raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Olivo Barbieri: Early Works

 

Olivo Barbieri, ovvero narrare il sublime del mondo

 

Dovrebbe essere proprio di ogni linguaggio esprimere quel che è indicibile in altra forma se non con quel linguaggio. La ricerca di Olivo Barbieri mira da sempre all’essenziale specifico della fotografia. Quel che altrimenti non si può rendere risuonante con l’osservatore, se non mediante l’immagine fotografica; quel che non coincide del tutto con l’oggetto rappresentato ma evoca e invoca allo stesso tempo l’immaginazione dell’osservatore: per queste vie Barbieri mette chi si ferma a guardare i suoi lavori in posizione di ricerca. Una ricerca di significati mai esauribile e saturante, anche quando sono saturi i paesaggi che riprende. Una ricerca che rende l’osservatore parte dell’immagine, in un processo ecologico di percezione visiva. Nelle sue immagini ci si muove, riflettendo e immaginando, senza sosta. Si attiva in chi guarda una partecipazione sensomotoria che risuona sia con i luoghi e i paesaggi, che col gesto del fotografo e la sua percezione. Una percezione di solito inaudita, imprevista, destabilizzante, inattesa, eppure carica di senso di scoperta.

 

Con sodale stupore, ci si trova a dirsi, osservando: ma le cose stanno anche così! E mondo interno e mondo esterno accedono a esperienze estetiche che estendono percezione, comprensione e sentimento della realtà. Se ne esce aumentati. Barbieri mette in narrazione il sublime del mondo. Più scarno l’ente rappresentato, più Barbieri riesce a esaltarne l’essenza. O perché la coglie in un solo pixel, o perché stacca dallo sfondo, dove se ne stava appiattata, una scena che da semplice luogo o momento diventa iperluogo. In Early Works 1980 – 1984 (presso il Complesso Monumentale di Astino, Bergamo, dal 26 giugno al 31ottobre 2020), lo spazio diventa tempo, sperimentando una metamorfosi che genera più dimensioni. Il percorso di avvicinamento alle opere in mostra produce un effetto singolare: le immagini parlano allo stesso tempo di situazioni vicine e incredibilmente lontane. I veri e propri universi contenuti in ogni fotografia sono di una normalità schiacciante, ma anche in grado di spaesare, proprio per la loro archeologia recente, se è lecito ricorrere a un ossimoro. Rilevati e sollevati da dove giacevano, cose, case, strade e alberi, oggetti sparuti e datati fanno da sfondo ad altrettante estraniate presenze umane, dando vita a una galleria di paesaggi in cui ci si muove stupiti, come in una mostra di modernariato dove il museo ha rotto le mura ed è tracimato nel mondo. Possibile che sia passato così poco tempo, in fondo, e che tutto appaia così incredibilmente lontano? Solo uno sguardo superficiale può indurre a parlare di “Non luoghi” riferendosi alle opere esposte ad Astino.

 

Napoli 1982 (earthquake) © Olivo Barbieri 


Prima di tutto in quanto pare giunto il tempo di fare i conti con la troppo fortunata espressione inventata da Marc Augè: “non luoghi”, appunto.

Nonostante la crisi dell’esperienza dei luoghi e l’accesso a significati allo stesso tempo saturi e rarefatti, per un animale simbolico come noi siamo non esiste un “non luogo”. Non può esistere in quanto noi conosciamo il mondo perché gli diamo un significato o, detto meglio, è in quanto diamo significato a qualsiasi cosa che quella cosa esiste. Non abbiamo, da quando siamo diventati dotati di comportamento simbolico, la possibilità di accedere al mondo in una relazione di corrispondenza immediata e pratica, per così dire in scala uno a uno. Mediante l’attribuzione di significato conosciamo la realtà. Allora un luogo, per quanto alienato e anonimo è oggetto di significato per noi: un significato magari perturbante, disturbante e persino saturo e deprimente, ma significato. I materiali che lo compongono possono essere fonte di disagio e sofferenza, di perdita e alienazione, ma li incorporiamo coi processi di affordance e sense-making che ci caratterizzano e distinguono come specie. 


Allo stesso tempo e per le stesse ragioni, ogni luogo è paesaggio per noi. I paesaggi della nostra vita sono un tema costante nella poetica di Olivo Barbieri. Sia che si tratti dell'ampia serie Site_Specific con cui Barbieri ha esplorato il mondo nelle sue manifestazioni più varie, dalla complessità delle metropoli alle espressioni naturalistiche delle montagne come le Dolomiti. Sia che si tratti delle manifestazioni micro-esperienziali come i lavori delle origini del suo percorso di ricerca, laddove i frammenti della modernità hanno assunto una connotazione estetica del tutto particolare grazie al suo sguardo e al suo lavoro fotografico. Il percorso di Early Works che si dipana dal 1980 al 1984 coglie un punto di soglia tra un mondo che finisce e un mondo che inizia. Sono, quelli, anni di profonda trasformazione che Barbieri fissa in immagini che riescono a divenire struggenti nella loro normalità. È come se l'iconografia fosse quella dell'ultimo giorno di un’epoca in cui viene a compimento l'illusione di una modernizzazione i cui simulacri sono rappresentati sia dagli oggetti di consumo ormai consunti sia dalle tracce di vita, dalle case alle strade, alle persone, che appaiono attonite nella loro straordinaria significazione.

 

Eppure, il tempo è un grande scultore, come ci ricorda Marguerite Yourcenar. Accade così che quello che era nell’ordinario quotidiano finisca per ricoprirsi di un’aura singolare nel momento in cui l’azione del tempo e il gesto del fotografo lo ricollocano in un inedito orizzonte di senso. Si compie per l'ennesima volta e all'infinito la conversazione tra osservatore e osservato con la mediazione del principio di immaginazione. Per molti aspetti questa è l'esperienza estetica, una proprietà emergente accessibile a noi umani, in grado di comporre e ricomporre in continuazione i significati del mondo e degli oggetti che lo popolano. Procede allo stesso modo la nostra esperienza e si veste e riveste di nuovi significati. Nel processo non hanno una funzione secondaria i contributi della ricerca fotografica che compongono oggi in maniera ampia e diffusa la nostra semiosi. 

 

Lugo Ravenna 1982 © Olivo Barbieri

 

La rilevanza estetica dell’ordinario

 

Sono in primo piano, in molte fotografie della mostra, le assenze e le mancanze. Nel gioco reciproco tra l’arte di Barbieri e lo sguardo dell’osservatore si situa l’emergere di quello che non c’è eppure si presenta, evocato principalmente dal vuoto. Una casa chiusa, sospesa nelle ultime luci del giorno, decorata dall’ultimo sole, in provincia di Ferrara, nel 1981, manifesta la storia di un mondo che non c’è più, seppur recente; che è già passato; un mondo che è però in grado di rinviare a quello che sarebbe venuto dopo, quasi preannunciandolo. Quel simulacro di tempi recenti eppure ormai remoti trova molti epigoni nella mostra. In altri casi, infatti, sono i silenzi che evocano voci, o gli oggetti di consumo che denotano sogni di affermazione sociale a proporre letture antropologiche ed esistenziali di una transizione, fissata come se fosse sospesa, con una tonalità quasi metafisica. Nella poetica delle fotografie della mostra, ogni tanto è come se facesse capolino Giorgio De Chirico. A sottolineare il lavoro del tempo sulla nostra esperienza, in questi lavori di Barbieri, ci pensano in particolare le automobili. Assurgendo a segni peculiari del tempo i modelli automobilistici e le marche propongono, forse più di ogni altro oggetto rappresentato, il destino delle forme. Gli spigoli del cambiamento e la modernizzazione dei particolari e dei colori, sarebbero presto diventati un segno del passato, eppure con essi Barbieri rappresenta con particolare efficacia l’illusione del boom economico a quello che sarebbe stato uno dei suoi massimi apogei. Valga per tutte la fotografia della Seicento con un televisore sul portapacchi, Tuscany 1982, usata opportunamente per la copertina del catalogo, dove si consuma una delle sintesi semiotiche più eloquenti di un’intera epoca.

 

Pegognaga Mantova 1982 © Olivo Barbieri


 È a Rio Saliceto, in provincia di Reggio Emilia che, sempre nel 1982, Barbieri cattura un’immagine che trasuda di storia: una 126 è parcheggiata davanti a una casa degli anni sessanta che al piano terra ospita la sede del Partito Comunista Italiano. La saracinesca del garage adibito a sede del partito è alzata ma leggermente fuori squadra, come se fosse ormai inutilizzata o deprivata della cura di un luogo che ha avuto una funzione centrale in termini di rappresentatività e di appartenenza. Un’immagine che riesce a contenere la fine di un’epoca. In Italy 1982, una sala giochi con flipper e una donna seduta ci si trova immersi un universo a la Hopper, una fusione inattesa tra la provincia italiana e l’America in una narrazione della cultura occidentale di quegli anni che contiene allo stesso tempo i sogni e l’alienazione di intere generazioni.

 

Una vista destrutturata di ogni edulcorazione stereotipata del lungomare di via Caracciolo a Napoli, con Castel dell’Ovo sullo sfondo, restituisce il dramma umano e civile di quella città in quegli anni, con il senso sospeso di una svolta sempre di là da venire. Emilia Romagna 1982, presenta una scena che si perde nella notte e che parla di un’epoca che in quella notte si esaurisce per lasciare un vuoto causato da un’illusione che è durata in fondo troppo poco. Una misura della velocità e allo stesso tempo della staticità di quegli anni Barbieri la rende con le fotografie delle chiese di campagna o di piccoli paesi che sono in mostra: luoghi resi posticci dall’abbandono e tuttavia presenti, quasi incapaci di invocare il tempo e il ruolo che fu loro, come del resto vale per la sede del Partito Comunista Italiano. La vitrea trasparenza della notte di Lugo, Ravenna, 1982, una fotografia che parla della poetica di Olivo Barbieri in modo emblematico, contiene uno dei segni distintivi dell’intero progetto: la macchina fotografica nelle mani di Barbieri giunge a cogliere l’irrappresentabile e a farne l’oggetto di una sublime narrazione.

 

Carpi Modena 20202 © Olivo Barbieri

 

Sistemi che osservano

 

Il mondo per Barbieri è un sistema che osserva. Non c'è sforzo nel suo atto fotografico. La realtà sembra presentarsi al suo sguardo disponibile e addirittura invocante quel suo atto fotografico. “Quelle immagini erano una sorta di performance”, dice Barbieri nell’intervista contenuta nel catalogo, “reagivo in funzione della reazione che veniva manifestata nei miei confronti”. Questo non vuol dire che nel suo lavoro non ci sia un costante impegno di ricerca e anche molta fatica, tra viaggi, permessi, impegno speculativo e realizzazione delle opere. Tutto questo però non si nota in quanto tende a prevalere la pacatezza e il rigore di un linguaggio a lungo meditato i cui esiti sono tangibili nel suo intero percorso di lavoro. A osservare l’atto fotografico di Barbieri nel ciclo Early Works 1980 – 1984 appaiono una serie di luoghi e situazioni italiani ed europei che presentano scene esistenziali tra rare presenze umane.

 

C’è una costante e silenziosa mancanza e un’intensa partecipazione, che insieme danno il senso della sospensione di un tempo di transizione in cui le ultime vestigia dell'illusione del boom economico mostrano di iniziare a presentare il conto dell'avvio di un’epoca che, prima con velocità ossessiva, e poi con una lunga serie di crisi ed emergenze avrebbe prodotto una profonda trasformazione. Tanto da farci apparire questa nostra contemporaneità come più lontana di quanto di fatto non sia rispetto alle immagini in esposizione che Barbieri ci presenta. C'è un’ineluttabile componente arcaica nelle cose, negli sguardi rari, nei paesaggi. Spesso si affaccia nelle immagini un’atmosfera stralunata, quell’atmosfera mediante la quale i mondi della pianura padana sono stati capaci di diventare una metafora del mondo, un ologramma della nostra vita attuale.

 

Valgano per tutte, come paragone, le atmosfere narrative di Gianni Celati e quelle cinematografiche di Federico Fellini. In scena Barbieri mette anche i simulacri mitici del tempo, quei simulacri che in quegli anni, appunto, erano stati definiti “miti d'oggi” da Roland Barthes. Miti e osservazione, sperimentazione e narrazione si combinano nel rapporto che Olivo Barbieri stabilisce con il mondo. E un sistematico effetto di verità, o meglio di senso della verità, si presenta all’osservatore delle sue opere. Quell’effetto di verità non è né dimostrativo né violento, ma presenta un realismo che a volte assume i toni magici e altre volte i toni drammatici della nostra contemporaneità. Il suo lavoro in tutti questi anni, a partire dagli inizi fino a oggi, si configura come un viatico del nostro tempo, che col trascorrere degli anni assume le connotazioni di una costante interrogazione sulla nostra presenza e sul nostro destino come specie umana sul pianeta Terra.

 

Olivo Barbieri Early Works 1980 – 1984, a cura di Corrado Benigni, presso il Complesso Monumentale di Astino, Bergamo, dal 26 giugno al 31ottobre 2020. Catalogo Silvana Editoriale, p.136, E. 30.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO