Popolo, dato che non esisti, ti odio!

Da quando molti di noi – incluso chi scrive – si lamentano delle vittorie elettorali di personaggi e partiti deplorevoli, spuntano da ogni parte, anche da sinistra, persone che ci bacchettano le dita: “Non accettate i verdetti elettorali democratici! Gridate al fascismo incombente, ma il popolo ha votato per questi ‘fascisti’. Inoltre, mostrate disprezzo per gli elettori di Brexit, Trump, Salvini, Erdogan, Bolsonaro… ma si tratta degli elettori delle fasce sociali più deboli. Voi dei quartieri alti votate per la sinistra perbene, la gente delle periferie e dei piccoli centri vota per la destra populista, e la biasimate per questo”. 

Queste reazioni rivelano una visione perversa della democrazia. Sono democratico perché accetto i risultati del voto, anche se mi appaiono nefasti, ma la democrazia non mi obbliga a essere contento per ogni governo eletto! Non è che, siccome la maggioranza ha deciso in un certo modo, questo significa che ipso facto sia la scelta migliore. Le maggioranze non sono come il papa quando parla ex cathedra, ovvero infallibili. Depreco che nel 1923 in Italia e nel 1933 in Germania le maggioranze degli elettori abbiano portato al potere Mussolini e Hitler. Analogamente, non è perché tanti che oggi votano per Le Pen o Salvini un tempo votavano per il partito comunista che per questo sono la sacra voce del popolo. Non credo che le scelte democratiche siano comunque buone. Sono anti-populista perché non penso affatto che il popolo abbia sempre ragione, anzi, confesso di essere spesso – e oggi più che mai – anti-popolo. Spesso i popoli si rivelano molto peggiori dei loro politici e governanti. I demagoghi oggi al potere in Italia sono quelli che danno voce a ragionamenti e credenze del tutto sballate, mentre i politici che sanno le cose sono marginalizzati e derisi. Trump e Salvini dicono ad alta voce, in televisione, quel che i più ripetono per le strade, nei bar, davanti a tavole imbandite. 

 

Ripeto: spesso i politici sono migliori dei loro popoli. Si pensi all’entrata dell’Italia nella 1° guerra mondiale. Con lo scoppio della guerra nel 1914, la dirigenza politica italiana reagì in modo alquanto saggio: si convinse che l’Italia poteva acquisire Trieste e Trento proprio non entrando in guerra. Mantenendosi neutrale poteva aspettare la sconfitta degli Imperi centrali e poi beneficiare del risultato (del resto l’impero austro-ungarico era disposto già a cedere il Trentino in cambio della neutralità italiana). Fu l’“opinione pubblica” italiana, per lo più interventista, a spingere l’Italia verso una guerra che le avrebbe inflitto 600.000 morti e un milione tra feriti e mutilati. Fu la piccola borghesia impiegatizia e intellettuale a scatenarsi a favore della guerra, e anche una vasta parte della sinistra (vedi Mussolini) seguì. L’entrata in guerra fu davvero una vittoria democratica, purtroppo: fu decisa contro la volontà dei politici dell’establishment. 

Del resto, la febbre bellicosa dell’Italia era solo una parte di un vero e proprio delirio bellicista che si impadronì allora delle masse europee. Quando, per un assurdo automatismo delle alleanze, i principali paesi europei entrarono in guerra, i dirigenti sapevano che quel conflitto generalizzato si sarebbe risolto in una catastrofe. La gente comune, entusiasta, invece non voleva saperlo, così partirono giulivi per la carneficina. Lo stato maggiore francese aveva dato per scontata una percentuale alta di disertori alla leva, ma i generali stessi furono stupiti da quanto questa percentuale si rivelasse bassa. Insomma, all’epoca i popoli europei svilupparono una gigantesca fregola per la guerra. 

 

Esempio attuale. Attualmente la Francia è scossa dalle manifestazioni dei “gilet gialli” che protestano contro l’aumento della benzina, soprattutto di quella diesel, voluta dal governo presieduto da Macron. Mentre scrivo, apprendo che il 77% dei francesi simpatizza con questa protesta. Ebbene: per me Macron ha ragione, il popolo francese ha torto. L’aumento della benzina è parte di un disegno strategico che tende a incoraggiare l’uso dell’auto elettrica e a scoraggiare l’acquisto delle energie fossili, cosa che mi sembra sacrosanta. La maggioranza dei francesi non vede oltre la punta del proprio naso: vogliono benzina meno cara in un pianeta che dovrà rinunciare tra un po’ alla benzina. In una straordinaria miopia di massa, tutti calcolano vantaggi e svantaggi immediati, nessuno cerca di pensare al bene dei figli e, tanto meno, dei nipoti.

Potrei moltiplicare gli esempi in cui i popoli fanno scelte auto-distruttive, mentre alcuni loro dirigenti indicano, inascoltati, una strada migliore. 

 

 

I popoli spesso compiono non solo delle scelte auto-lesioniste, ma anche malvage. Tanti eventi storici non sono spiegati dalla lotta di classe né dai mercati finanziari globali, ma dalla semplice cattiveria di tanti. Molti genocidi non furono opera di truppe speciali, ma della brava gente comune, che all’improvviso rivelò la belva sotto la pelle di una bonaria quotidianità. Così nel 1965 e 1966 la brava gente si dedicò a un massacro sistematico dei comunisti indonesiani e dei residenti cinesi in Indonesia, che secondo molte stime fece più di un milione di vittime. La persecuzione dei Rohingya mussulmani è una crudeltà di cui gran parte del popolo del Myanmar è co-responsabile. E non esito a dire che la maggioranza dei brasiliani che hanno votato per un fascista come Jair Messias Bolsonaro sono evidentemente dei farabutti. Mi preme scriverlo a caratteri maiuscoli:

LA MAGGIOR  PARTE  DEI  BRASILIANI  SONO  CANAGLIE

Questa mia affermazione sarebbe razzista se dicessi “tutti i brasiliani sono canaglie”, oppure “il popolo brasiliano è mascalzone”. Ho amici brasiliani che la pensano come me su Bolsonaro, per cui non possiamo mai universalizzare. C’è razzismo quando si opera una generalizzazione di bassezze che possono essere più o meno diffuse in un gruppo etnico. Ora perché per correttezza democraticista dovrei dire invece che la maggior parte dei brasiliani ha votato bene? 

 

D’altro canto, perdere clamorosamente le elezioni non significa affatto aver torto (questo va detto a tanti che sputano su Renzi perché ha perso delle elezioni, come se perdere le elezioni fosse una prova inconfutabile che si era nel torto; si può perdere proprio perché si dicono le cose giuste).

Mi rendo conto che sto scrivendo un articolo “viscerale”. Il punto non è opporre, come spesso si fa via neuroscienze, l’amigdala (sede delle pulsioni viscerali) alla corteccia cerebrale (sede della razionalità), dove l’amigdala sarebbe la causa delle passioni truci e la corteccia cerebrale la causa della serena ragione. L’amigdala è sede di passioni buone e cattive, così come la corteccia cerebrale è sede sia di una razionalità generosa e disinteressata che di calcoli cinici, gelidi e interessati. Anche credere nella cultura, nel sapere, nella tolleranza, è fatto passionale: il partito della ragione è esso stesso amigdalico. Il punto è di quali passioni la nostra amigdala è sede.

 

Un popolo non è un’unità mistica, è una massa di individui e sotto-gruppi molto diversi tra loro: il popolo è formato da persone intelligenti e da imbecilli, da persone colte e da ignoranti, da gente onesta e da farabutti… Insomma, Il Popolo non esiste, ed è proprio per questo che talvolta lo detesto. In una elezione, se imbecilli, ignoranti, farabutti, disonesti ecc. si coalizzano, il risultato può essere disastroso.

Oggi il diffondersi di una deriva populista della democrazia porta a incensare qualcosa solo perché piace ai più. Si fa la pubblicità a un film o a un libro dicendo che vende bene: il fatto di piacere a tanti viene spacciato per garanzia della sua qualità. Anni fa, quando in Italia scoppiò il caso Di Bella – un medico mattoide che millantava di aver scoperto un toccasana contro il cancro – scrissi un articolo per una rivista con pretese scientifiche in cui dicevo che l’intruglio di Di Bella era inefficace (come in effetti era già evidente). Ebbene, una redattrice di quella rivista mi disse che la maggior parte degli italiani erano a favore di Di Bella, e che quindi non lo si poteva criticare… In effetti si arrivò a un punto che oltre il 90% degli italiani credeva nella miscela di Di Bella. Un intero popolo si fece abbindolare da un venditore di patacche. Insomma, la verità diventa una variabile rispetto a quel che ne pensa la gente: più gente crede in una sciocchezza, più si è portati a considerare questa sciocchezza una verità, o comunque una cosa seria. Molta gente teme i vaccini? Bene, bisogna temerli, si dice.

La mistica populista contagia anche una parte della sinistra. Non a caso partiti e movimenti di estrema sinistra hanno scelto come loro sigla elettorale “Potere al Popolo!” Scelta poco marxista in verità, dato che Marx non si sciacquò mai la bocca inneggiando al Popolo, che per lui non esisteva, dato che esistevano per lui solo le classi sociali. Anche la sinistra vuole sfruttare il vento populista; così si slitta dal proletariato al Popolo. 

 

In apparenza più sofisticata è la critica diciamo marxista all’indignazione per certe scelte popolari: “Voi della sinistra borghese non capite che chi vota Salvini sono i poveretti che si sentono minacciati dagli immigrati che tolgono loro quei lavori umili che loro potrebbero fare. I poveri votano Salvini, che promette più severità nei confronti della criminalità, perché sono loro i più esposti a truffe, piccoli furti. Insomma, non capite le paure e le insofferenze della gente più umile, che trattate come la puzza sotto al naso”. Questi discorsi tentano di razionalizzare, di dare una significazione economica e “di classe”, a un fenomeno che invece vedo come del tutto amigdalico. Conosco tante persone del ceto medio o benestante che sono xenofobi e sovranisti, anche se per loro gli immigrati non rappresentano alcun pericolo; anzi, forniscono loro i servitori, badanti, infermieri, pizzaioli, spazzini di cui hanno molto bisogno. Nessuna ragione economica dimostrabile giustifica la paura e l’odio per gli immigrati. Paura e odio per gli stranieri sono parte di una sindrome che T.W. Adorno chiamò “la personalità autoritaria”. E si espande a macchia d’olio, anche tra i ceti popolari, il modello della personalità autoritaria. Così, nell’ultimo rapporto del CENSIS gli italiani vengono descritti come “arrabbiati”, intolleranti fino alla “cattiveria”… Oggi, essere cattivi è cool.

 

In realtà l’immigrazione non minaccia i posti di lavoro degli indigeni. Nella misura in cui gli immigrati creano ricchezza, potenzialmente creano anche la possibilità di lavori per chi non lo è. E in effetti in tutti i paesi occidentali il tasso di disoccupazione non è affatto correlato al tasso di immigrazione. In Germania, per esempio, nel 2013 gli immigrati erano il 12% della popolazione in toto, e aveva una disoccupazione molto bassa, al 4,6%. L’Austria aveva il 15,7% di immigrati, e solo il 5,7% di disoccupati. Invece, nello stesso anno l’Italia aveva il 9% di immigrati, ma una disoccupazione al 12%.  La Grecia l’8,9% degli immigrati, ma una disoccupazione al 25%.

A scanso equivoci: non dico che bisogna accettare l’immigrazione (controllandone i flussi) solo perché la ragione economica dice che è una buona cosa per i paesi di immigrazione. Ancora una volta, non pretendo di usare la corteccia cerebrale contro l’amigdala. Si è innanzitutto per gli immigrati per ragioni etiche, insomma sentimentali: ci si identifica a chi emigra perché è qualcuno che cerca una vita migliore. Si simpatizza per questa ricerca in quanto è un diritto di tutti. L’ideale sarebbe assumere posizioni politiche che siano allo stesso tempo buone e razionali, che si basino su sentimenti che considero positivi e sull’analisi spassionata dei dati.

Si dirà: il ragionamento economico anti-immigrati è fallace, ma dà la sensazione di essere vero, ed è la sensazione che conta. Ma perché si crede a questa sensazione e non a qualche altra? La verità è che il ragionamento – “gli immigrati ci tolgono posti di lavoro” – è una conseguenza della xenofobia, non viceversa. Non si è xenofobi perché si segue un certo ragionamento, benché sbagliato; si seguono ragionamenti sbagliati, e si è sordi a quelli giusti, perché si è xenofobi. La passione precede la ragione, quasi sempre. La precede anche quando si fanno ragionamenti politici giusti: preferire la verità alla menzogna comoda è essa stessa una passione viscerale.

 

Alla fine degli anni 70, a Roma, parlavo con un albergatore che certo non era indigente. All’epoca comparivano i primi immigrati, per lo più maghrebini, un fenomeno allora del tutto aurorale. L’albergatore mi disse “Non li vogliamo qui. Che se ne stessero a casa loro!”. Fu il primo discorso xenofobo che sentii in Italia. Nessuna logica economica, nessuna razionalità di classe, spiega questo precoce rigetto dell’immigrato (che magari poteva fargli da cameriere o da domestica), se non appunto un tipo di soggetto che chiamerei xenofobico (una deriva della personalità autoritaria di Adorno), il quale percepisce il proprio ambiente sociale come “casa propria”. È un istinto, che per ragioni precise ha successo oggi anche tra i più poveri (ho cercato di capirle qui). Lo xenofobo, insomma, prima di tutto è una persona “intollerante fino alla cattiveria”, per usare lo stile CENSIS, dato che manca del senso dell’ospitalità. Ma la sua è una cattiveria che produce pessimi ragionamenti. Non nego che ci siano dei malvagi perfettamente razionali, che dicono la verità. Ma sono seguiti dal Popolo non perché dicono la verità, sono seguiti perché sono malvagi.

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