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Nei miei occhi

“Visitare” deriva dal latino visĕre, «visitare, andare a vedere». L’operazione che compie Anna Di Prospero nel suo lavoro, prima ancora che nelle sue fotografie, è per l’appunto un ri-visitare, un tornare a vedere: luoghi noti, persone vicine, lo straordinario che cerca è trovato molto spesso nei confini che la circondano. 

La struttura del suo approccio creativo alla fotografia è ormai di rara semplicità: con limpidezza, quasi candore, Anna Di Prospero ci parla di sé, dei suoi rapporti familiari, della sua casa in campagna con cui ha tardato a entrare davvero in confidenza. 

Il volume monografico Nei miei occhi, edito da Contrasto, raccoglie il percorso della fotografa classe ‘87 vedendo toccate tutte le principali fasi del suo processo.

 

Sono fotografie dai toni caldi, scene immobili e surreali, in cui non solo si muove Anna, sempre di spalle, irriconoscibile, ma anche la sua famiglia, il marito, la nonna, i figli piccoli. Come un caleidoscopio in grado di rifrangere la percezione che lei stessa ha di soggetti così ben noti, la fotografia della Di Prospero è strumento conoscitivo volto alla fine indagine del familiare. Con leggerezza: ogni affetto è trattato con giovanile sensibilità, un andante che si espone senza risolvere, né risolversi. Due donne in piedi nel mare immerse fino alla vita, una in favore di camera che tiene teneramente la seconda, di spalle, in un atteggiamento di cura, o ancora una giovane col vestito rosso e lo chignon – caratteri divenuti distintivi nelle immagini della Di Prospero – che corre, quasi fugge incontro a una ripida scalinata passando in mezzo ad arcate rimaste nella penombra del controluce: scene atemporali, sospese, come fossero tratte da filmati più lunghi, come anche suggerisce la scrittrice Francine Prose nel testo critico introduttivo. 

 

 

Il mistero pare essere celato, infatti, più nella storia, nel prima e nel dopo, rispetto a quanto vediamo, che serve invece come prima spinta per aprire la porta. I personaggi, le relazioni, le azioni, sono suggerimenti per narrazioni aperte, più ampie, di cui lo spettatore non è messo a parte e in cui può o meno decidere di entrare. 

Il viaggio in cui si è condotti guardando le immagini della Di Prospero è un cammino senza urti, in cui i turbamenti o la naturale solitudine di un’esistenza sensibile sono letti e interpretati con la fantasia ancora non toccata dalle brutture e dai pericoli del mondo, nel sopore della luce morbida dell’inizio sera. 

Solo in un mondo ritagliato apposta, di sogno, si può vedere una giovane donna seduta per terra nel mezzo di un incrocio di una città deserta, o sdraiata di fronte a un centro sportivo, in dialogo col tema molto caro all’autrice dell’architettura moderna. 

 


 

Torna alla mente la poesia “L’impossibile” di Mario Andrea Rigoni tratta da Colloqui con il mio demone: “Se non sappiamo chi siamo né mai / sapremo neanche oscuramente, / conosciamo tuttavia cosa vogliamo, [...] essere allo stesso tempo la belva / e la savana, la buia radice e la rossa / fronda dell’albero, la casa e chi guarda / la casa.[...]”. 

Essere allo stesso tempo essere vivo e struttura architettonica, come nel movimento che la ragazza con lo chignon e il vestito rosso compie richiamando la sinuosità del Vanke Pavilion all’Expo di Milano; essere allo stesso tempo due persone diverse, chi vede e chi è visto, o ancora, come si osserva nell’immagine della copertina del libro, “Self-portrait with my mother”, chi vede, l’autrice, è proprio chi a volte non vede. 

 

 

 

Anche nelle serie composte da più immagini, di solito nove, in cui vengono messi in dialogo dettagli di due o tre soggetti diversi, si ha la sensazione di approcciarsi a un magma emotivo che sta cercando la struttura e la disciplina per manifestarsi. Il processo naturale di una mente particolarmente sensibile è quello di raccogliere tanto e dare un significato a tutto: anche camminare per strada o aggirarsi per casa vorrà dire immergersi in una serie continua di accostamenti, simboli, ritrovamenti, ricordi. Così può nascere l’associazione tra i dettagli delle mani di una statua e il tocco umano sulla pelle, smorzati entrambi dalle onde mosse del mare, oppure porzioni di cielo e di acqua inframezzate da una bocca, una mano, gabbiani in volo e da un piccolo incendio in mezzo al mare. Nella loro voluta e nostalgica desaturazione, le immagini così proposte potrebbero rappresentare il riassunto di una suggestione, o l’anteprima – il trailer cinematografico – di qualcosa che non si è ancora riusciti a svelare.

 

Per entrare in questo mondo-altro è richiesto di mettersi i guanti e camminare sulle punte, sapendo che ci si trova di fronte a una vita prima ancora che a delle immagini, una vita a volte colta nella sua evidenza universale, esposta così com’è, quasi non lasciando spazio per l'immedesimazione altrui. 

Un dato interessante che si rileva nell’approcciarsi al lavoro intimista della Di Prospero – mi riferisco in particolar modo alla serie dedicata ai rapporti familiari – è appunto la sua possibilità intrinseca di lasciare così esplicitamente escluso il fruitore finale. Spiego: parafrasando il meccanismo dei progetti raccolti nella monografia, si può dire che vi è sì una volontà indagatrice sulla propria esistenza, i propri luoghi e i propri affetti, ma entrando così tanto in un’intimità quasi didascalica da far emergere nettamente il distacco totale con chiunque non sia incluso entro quei confini.

 

Questo è diverso ad esempio da altri lavori in cui il rappresentarsi implica un volersi a volte semplicemente ricordare e interpretare – l’autrice stessa cita Vivian Maier come suo punto di riferimento – o ancora la pura volontà di sentirsi stanati e depredati, finalmente catturabili, da sé e dal mondo, e al mondo donati. 

L’immediata fruibilità delle inquadrature delle immagini della Di Prospero crea un contrasto notevole con l’aspetto sollevato poc’anzi rispetto all’inclusione dello spettatore: fotografare e rendere pubbliche le proprie fotografie sembra in questo caso curiosamente non implicare in modo automatico un voler far entrare nell’immagine l’altro, invitato invece a guardare come dietro il vetro d'una finestra, o comunque a una distanza tale da non interrompere o disturbare un momento colto nel suo svolgersi, come quando si rappresenta sdraiata su un prato col figlio in grembo, o in piedi col marito vicino e il piccolo in braccio incorniciati solo dal cielo e dense nuvole. 

 

 

 

All’immagine, nel lavoro della Di Prospero, pare venga affidato un tentativo di vicinanza: come una parola pronunciata nel buio, ritrovarla è difficile anche quando si accende la luce e lo spazio che ancora non si conosce può apparire il teatro-specchio dei nostri aspetti o dei nostri istinti ancora sepolti. Allora l’immagine serve a tendere una mano prima di inciampare, chiedendo anche, semmai, che un’altra mano risponda e ci prenda. 

Come spesso si vede nelle fotografie del libro, infatti, il soggetto (che sia l’autrice o qualcun altro), è ritratto in un contatto di accudimento con un’altra persona, quasi consolatorio, come nel “Self-portrait with Fabio”, in cui al ragazzo l’altra anonima figura copre il viso con la mano mentre viene abbracciata fraternamente dietro ad alcuni fili orizzontali di corda in fiamme.

 

 

L’assenza totale di ogni altra presenza umana o animale nelle rappresentazioni della Di Prospero accentua il senso di isolamento e alienazione, aspetti che si riscontrano tanto in casa quanto in città o in luoghi pubblici, che risultano, così, le propaggini naturali degli angoli domestici da cui l’autrice è partita. 

I maestri di riferimento sono facilmente riscontrabili e dichiarati dall’autrice stessa nei dipinti di Edward Hopper e nel lavoro del fotografo Gregory Crewdson, noto per le sue cinematografiche messe in scena domestiche e urbane. 

La sostanziale differenza nel trattare il tema dell'alienazione nelle immagini della Di Prospero, rispetto agli autori citati, sta nel porre se stessa nelle vesti del simbolo, e non qualcun altro. Questo meccanismo è di particolare interesse soprattutto citando l’autrice: “Nelle mie foto non ci vedo molto di me, le vivo con grande distacco.” Solo con questa chiave di lettura, infatti, risulta possibile il compiersi dello sdoppiamento che vede Anna Di Prospero trovarsi in sé e allo stesso tempo in altro da sé, alla ricerca del proprio senso.

 

Il doppio diventa infatti elemento ricorrente, nonché tema caro al movimento surrealista di cui in parte vogliono nutrirsi le immagini, come in quelle “Untitled” del 2008.

Tornare a vedere, nel lavoro della Di Prospero, è in definitiva un tornare a vedersi, un cercare di appropriarsi del significato di sé nello spazio, nel tempo, e delle persone che li vivono con noi. Il cammino in cui si è condotti pare un passo, come solo nel sogno può accadere, e nella sua raggiunta limpidezza, anche la nebulosa con cui si chiude il libro nell’immagine “Transcendence #12” apparirà una verosimile parte integrante di un mondo tanto reale quanto mai del tutto davvero chiarificato: l’unica regola è stare al gioco. 

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