Orientamento

Oggi orientamento è un concetto generale nell'uso linguistico quotidiano come in quello scientifico e filosofico. Viene usato per definire altri concetti, e in questo senso si presenta come un concetto di base senza essere esso stesso definito. Riveste quindi quasi le caratteristiche di un postulato, un assioma, che si prende così com'è senza pensarci più di tanto, e si ammette senza dimostrazione. L'orientamento, in questo senso, anticipa tutte le definizioni: occorre essere già orientati per poter definire qualcosa, primo, e, secondo, l'orientamento ha successo quando non è né problematico né bisognoso di definizione bensì autoevidente. Il problema nasce quando l'orientamento non basta più, quando si è dis-orientati e quindi inquieti: è allora che i filosofi assumono il dis-orientamento come punto di partenza delle loro riflessioni, non soltanto nella vita ma anche nella scienza. Quindi, benché come tale il concetto di orientamento non goda di interesse filosofico preciso – a eccezione che in Kant – esso è centrale per la riflessione filosofica.

 

Anche se l'orientamento non comincia con l'orientamento filosofico. Per orientamento si intende la capacità di «ritrovarsi», di «trovare la strada, la direzione», in tutte le situazioni nuove. Non soltanto in un nuovo paese ma anche in ogni nuovo ufficio e in ogni nuova scuola, nella nuova borsa e nel nuovo paio di pantaloni; trovar la strada in nuovi luoghi come pure in varie discipline, in economia e il politica, in scienza, morale e filosofia, in ogni colloquio, in ogni testo, in ogni libro e in ogni website, in ogni nuova persona e in ogni nuovo volto. L'orientamento provvede a che si sappia rapidamente con chi e con che cosa si ha a che fare.

 

Wang Mian, Pruno in fiore

 

Eraclìto, Mendelssohn e Kant

 

Per dirla con il filosofo greco presocratico Eraclìto, l'orientamento deve rimanere nel fiume, quel fiume che rimane sempre lo stesso eppure continuamente cambia, e nel quale non ci si immerge per la seconda volta senza essere diventati un altro. Espressamente richiesto di esprimersi sull'orientamento, Kant lo fece nel piccolo scritto del 1786: Che cosa significa orientarsi nel pensiero, che rimane ancor oggi il punto di partenza più importante per un'analisi filosofica dell'orientamento. Kant introduce il concetto di orientamento come supplemento al concetto di ragione, fino a fargli acqiustare una fisionomia specifica. Nel secolo XX pensarono all'orientamento, ma senza elaborarne una precisa filosofia, Heidegger, Wittgenstein, Luhmann, Jaspers e altri.

 

 

Il senso e i sensi

 

Qual è il messaggio generale che possiamo condensare, partendo da questi autori e aggiungendo la riflessione personale? Che per prima cosa ci si trova da qualche parte, e ci si trova lì senza aver prima cercato. Si trova, o meglio ci si trova, e solo dopo si cerca. Ci si trova in una situazione e in circostanze non cercate; ci si orienta nel senso che uno si trova dove si trova, e ci si aspetta che sia in grado di ordinare correttamente e sensatamente le situazioni e di dare un senso alle sensazioni. Senso inteso come significato e come direzione. Nell'antro o nella caverna della filosofia troviamo una famiglia di idee e concetti accomunati dalla medesima radice (sns). Giacciono lì il senso e i sensi, le sensazioni e la sensibilità, ciò che è sensibile e ciò che è sensato, ciò che è sensoriale o sensitivo ecc. Non è un punto facile, eppure non si può fare a meno di parlarne perché è come se lì, in quel groviglio di significati, giacesse qualcosa di importante, quasi di primordiale.

 

Di fatto i filosofi hanno sempre proceduto a dividere il nostro rapporto e la nostra comunicazione con quello che ci circonda nei due grandi patrimoni della sensibilità e dell'intelletto, dei sensi da una parte e del senso – significato o spirito o direzione – dall'altra. Voglio dire che chiedere «in che senso?» non vuol dire soltanto «dimmi il significato di questa cosa», ma anche «in che direzione vai, qual è il tuo orientamento?». Siamo esseri sensibili in un mondo sensibile e comunichiamo in maniera sensata e sensibile con chi e con ciò che ci circonda, nel tentativo di ricavare qualcosa di sensato, cioè dotato di senso – ovvero di significato e di direzione – dal sensibile che ci giunge attraverso i sensi.

 

Insomma il dialogo che abbiamo con ciò che ci circonda, le cose naturali e le cose artificiali, è anche un dialogo tra sensi, senso e sensibilità. La tradizione filosofica si è sempre e di nuovo interrogata su questo sottile rapporto e sul gioco reciproco tra il percepire col corpo (sensi) o con l'intelletto (senso, significato, direzione): ma sembra non aver colto, col suo ostinarsi a introdurre e ribadire distinzioni e ripartizioni, la profonda saggezza della lingua nell'esprimere con un solo termine due concetti o due facoltà comuni a tutti gli uomini nel rapportarsi e orientarsi tra di loro e con gli oggetti esterni.

 

 

La prestazione dell'orientamento e il bisogno di orientamento

 

In che cosa consiste la prestazione dell'orientamento? Di due parti:

 

- chiarire le circostanze di una situazione;

- poterle ordinare reciprocamente;

 

Le circostanze sono all'inizio causali e contingenti, senza un contesto dato prima. Si devono costruire connessioni con le quali si possa iniziare qualcosa, magari in poco tempo, individuando i punti decisivi, altrimenti si stabiliranno connessioni errate e si rimarrà dis-orientati. La prestazione consiste dunque nel trovarsi, come si diceva prima, per escogitare possibilità di azioni coronate da successo, tramite le quali riuscire a controllare la situazione. L'orientamento è un bisogno vitale non soltanto per gli umani ma anche per gli animali non umani e per le piante. Esso si fa notare in caso di mancanza, come molti altri bisogni, presentandosi come disagio e inquitudine che possono crescere fino a paura e disperazione.

 

 

La parola orientamento e le sue metafore

 

E il termine «orientamento»? Viene dal latino oriens, ciò o colui che si alza, da orior, nascere, sollevarsi. L'oriente è, visto dall'Europa, il paese, la direzione del «sol levante», sol oriens, che si contrappone all'occidente, il paese dell'ovest o del «sol cadente»; orientarsi significa originariamente «rivolgersi a est», fino a significare «assicurarsi esattamente del punto in cui ci si trova, si è, per progettare un piano». Dell'orientamento si danno anche immagini e metafore, che assolvono al compito di orientare il collocarsi nel mondo, e l'esempio è la metafora stessa dell'orientarsi, del volgersi a oriente, là dove il sole sorge, orietur. L'associazione sta alla base di altre nuove metafore divenute a loro volta elementi del linguaggio filosofico: punto di osservazione, orizzonte, prospettiva. Sono termini che la filosofia condivide con le altre discipline che hanno contribuito all'analisi dell'orientamento: la geografia e la cartografia, dalle quali la filosofia ha preso la parola «orientarsi», poi la biologia, che studia la capacità di orientamento di animali e piante; la psicologia, che ha iniziato verso la fine del'800 a studiare i meccanismi dell' orientamento dell'uomo nel suo ambiente, la sociologia.

 

Ma rimaniamo nell'ambito metaforico e simbolico, col suo privilegio dell'oriente. Le carte geografiche avevano fino all'età moderna sul bordo superiore l'est. Dove il sole sorge e dove iniziano il giorno e la vita. Molte culture circondano la nascita, il sorgere del sole, con un'aura religiosa. L'est divenne il paese della luce e della vita, come nel mito dell'origine di Europa. Il frontone dei templi greci era orientato a est in modo tale che i raggi del sole nascente illuminassero all'interno le statue degli dei. I romani costruivano le città secondo un sistema di coordinate est-ovest e nord-sud. In alcune religioni ci si volgeva a est per pregare, per gli Ebrei là stava il paradiso. Soprattutto però fu Cristo, che si ritirò prima della passione in direzione dell'est, sul Monte degli Ulivi, per essere nella stessa direzione atteso. Nella medesima direzione vennero orientate le chiese (meno, paradossalmente, le più grandi chiese di Roma, San Pietro e San Giovanni in Laterano). A est, secondo Cassirer, (Filosofia delle forme simboliche), stava l'altare, da ovest veniva il demonio, il sud era simbolo dello spirito santo e il nord del ritorno di dio, della luce e della fede.

 

Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi

 

Metodo e orientamento in Descartes

 

Ci si orienta insomma per trovare un punto fermo, l'est nella nostra tradizione. Si fa sosta su quel punto: punto di sosta, punto di partenza, punto di vista. Nella tradizione filosofica l'esempio più famoso della ricerca del punto di orientamento è il Discorso sul metodo di Descartes (1637), nel quale si applica anche una strategia economica: l'orientamento deve trovare la via più breve e più facile, le occasioni più favorevoli, l'eliminazione di ciò che è di intralcio, superfluo, non mirato allo scopo.

La terza parte del Discorso sul metodo espone le massime della morale provvisoria: sono regole tattiche per guidare la condotta di vita in attesa della strategia definitiva, ovvero l'individuazione della filosofia prima della quale Descartes va in cerca (si noti per inciso che anche «regola» è una parola dell'orientamento, dal momento che designa la regula, il righello, attrezzo per tracciare punti fissi o per pareggiare punti diseguali).

 

Le massime della morale provvisoria sono quattro regole di orientamento nella vita, razionalmente ispirate, la cui mancanza provocherebbe un agire confuso e incerto. La prima massima prescrive di obbedire a leggi e costumi del proprio paese; la terza di mantenere i desideri nei limiti di ciò che si può effettivamente ottenere; la quarta di scegliere la vita che dia il maggiore appagamento. La seconda, che più ci interessa, prescrive di non cambiare la direzione presa:

 

La mia seconda massima era di essere il più fermo e il più risoluto possibile nelle mie azioni, e di non seguire con minor costanza le opinioni più dubbie, una volta che mi fossi determinato in quel senso, che se fossero state certissime. Imitando in ciò quei viandanti che, trovandosi smarriti in una foresta, non debbono vagare girando ora da una parte, ora dall'altra, e ancor meno rimanere fermi nello stesso posto, ma continuare a camminare sempre il più dritto possibile nella stessa direzione, e non cambiarla mai per ragioni futili, quandanche forse all'inizio non sia stato altro che semplicemente il caso che li abbia determinati a sceglierla: in tal modo infatti, se non vanno proprio dove desiderano, alla fine quanto meno arriveranno da qualche parte, dove verosimilmente staranno meglio che in mezzo a una foresta.

 

Descartes si trova chiaramente in una situazione di disorientamento dalla quale cerca, con un percorso economico, di uscire per trovare una nuova situazione che garantisca un orientamento riuscito. E se il segnale dell'orientamento riuscito è il ritrovamento di un nuovo punto fisso, la cifra dell'orientamento riuscito è la calma, è la quiete. Q.E.D.

 

Sono debitrice per questa analisi, tra l'altro, del saggio di Werner Stegmaier, Philosophie der Orientierung, Berlin, de Gruyter, 2008, oltre che della bella introduzione di Franco Volpi a: Immanuel Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Milano, Adelphi, 1996.

 

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