Percorsi dell'autoaccettazione

Una conversazione con Irene Dionisio e Giovanni Minerba

In occasione dell'apertura dell'edizione 2018 di Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions, che si svolgerà dal 20 al 24 aprile, abbiamo incontrato Giovanni Minerba, fondatore e presidente fin dai tempi in cui la manifestazione si chiamava “Da Sodoma a Hollywood”, e l'attuale direttrice artistica Irene Dionisio. Ci hanno segnalato alcuni film e raccontato la storia e le nuove sfide del festival. 

 

Giovanni Minerba e Irene Dionisio


Dalla prima rassegna del 1986 ad oggi, cosa è cambiato in più di trent'anni nell'avventura di fare un festival cinematografico a tematica omosessuale?

 

Giovanni Minerba: Ovviamente potrei dire che è cambiato molto: trentadue anni fa eravamo quasi in un’altra dimensione politica e culturale per quanto riguarda le tematiche LGBTQI. Allora eravamo Festival Internazionale di Film con Tematiche Omosessuali "Da Sodoma a Hollywood”, il “Movimento gay” in Italia era il F.U.O.R.I. Adesso abbiamo le “Unioni Civili” e il “Fuori” (la sigla diventò così) non c’è più: c’è ArcyGay, Arcilesbica, Circolo Mario Mieli e tante, troppe, altre sigle. Per fortuna a Torino esiste il Coordinamento Torino Pride. Nel 1986 non è stato semplice il rapporto con le istituzioni, ma già nel 1985 al Comune di Torino era stato nominato Assessore alla Cultura un politico anticonformista e illuminato, Marziano Marzano, grazie al quale, fra mille polemiche che si sono poi trascinate negli anni, ottenemmo anche il contributo della Provincia di Torino, della Regione Piemonte e, nel 1990, quello del Ministero dei Beni Culturali. Poi c'è stato il sostegno di importanti enti nazionali e internazionali (British Council, Goethe Institut, Colegio de Salamanca, B.F.I., Centre Culturel Français). Dal 2006, poi, il Festival ricade sotto la gestione amministrativa del Museo Nazionale del Cinema. Tutto questo non è mai stato semplice: importante certo, ma sempre con fatica. Bellissimo, però, se penso alle tante soddisfazioni e la tanta gioia che ha procurato questo festival, a me e a tutti i collaboratori che negli anni si sono succeduti e hanno dato grandi contributi. L’accoglienza della comunità, LGBTQI e non, è sempre stata bella è importante sin dal primo anno, e questo credo sia stato punto di forza per l’evoluzione del festival.

 

E per quanto riguarda l'accoglienza dei cinefili?

 

GM: L'entusiasmo della critica verso il nostro progetto, verso i programmi che si proponevano, non è mai mancato. Questo perché la nostra selezione è sempre stata di qualità in questo senso, pur con i mezzi a volte limitati a disposizione: pur essendo nati come piccola rassegna, nel 1990 abbiamo proposto l’intera retrospettiva del cinema di Derek Jarman. La nostra ambizione è sempre stata ripagata, in primis dagli stessi registi: penso a Ken Russell, che nel 1988 scelse il nostro festival per l’anteprima mondiale del suo L'ultima Salomé, o a John Waters, che scelse di venire a Torino nel 2004 a presentare in anteprima europea il suo A Dirty Shame, all'interno della retrospettiva a lui dedicata; o ancora a James Ivory che, invitato per la prima volta a un festival LGBT, venne nel 2010 a ritirare il premio alla carriera e a presentare Quella sera dorata, un'occasione che spinse la Teodora Film a distribuirlo anche in Italia. Queste soddisfazioni ci hanno ampiamente ripagato di tutta la fatica. 

 

“Postcards from London”, di Steve McLean


Parlando dell'imminente edizione, come vorreste riassumerla?

 

Irene Dionisio: Il film che con la squadra di selezionatori (composta da Daniela Persico, Alessandro Uccelli, Elsi Perino e Paolo Bertolin) abbiamo scelto per l'apertura, Postcards from London di Steve McLean, che sarà presente alla proiezione, è un film che secondo noi inquadra molto bene la linea del concorso, perché racconta l'incontro tra un ragazzo e un gruppo di gigolo amanti dell'arte, ed è proprio lui a diventare la loro musa. Ma non è solo il sovvertimento al maschile di un ruolo tradizionalmente femminile a farne un manifesto per il nostro festival. Il film lavora sulla sindrome di Stendhal, sul sublime che cattura di fronte alla visione estetica e che stravolge i sensi. Insomma, ci auguriamo che anche il nostro pubblico sia preso dalla sindrome di Stendhal durante il festival. Fra gli ospiti, avremo Robin Campillo, che con il suo 120 battiti al minuto ha vinto il premio speciale della giuria a Cannes 2017 ed è stato selezionato per rappresentare la Francia all'Oscar come miglior film straniero: un riconoscimento importante per un film che ricostruisce un momento emblematico per la comunità LGBTQI alle prese con la discriminazione e il diffondersi dell'AIDS nei primi anni Novanta.

 

Sareste in grado di individuare una sorta di filo conduttore nella selezione di quest'anno?

 

ID: God's Own Country, che alcuni hanno definito il “Brokeback Mountain inglese” e che uscirà nelle sale a maggio, dopo essere stato applaudito al Sundance Film Festival lo scorso anno, introduce il tema dell'accettazione di sé, prima ancora che di quella da parte della famiglia o della società. È un film che lavora tra gli ambienti molto evocativi della campagna inglese e l'interiorità di uno dei protagonisti che sente crescere dentro di sé un sentimento che diviene possibilità di costruire e progettare una vita insieme al suo compagno. Anche Pihalla (Screwed) lavora sullo stesso tema ma con dei toni opposti, è un romanzo di formazione ambientato in una famiglia completamente atipica, permissiva e libera che incoraggia l'espressione di sé. Si tratta di un film molto potente, soprattutto perché riesce a raccontare l'evoluzione del personaggio declinando il tema in un registro non drammatico, quasi comico. Ci interessava questo aspetto dell'autoaccettazione, che si ritrova in molti film a tematica gay “al maschile” di quest'anno.

 

 

Per quanto riguarda la componente “femminile”, abbiamo una selezione molto forte, sia fra i documentari, sia fra i lungometraggi di finzione. Sicuramente citerei Good Manners, premiato a Locarno, che riesce a stratificare la narrazione attraverso una serie di discorsi molto complessi, sia sulla società, perché le protagoniste provengono da classi sociali completamente diverse, sia sul genere cinematografico, perché il film parte come commedia e diventa un horror. L'altro titolo importante è il film di chiusura, Thelma di Joachim Trier, un altro film che attraversa i generi, dal drammatico al thriller diventando alla fine una sorta di film di fantascienza e che parte dal racconto di un corpo – femminile – che sviluppa attorno a sé una serie di dinamiche che conducono alla trasformazione, sia del personaggio, sia del film.

 

Ci sono dei film della selezione che senti di voler raccomandare in modo particolare, o che ti hanno “folgorato” in qualche modo?

 

ID: Senza sbilanciarmi troppo o dire il mio “preferito”, posso dire che scommetto su due titoli. Il primo è Tinta Bruta dei brasiliani Filipe Matzembacher e Marcio Reolon, che più volte sono stati ospiti da noi a Torino. Con quest'opera hanno già vinto il Teddy Award alla Berlinale di quest'anno. Un film che riesce a sviscerare la relazione tra corpo e nuove tecnologie, incentrato sulla rappresentazione attraverso queste tecnologie dell'identità gay con scelte visive molto estreme. Il secondo è Malila: The Farewell Flower di Anucha Boonyawatana, che racconta, non senza critiche, la società thailandese e il suo aspetto spirituale, e l'unione tra corpo e spiritualità. È un film che mi ha colpito molto, e penso che rimarrà impresso nella mente di molte persone. Ci sono scene che difficilmente si vedono al cinema.

 

Chiederei a Giovanni di parlarci della sua sezione carte blanche. In base a quali criteri hai selezionato i film e quali tematiche affrontano?

 

GM: Si chiama “Cinque pezzi facili” e la selezione è stata spontanea: non sono partito dalla ricerca di un tema ma da quella di film che mi parlassero. Poi quel filo conduttore è venuto da sé: l’Amore, quello con la A maiuscola. L'opportunità di avere questa mia sezione mi ha ricordato, un'altra volta ancora, che andando a cercare qualcosa di bello succede spesso di imbattersi nelle tante facce dell’amore. 

 

Avete citato altri festival che hanno premiato o presentato alcuni dei titoli in selezione. Da Sodoma a Hollywood nasce come primo festival europeo a tematica gay: qual è oggi il panorama in Europa? Esistono altre realtà interessanti, soprattutto in Italia?

 

GM: Subito dopo di noi, nel 1987, ha visto la luce il Flare di Londra (allora “London Lesbian and Gay Film Festival”). Ovviamente, loro partivano con vantaggi che “Da Sodoma a Hollywood” non aveva: alle spalle avevano la garanzia del BFI che produceva il festival e una realtà molto diversa da quella della nostra Italia... Con loro, soprattutto i primi anni, c’è sempre stata una bella collaborazione, condivisione e rispetto: molte iniziative a Torino sono state fatte con il loro sostegno, il BFI ci diede la possibilità di fare la retrospettiva su Jarman, ma già nel 1989 ci invitarono per un omaggio, che per noi fu l’occasione di girare appositamente il documentario che raccontava il nostro festival, Da Sodoma a Hollywood: il Festival del vizio.

Stesso discorso con il festival di Barcellona (FICGLB), che negli anni ha cambiato più volte nome e organizzazione. Il nostro rapporto è sempre continuato soprattutto con il primo – e attuale – direttore, Xavier Daniel. Con lui si sono organizzate la retrospettiva/omaggio al cinema spagnolo, poi quelle dedicate al “pioniere” Eloy de La Iglesia e a Ventura Pons. In Europa le altre realtà per me interessanti sono Lisbona, Zurigo e Madrid. Fuori dall'Europa, il nostro punto di riferimento è stato ovviamente il Frameline di San Francisco: tante collaborazioni, condivisioni e aiuti – soprattutto da parte loro, dal momento che in Italia le produzioni erano rarissime. Poi, in Italia, il Mix Milano, il Florence Queer Festival e il Sicilia Queer Festival sono tra i più importanti. Ci sono anche piccoli Festival a cui è importante offrire sostegno e incoraggiamento penso al giovane Salento Rainbow, al quale sono particolarmente affezionato. Negli anni ci sono state collaborazioni, più spesso con alcuni che con altri. Fare rete, soprattutto negli gli ultimi anni, quasi non è necessario: le notizie girano velocemente, le modalità sono cambiate rispetto ai primi anni. E comunque un po' di “sana competizione” ci può stare.

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