Perché dicono di no

Desiderio

 

Esistono i desideri umani ed esiste la realtà. L’impossibilità di farli coincidere è forse il più antico tema comune fra le letterature, che offrono un sollievo metafisico a quella permanente impossibilità.

Spesso, esaudire i desideri è così arduo da parere addirittura indesiderabile. La modernità, con la laicizzazione e l’enorme crescita delle conoscenze, aveva offerto però qualche risposta. Freud aveva detto molto chiaramente che la civiltà comporta sempre una repressione degli istinti: tra il principio di piacere e quello di realtà bisogna trovare un equilibrio. Nel secolo XIX l’istinto sessuale, in particolare quello femminile, era stato troppo represso, producendo isteria e nevrosi. Il progresso portato da Freud, più che in una soluzione consisteva nella consapevolezza. Dopo di lui, niente è più stato come prima. Durante tutto il secolo XX, quantità e tipo di attività sessuali non hanno fatto che liberarsi e crescere. Col Secolo XXI, una nuova, poco attesa svolta. I giovani invertono la marcia e rinviano i primi rapporti sessuali. Hanno difficoltà a sapere cosa desiderano. Sanno che l’omosessualità non è più proibita: ma prendono tempo per capire se sono eterosessuali, omosessuali, bisessuali, asessuali.

 

Deviazione psichica individuale e collettiva

 

Il mondo della produzione offre un numero di oggetti sempre crescente, a costi sempre minori. Di frequente, il nuovo problema non è più potersi permettere un acquisto, ma sapere cosa si vuole comprare. Il desiderio – la cosa più immediata, che si riteneva da sempre conosciuta – si offusca e diviene sconosciuta. La mente deve valutare opzioni sempre crescenti in tempi sempre minori. La crescita delle possibilità scivola nell’insicurezza, e questa nella paralisi. Un problema psicologico sempre più generale. Ma nelle semplificazioni della mentalità corrente e dei mezzi di comunicazione (stampa, televisione o internet) un problema psicologico appartiene per definizione a un individuo, non a tutti; è eccezionale, non generale. Le risposte alle “nuove paralisi” sono due. L’approfondimento, che è sempre esistito. Oppure il panico, rivestito di negazione: che, nello stato odierno di fragilità collettiva, dilaga. Ma negare le evidenze non è solo anti-funzionale: una società in cui troppi soggetti rifiutano la realtà è una società in cui questa minoranza danneggia non solo la maggioranza ma la sopravvivenza della coesione sociale. Un processo degenerativo rinforzato dalla continua velocizzazione. Infatti, per includere la dimensione morale nelle dinamiche mentali ci vuole tempo: le chat e i social, invece, abituano a risposte sempre più istantanee, rendendo sempre più arduo valutare a fondo se sono etiche.

 

Certo, anche la negazione è sempre esistita. Freud l’aveva discussa (il termine che usa è Verneinung): ma di nuovo quale eccezione, patologica e individuale: una scissione parziale della mente fragile, che non riesce a integrare nella consapevolezza quelle realtà che le fanno troppa paura. 

In seguito, Jung aveva studiato l’importanza della psiche collettiva e delle sue patologie. Non troppo diversamente dall’individuo, durante un impoverimento economico o culturale (per esempio nella Germania della Grande Depressione che portò al potere Hitler) la massa si fa trasportare da veri e propri stati psicotici, durante i quali crede ad affermazioni che ognuno – seduto individualmente al proprio tavolino, in condizioni di ordinaria ragionevolezza – riconoscerebbe subito come false. In stati simili, una parte rilevante della società agisce contro il proprio interesse: non nega solo fatti specifici, ma i paradigmi conoscitivi su cui ogni discorso si fonda. 

 

Negazioni sistematiche americane 

 

Il fenomeno è ben riscontrabile anche oggi.

Con l’elezione di Trump, la migliore stampa americana – il New Yorker, l’Atlantic Monthly – ha diagnosticato quella che potremmo chiamare una “sindrome della West Virginia”. Questo stato tradizionalmente democratico, con la chiusura delle miniere e delle industrie ha perso la propria dignità. Ha praticato la negazione del fatto che i programmi fiscali di Trump favoriscono scandalosamente i miliardari e lo ha votato massicciamente. La sua popolazione, un tempo relativamente soddisfatta e stabile, è ora composta di “bianchi poveri” con un tasso di tossicodipendenza e di morti per overdose doppio rispetto a quello degli USA e presumibilmente il più alto del mondo. (Il primato era sempre appartenuto ai neri e ai gruppi marginali, ma in poco tempo è passato a questa ex-classe media). Potremmo dire che esso coincide anche con un primato nella negazione, sostenuto inconsciamente dai mezzi di comunicazione. I morti americani per overdose negli ultimi decenni sono difficili da calcolare ma ammontano a centinaia di migliaia: sono forse più numerosi dei morti in tutte le guerre della storia americana sommate.

 

 

Nei due decenni di conflitto in Afghanistan sono stati uccisi solo 2.448 soldati USA (Associated Press): mentre nel solo 2020 i morti americani per droga ammontano a 93.331. Eppure i media hanno dedicato centinaia di volte più spazio all’Afghanistan che alla tossicodipendenza. Anche i migliori: per un lungo periodo la pagina Meteo del New York Times riportava le previsioni del tempo su due carte geografiche: USA ed Afghanistan. Perché? Perché la nostra mente è molto più semplice, inconscia e “mitica” di quanto vorremmo. In Afghanistan stanno i malvagi, i talebani, molto riconoscibili in qualunque immagine, che include la loro diversità e incomprensibilità. I morti per overdose sono stracci umani sul marciapiede: nessun cattivo li ha uccisi, “se la sono voluta loro”. La mente dell’uomo comune, per capire il male, ha bisogno del nemico: l’agente negativo non può essere troppo astratto, deve essere personificato.

 

La scaramanzia, e in ultima analisi la negazione dell’evidenza, rimane dunque in agguato persino nei migliori giornali e fra i loro esperti. Anche se non siamo medici o sociologi, tutti conosciamo la differenza tra un fenomeno epidemico ed uno endemico: epidemia significa presenza temporanea di una patologia, mentre il suo manifestarsi costante è chiamato endemico. La tossicodipendenza americana continua da generazioni, e include un tragico, costante aumento delle morti per overdose. A questo proposito, mi è già capitato di notare e scrivere che persino il New Yorker e il New York Times cascano inconsciamente in un pragmatismo semplificatorio, addirittura negazionista: parlando delle stragi compiute della droga negli Stati Uniti, inestirpabili quanto meno dagli anni ’60 del secolo scorso, continuano infatti a scrivere drug epidemics: manifestando il più banale, inconscio sottinteso ottimista del “tutto finirà presto”. 

 

Un altro male ben rappresentato dai malvagi

 

Pochi anni fa abbiamo sperimentato il più tipico dei mali “personificati”: il terrorismo dei fondamentalisti islamici. Compiuto da persone ben diverse da noi per lingua, religione, etnia. Un archetipo che corrisponde alla più semplice e necessaria distinzione: il rapporto male-bene. Il malvagio era chiaramente identificabile: non era necessario negare una realtà, inventare complotti o capri espiatori, procedere a complicate analisi sui “maestri che sbagliano” (come capitava quando “terroristi” erano professori universitari o intellettuali nostrani). Siccome avevo pubblicato uno studio sulla paranoia collettiva, venivo spesso invitato a dibattiti come psicoanalista, per confrontarmi con cittadini che si sentivano circondati dal pericolo. I fondamentalisti islamici avevano compiuto stragi a Bruxelles, a Parigi, a Berlino. “Da quando ho sentito che ci sono attacchi terroristici non esco più di casa” diceva uno spaventato partecipante al talk-show. “Ha ragione a esser preoccupato. Legge spesso il Database della Unione Europea con le vittime del terrorismo?”. “Non sapevo che esistesse. Quanti sono morti in Italia?” “Finora sono zero. Ma c’è un altro Database europeo che elenca i morti all’anno per l’inquinamento dell’aria. Sa quanti sono in Italia?” “No, non sono così informato.” “Invece, lei sembra informatissimo. Sono più di 80.000: ha detto che non esce di casa perché ha paura e ha ragione”.

Con il terrorismo è tutto più semplice. Per accettare che esista un male, la parte più “primitiva” della nostra mente deve immaginare un malvagio che lo commette. L’inquinamento, invece, è “commesso” da ognuno di noi, perché usiamo troppo l’auto, il riscaldamento e così via: nessuno è malvagio quando tutti commettono il male, che a quel punto scompare. L’opposto per il terrorismo.

 

Dov’è il cattivo ora?

 

Il Covid ci ha presi ancor più di sorpresa. Solo gli scienziati lo vedono, con certi apparecchi: e “credono” subito alla sua esistenza. È più facile far corrispondere all’immagine del nemico un medico visibile che ti inietta il vaccino. L’umano è un animale reso strutturalmente patologico da una ricchissima immaginazione, esplosa negli ultimi secoli, e ancor più negli ultimi decenni. Il corpo umano attuale, invece, non risulta diverso da quello dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori. Questo significa che i nostri istinti sono più o meno rimasti come i loro. Un istinto molto importante è quello della paura. Si evitavano i pericoli diffidando delle novità sconosciute: che purtroppo oggi possono esser quotidiane. Così, in una grandissima parte della popolazione sopravvivono fobie corporee poco gestibili. C’è chi accetta una medicina per bocca, ma non per iniezione, sotto forma di liquido, ma non come pillola. Non è raro avere in terapia donne che desiderano – sinceramente, genuinamente – un figlio: ma sono terrorizzate dalla fantasia di un “essere estraneo” che cresce dentro al loro corpo. A un animale questo non succede: inizia la gravidanza e basta. Per l’inconscio, il vaccino rappresenta una invasione simile: non per niente ha un nome che ricorda come, in origine, veniva prelevato da una vacca, cioè da un animale. L’evoluzione ha impiegato tempi immemorabili per trasformarci nel sapiens: e in un attimo, dice la fantasia non cosciente, quel titanico sforzo potrebbe essere annullato.

 

La generalizzazione narrativa di Hollywood: i mali passano, i buoni restano

 

Nel 1969 il Surgeon General degli Stati Uniti aveva addirittura dichiarato che l’epoca delle pandemie poteva considerarsi chiusa. [Reviewing the History of Pandemic Influenza: Understanding Patterns of Emergence and Transmission, Patrick R. Saunders-Hastings* and Daniel Krewski, Lawrence S. Young, Academic Editor]. 

Dal 2020, la stampa americana che abbiamo già citato parla di epidemics (al massimo, in modo insufficiente, di pandemic) anche a proposito del Covid 19. E, nelle semicolonie culturali degli Stati Uniti come l’Italia, si tende sempre a tradurre con epidemia. Dato che il testo divulgativo Spillover è un best-seller dal 2012 e fa ampio riferimento ad eventi precedenti, quasi tutti dovrebbero invece essersi resi conto di come le malattie zoonotiche siano ricorrenti: e, dato il crescente sovrapporsi della vita animale a quella umana, gli intervalli fra loro sempre più brevi. Eppure tutti – quasi tutti – tendiamo a comportarci e ad esprimerci come se persino il Covid 19 fosse un incidente di percorso, che si allontanerà tanto prima quanto più lo negheremo. Una superstizione non diversa da quella di chi, non nominando il cancro, chiamandolo “brutto male”, pratica un rituale scaramantico che lo tiene verbalmente un poco più lontano.

Il male, invece, qualunque male, se la ride delle nostre difese superstiziose. E sogghigna fra sé pensando che chi si abbandona alla negazione, stando più lontano dalla coscienza, verrà più vicino a lui: si lascerà contagiare, nel corpo ma prima di tutto nella psiche.

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