sull'immobilismo che sembra affliggere chiunque abbia voglia di realizzare qualcosa in una città sinora vista dunque come una vera e propria tomba di talenti sprecati (Sul Lungomai di Livorno, Laterza): “Ne ho conosciuti a decine di sprecati in questa città. Sprecarsi a Livorno è la cosa più facile del mondo. Tutto ti aiuta a farlo”.

 

Modigliani, ph Claudia Cei.


L'esilio di Lenzi, però, è durato pochissimo, per fortuna. E mettere su una mostra su Modigliani gli dovrà essere sembrata un'ottima occasione per tornare a casa. La buona sorte gli ha fornito alcuni quadri delle collezioni Netter e Alexandre, in pratica un pacchetto già pronto, curato da Marc Restellini, con dentro una manciata di Modigliani al di là di ogni possibile sospetto, vale a dire non ripescati dalla melma leggendaria dei fossi cittadini o composti sulle tavolozze dei falsari. Nonostante il costo, nonostante la paura di declinare in modo troppo provinciale il nome di “Modì” (maudit, maledetto) in quello familiare di “Dedo” (il diminutivo di Amedeo), si poteva fare. Oltre centomila visitatori registrati alla fine della mostra gli hanno dato ragione: l'assessore che sa di stare facendo una fine, adesso potrebbe farne una migliore di quella paventata nel suo libro (glielo auguriamo di cuore). 

 

Ph Andrea Dani.


Ho visitato la mostra a dicembre, nei giorni dopo Natale. In effetti c'era molta gente, stipata nei corridoi angusti del percorso espositivo ricavato nel nuovo Museo della città. Magari ci sarebbe voluto più tempo per pensare a qualcosa di maggiormente attinente al richiamo del grande esule tornato in patria, ma bisogna prenderlo come un inizio. Piuttosto, che farne del tema stesso dell'esilio, posto che Modigliani, parigino d'elezione, sia tornato adesso ad essere “un livornese”? Come noto, quasi ancor prima di essere “un livornese”, Modigliani era un “ebreo livornese”. Qui si avverte un'increspatura nel significato più banale del “tornare a casa”, nella vieta immagine del “figliol prodigo”, un significato che dunque non si può certo stirare come nulla fosse, neppure grazie a una mostra in gran parte riuscita.

 

Modigliani, ph Claudia Cei.


Ebraismo ed erranza si fondono nella trama di un esilio per il quale non ci può essere possibile ritorno. “L'ebreo – ha scritto Giorgio Manganelli (Mammifero italiano, Adelphi) – è sempre stato l'uomo dell'altrove, e in questo senso è stato lo scandalo, giacché egli era ciò che all'occidentale si chiede di essere, e che l'occidentale rifiuta di essere”. Ma cosa rifiuta di essere l'occidentale? Egli, aveva appena detto Manganelli, “ha il terrore dell'altrove, odia l'altrove, e tuttavia sa nelle sue viscere geroglifiche che solo l'altrove custodisce il suo significato”. (Per inciso: anche una delle prime e più belle canzoni dei Virginiana Miller, dei quali Simone Lenzi è o fu il cantante, s'intitola “Altrove” e parla di stazioni tirreniche al sole in cui passano i treni...). L'ebreo, in altre parole, non permette di addomesticare le domande fondamentali che l'occidentale vorrebbe risolvere senza confrontarsi con una prospettiva di radicale alterità; per questo l'ebreo lo risveglia alla sua condizione di esule nel cuore stesso del suo sentirsi perfettamente “a casa”: “L'ebreo è esule: e noi crediamo di non esserlo”? 

 

Ph Andrea Dani.


Nella letteratura del XX secolo uno degli autori che ha maggiormente illuminato, da ebreo, la condizione dell'esilio, nella consapevolezza assoluta di stare per fare una (bruttissima) fine, fu Franz Kafka. “Quel che affascina del Processo di Kafka è il fatto che vi si celi un enigma che non si presta mai a una soluzione definitiva. A differenza dei gialli canonici in cui la scoperta dell'assassino ripristina l'ordine del mondo permettendo al lettore di dormire sonni tranquilli, qui assistiamo piuttosto alla lenta e inesorabile designazione di una vittima da parte di quello stesso ordine di cui, fino a un attimo prima, la vittima era parte”. Sapete chi ha scritto queste parole? L'assessore Simone Lenzi in persona, nell'introduzione ad una edizione economica del Processo di Kafka (Demetra, pag. 11). L'enigma della Legge, viene spiegato, è il conundrum, vale a dire uno sviamento che ci coglie proprio sulla via di casa, condannandoci all'erranza. Non sarebbe facile ma è sicuramente affascinante sovrapporre il destino di Modigliani, questo esule che ha attinto dall'esilio una celebrità che dovrebbe essere preservata nella distanza da qualsiasi ipotesi di eccessivo “addomesticamento”, ai personaggi kafkiani che sembrano inghiottiti da una tempesta di neve o dalle scartoffie di un procedimento giudiziario che resta per loro incomprensibile (perché è l'incomprensibile).

 

Modigliani, ph Claudia Cei.


Qui, ancora, vengono in mente le parole di Nietzsche, nostro ultimo dialogante, e del suo aforisma 377 della Gaia Scienza, dedicato a “Noi senza patria”, il cui afflato di modernità era stato chiaramente recepito da Modigliani. Pierre Klossowski ne ha espresso il senso così: “Noi senza patria... troppo multiformi e ibridi […] insomma troppo ricchi e quindi troppo liberi per rinunciare a questa ricchezza e a questa libertà in favore di un'appartenenza concretamente determinata dal tempo e dallo spazio” (Nietzsche, il politeismo e la parodia, Adelphi, pag. 15). Se allora provassimo a scorgere nella “livornesità”, ma soprattutto nell'ebraismo e nella modernità di Modigliani il tratto di un grande irregolare che torna a casa additando l'impossibilità di averne realmente una, non avremmo forse colto l'elemento più autentico del suo mistero così sfuggente? 

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Modigliani, ph Claudia Cei.