Patarei e le diverse memorie d'Europa

Il 19 settembre scorso il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sull’“importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”. Alcuni passaggi del documento hanno suscitato in Italia forti polemiche, in particolare quello in cui si afferma che il patto “Molotov-Ribbentrop e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse (…) ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”. Molti a sinistra vi hanno visto l’espressione della tesi revisionista che tende ad assimilare le responsabilità della Germania nazista e della Russia sovietica nello scoppio della Seconda guerra mondiale, a sottovalutare quelle delle potenze occidentali e, finalmente, ad equiparare nazismo e comunismo. Se si prende la briga di leggere l’intera risoluzione, si comprende facilmente quali paesi europei l’abbiano ispirata e quali preoccupazioni essa riveli.

 

 

Al paragrafo K del testo votato dal Parlamento europeo si legge: “nonostante il 24 dicembre 1989 il Congresso dei deputati del popolo dell'URSS abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell'agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l'interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l'Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale”. In un altro paragrafo si ricorda che trent’anni fa, il 23 agosto 1989, in occasione del cinquantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop, due milioni di lituani, lettoni ed estoni si sono presi per mano formando una catena umana lungo i 600 km della Via Baltica che uniscono Tallinn, Riga e Vilnius per ricordare le vittime dei regimi totalitari. I paesi baltici si sentono minacciati dalla Russia di Putin, anche perché nei loro territori vive un’importante comunità russa. La maggioranza dei russi estoni (un terzo della popolazione) e lettoni (un quarto della popolazione) non hanno lo status di cittadini del paese in cui vivono. 

La risoluzione del Parlamento europeo ripropone questioni annose. Innanzi tutto quella della possibilità di una memoria del ‘900 che sia comune a tutti i cittadini europei. E poi quella della differenza tra la memoria che si costruisce con le dichiarazioni, i monumenti, le commemorazioni e la storia che fanno gli storici.

Questo controverso documento ci induce a riflettere di nuovo sul delicatissimo problema dell’uso della storia e del passato nella costruzione di una memoria europea condivisa. I “luoghi di memoria” sono i catalizzatori di tutte le tensioni che si generano quando si prova a tenere insieme storia, memoria e identità. La vecchia prigione centrale di Tallinn è, in questo senso, un caso emblematico.

 

 

Il visitatore che si lasci alle spalle la stazione dei treni di Tallinn e attraversi il quartiere di Kalamaja in direzione del mare, si troverà ad un certo punto di fronte a una muraglia su cui corre del filo spinato arrugginito. Il poderoso edificio di due piani in mattoni intonacati di grigio al di là del muro è Patarei. Concepita nella prima metà dell’800 dallo zar Nicola I come una fortezza destinata a rimpiazzare il sistema di difesa costiero di epoca svedese, soltanto negli anni ’20 del secolo scorso questa imponente struttura semicircolare fu trasformata in prigione. E tale è rimasta fino al 2005. 

A destra dell’ingresso, in un fazzoletto di prato, sorge un monumento: una lapide nera con un’iscrizione in francese e in estone in memoria degli 878 uomini ebrei del convoglio 73 partito dal campo di concentramento di Drancy il 15 maggio del 1944 in direzione di Kaunas e Pravieniškės in Lituania e di Tallinn. Fu il solo convoglio partito da Drancy ad avere come destinazione i paesi baltici. Per tutti gli altri il capolinea fu Auschwitz. Solo 22 deportati del convoglio 73 sono sopravvissuti. Altre due stele sono state poste al di là dell’ingresso, sul muro esterno della prigione. La prima in francese è dell’associazione dei familiari e degli amici delle vittime del convoglio 73: 

 

Siamo i vostri figli / e le vostre figlie. 

I vostri fratelli / le vostre sorelle,

le vostre mogli, / i vostri nipoti.

Siamo una parte / di voi stessi.

Sarete per sempre / nella nostra memoria,

nei nostri cuori, /nelle nostre vite. 

 

 

La seconda è in ricordo dei 207 cittadini estoni di religione ebraica assassinati nei sotterranei di Patarei nel settembre del 1941. Sotto la scritta in estone, la stella di David e la formula in ebraico: zikhronam livrakha, la loro memoria sia benedetta. Dopo essere passati sotto questa iscrizione, si varca il cancello e si compra il biglietto per la città dolente di Patarei. La prima sensazione è quella di un freddo umido che ti investe sulla soglia. Eppure fuori è una calda giornata estiva. Nei lunghi corridoi del piano terreno le porte delle celle anguste sono spalancate. All’interno tutto è stato lasciato com’era, persino i materassi logori e le coperte sudicie sulle brande scrostate. I muri sono intrisi di umidità, i calcinacci ricoprono il suolo, le minuscole finestre sono protette da cinque ordini di sbarre. La luce fa fatica a penetrare l’intrico metallico e, quando ci riesce, illumina a stento lo squallore di questi pochi metri quadrati, la polvere, il lerciume, i graffiti sulle pareti, il lavabo striato di ruggine, il buco nell’angolo dove i prigionieri facevano i loro bisogni. In queste celle potevano essere stipati fino a trentasei prigionieri. Di giorno erano costretti a stare in piedi e di notte a dormire per terra su un fianco. Se uno voleva girarsi sull’altro fianco, anche gli altri 35 dovevano farlo. Sui muri dei corridoi resiste un intonaco verde pallido, il tipico colore che ricopriva la parte inferiore di tutte le pareti di tutti gli edifici pubblici sovietici. È lo stesso colore delle pareti della cella della Grande Casa di Leningrado che descrive Iosif Brodskij, che vi fu rinchiuso dopo il suo primo arresto.

 

Si direbbe che l’ultimo prigioniero ha lasciato Patarei pochi giorni fa, se non fosse per la presenza dei pannelli rossi dell’esposizione organizzata dall’Istituto estone per la memoria storica e intitolata “Communism is prison”. La mostra, che è stata inaugurata lo scorso mese di maggio e terminerà a ottobre, occupa 1200 m2 dell’ala est della prigione. Percorrerli tutti è una tortura anche per chi non soffre di claustrofobia e non ha il cuore debole. L’intento degli organizzatori dell’esposizione è esplicito: far prendere coscienza al visitatore della natura disumana dei regimi comunisti. E per raggiungere lo scopo non serve fare troppe distinzioni, ad esempio quella tra comunismo e socialismo reale, tra l’ideologia e la sua realizzazione storica. Anche gli anacronismi sono ammessi: un’immagine a grandezza naturale di Marx ritagliata nel cartone siede dietro una scrivania e alle sue spalle campeggia in una cornice un ritratto di Stalin. È, in un certo senso, una mostra di propaganda, del tutto comprensibile visto ciò che gli estoni hanno subito durante il periodo sovietico. Le clausole segrete del patto Molotov-Ribbentrop concedevano all’URSS il controllo dei tre stati baltici, che vennero occupati dalle truppe sovietiche nell’estate del 1940. Fu allora che cominciarono gli arresti e le deportazioni di migliaia di persone: uomini politici dei vecchi partiti, ufficiali dell’esercito, imprenditori, proprietari terrieri, insegnanti, resistenti, ecc. In ogni cella i curatori della mostra presentano la biografia di alcuni prigionieri. La sorte di molti di loro rimane ancora oggi sconosciuta.

 

 

Quando, il 22 giugno del 1941, Hitler viola il patto di non aggressione tedesco-sovietico e invade l’URSS, Estonia, Lettonia e Lituania passano sotto il controllo tedesco. Molti estoni accolgono i tedeschi come liberatori. La maggioranza dei 4000 ebrei estoni fugge in Unione sovietica. I mille rimasti saranno sterminati anche grazie alla collaborazione della popolazione locale e delle SS estoni. Patarei si riempie allora di prigionieri ebrei, di oppositori politici, di comunisti.

Al periodo dell’occupazione nazista la mostra dedica solo una stanza. Nessun accenno ai collaboratori estoni del regime nazista. Tra le storie degli ebrei imprigionati qui dentro leggiamo anche quella di Inge Syltenová, una giovane ceca arrivata nel campo di Jägala in Estonia dal ghetto di Terezin nel settembre del 1942 e poi trasferita a Patarei nel 1943 e alla fine nel campo di Ereda. Lì la ragazza viene notata dall’ufficiale delle SS che dirige il campo, Heinz Drosihn. L’uomo si innamora di Inge, Inge di lui. Quando la relazione giunge all’orecchio dei superiori, Heinz lascia il campo, abbandona le SS e riesce a far evadere Inge. Il loro tentativo di raggiungere la Scandinavia però fallisce, i due sono arrestati e probabilmente si tolgono la vita. Il luogo della loro sepoltura resta ignoto. 

 

Nell’estate del 1944 le truppe sovietiche riconquistano gli stati baltici. Il tentativo del comitato nazionale di mantenere l’indipendenza dell’Estonia fallisce. Hanno inizio un’occupazione e una sovietizzazione che dureranno fino all’indipendenza del 1991. Memori della prima occupazione sovietica del 1939-1940, circa 80.000 estoni lasciano il paese. Tra quelli che restarono a migliaia passeranno per Patarei. La visita prosegue al secondo piano attraverso corridoi, dormitori, latrine, scalinate piranesiane, stanze per le foto segnaletiche dove i prigionieri in attesa del loro turno erano rinchiusi in armadi perché non potessero vedere e comunicare con i loro compagni di prigionia. Degli altoparlanti diffondono senza sosta discorsi di Stalin, Pol Pot e Ceausescu. Una carta geografica del mondo riporta per ogni paese che ha conosciuto regimi comunisti la cifra delle vittime. Il totale ammonta a più di 90 milioni. Sono le cifre del Libro nero del comunismo. Di orrore in orrore arriviamo davanti alla stanza senza finestre dove si svolgevano le esecuzioni capitali. All’interno esplodono degli spari assordanti che ci raggelano il sangue. Iperrealismo di dubbio gusto. Mio figlio si tappa le orecchie con un gesto istintivo. Restiamo sulla soglia. Siamo ormai alla fine del percorso. Al centro dell’ultima stanza giace a terra, riverso nella polvere, un enorme testone in gesso di Lenin, gli occhi senza pupille puntati verso la porta rossa che da sotto lascia filtrare una lama di luce. Lukka valjumiseks. Push to exit. Spingiamo la porta e ci ritroviamo finalmente all’aria aperta e al tepore del sole. 

 

 

Quando ho vistato Patarei non sapevo ancora di essermi portato nella valigia un libro di racconti ambientati proprio in quella prigione. Si intitola La congiura (Iperborea, 2015). L’autore è Jaan Kross (1920-2007), uno dei maggiori scrittori estoni del ‘900. Kross conosceva bene la prigione centrale di Tallin per esserci stato rinchiuso due volte, prima dai tedeschi nel 1944, poi nel 1946 dai sovietici che lo deporteranno in un gulag in Russia dove resterà per otto anni. Anche l’io narrante e protagonista dei tre racconti, il giovane scrittore Peeter Mirk, alter ego dell’autore, subisce la stessa sorte. Nel secondo racconto della raccolta, La grammatica de Stahl, Peeter è arrestato dai nazisti dopo un fallito tentativo di fuga in Finlandia:

“Ora, nella primavera e nell’estate del 1944, scopro che non sempre basta svegliarsi la mattina per far finire l’incubo, perché quel cubicolo grigio di cella che mi vedo intorno quando apro gli occhi non svanisce. Non svaniscono le sbarre alla finestra, alta come quella di una cantina, né lo strato di calce che ricopre i vetri (per impedire a chi si mette in punta di piedi di vedere la baia). Le due brande sospese con i rispettivi occupanti sono ancora lì, insieme all’uomo che vi dorme sotto, sul pavimento, e a quello accanto a lui. Così come la cassetta marrone che serve da coperchio per la latrina e da sedile e che, in mancanza di cuscino, funge anche da poggiatesta, e l’odore della latrina stessa, che aleggia sulle assi sconnesse del pavimento, appena percettibile eppure sempre presente, un tutt’uno con l’aria della cella. Finché non ci si alza e attraverso la finestra socchiusa si è raggiunti da una scia di cloruro di calce. Un alito di vento l’ha portata da sinistra, dall’entrata dell’obitorio che si trova al piano terreno della vecchia prigione. Un odore di cloruro di calce – mescolato a quello vago e quasi inafferrabile ma di certo non immaginario di cadavere”.

 

Tra gli arrestati c’è anche un amico di Peeter, che per saldare un vecchio debito con lui, lo ha ripagato durante la fuga con la sola cosa preziosa che portava con sé, la copia di un’antica grammatica della lingua estone, la stessa che dà il titolo al racconto. Peeter infila la grammatica che reca l’ex libris dell’amico nella borsa in cui custodisce il manoscritto anonimo del suo primo romanzo che può comprometterlo a causa dei contenuti esplicitamente antitedeschi. Prima di essere arrestato da una motovedetta, Peeter getta in mare la borsa con la grammatica e il manoscritto, ma i nazisti la recuperano. Entrambi i giovani sono quindi sospettati di essere gli autori del romanzo, Peter perché è uno scrittore e l’amico perché nella borsa insieme al manoscritto è stata ritrovata anche la grammatica con il suo ex libris. La tensione narrativa del racconto si sviluppa attorno al dilemma morale che tormenta la coscienza di Peeter: confessare la paternità del manoscritto e stornare i sospetti che pesano sull’amico o salvarsi la vita negando di essere l’autore del romanzo? Senza vittimismo e con estrema sobrietà Kross mostra più efficacemente della mostra “Communism is prison” come uno degli elementi più perversi dei regimi totalitari di entrambi i colori consista nel rendere le vittime complici dell’abbrutimento morale dei propri carnefici.

 

Sull’aereo che ci riporta a casa la mia compagna per passare il tempo sfoglia la rivista patinata di Air Baltic. “Guarda qui” mi dice porgendomi la rivista aperta su una pagina in cui campeggia il titolo: “The past and the future of Patarei sea fortress”. L’articolo racconta che lo stato estone ha messo in vendita la prigione a un prezzo d’asta di 4,5 milioni di euro. Molti investitori internazionali hanno già manifestato il loro interesse per l’acquisto. Quanto al futuro piano di sviluppo dell’area, l’autore dell’articolo scrive che Patarei potrà ospitare un complesso misto, in parte residenziale e in parte adibito a uffici, a cui si aggiungerà un hotel e una parte commerciale “for shopping, socializing, and dining”. L’acquirente che trasformerà la vecchia prigione fortezza in un’attrazione turistica e in una nuova area ricreativa per residenti sarà però obbligato a riservare uno spazio per una mostra permanente sui crimini del comunismo. Mi viene da pensare che Patarei sarà nello stesso tempo un monumento ai crimini del consumismo, in particolare a quelli perpetrati dal turismo, che trasforma tutto quello che tocca in attrazione e macchina per far soldi, persino un lieu de mémoire come questo, simbolo dell’orrore dei due progetti politici più mostruosi del ‘900. Forse nel giro di due generazioni chi alloggerà nell’hotel di lusso che si affaccia sulla baia di Tallinn ignorerà quello che è successo a Patarei. Patarei. Panta rhei.

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