Ricerca, democrazia e UE

Il dibattito politico legato alle elezioni europee pare in questa occasione più vivace del solito. Senz’altro una nota positiva. Il risvolto negativo, tuttavia, è che tale vivacità sembra innescata, paradossalmente, dal vociare sovranista. Il blocco anti-europeista ha astutamente monopolizzato il discorso politico centrandolo su temi a sé cari (immigrazione, sovranità, identità), mostrando, paradosso dei paradossi, un’omogeneità sovranazionale nella propria visione in negativo dello statuto politico dell’Unione che i liberali e le sinistre europee sono ben lontani dal raggiungere.

In quest’assenza di coesione, e in questo adeguarsi ai termini del dibattito introdotti nell’agone dai sovranisti, le forze europeiste (soprattutto le sinistre, come analizzato in un lucidissimo pezzo di Cas Mudde sul Guardian di pochi giorni fa) cedono terreno ai propri avversari, e sembrano rinunciare all’opportunità di spostare l’attenzione sulle success stories dell’Unione Europea e su temi più vicini alla propria storia culturale.

 

Accanto alla necessità di parlare, ad esempio, di redistribuzione, internazionalismo e di un welfare europeo condiviso, un tema centralissimo e trascurato, e un indiscutibile successo dell’Unione Europea, è il suo ruolo nella promozione della ricerca scientifica.

L'Unione ha rappresentato, nei decenni, un catalizzatore della qualità della ricerca negli stati membri sia in termini di output scientifico, sia nei termini di effettive possibilità, per i ricercatori, di accedere ai mezzi necessari per fare ricerca, e per i cittadini, di usufruirne. Instaurando un programma di finanziamenti ricco e articolato, l’Unione ha reso i paesi membri coesi e competitivi nel promuovere il progresso della conoscenza, livellando al rialzo le differenze interne.

 

L'accesso alla conoscenza e la garanzia di un'infrastruttura che crei le condizioni per una ricerca indipendente e di qualità non sono oziosi privilegi di una élite, ma diritti sanciti dalla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo. Non è difficile immaginare i perché pratici. Si pensi al campo medico, dove la ricerca riflette la possibilità di garantire il benessere fisico e psicologico degli individui, o agli studi sul cambiamento climatico e al loro impatto nel guidare decisioni che hanno come posta in gioco la struttura del sistema economico e persino le condizioni di sopravvivenza degli individui. Ho citato esempi d'ambito scientifico, ma le discipline umanistiche non sono da meno. Un caso a me caro è lo studio delle lingue dei segni, in cui l'Italia eccelle. La conoscenza e la divulgazione delle lingue dei segni, oltre che una riserva di incredibili meraviglie sulla comunicazione umana, ha un impatto sociale immediato: la garanzia di riconoscimento, di appartenenza sociale, e di effettiva eguaglianza civile di individui e comunità il cui profilo culturale è per lungo tempo stato ignorato. La garanzia di investimenti solidi e permanenti nella ricerca, la garanzia di salari adeguati, il diritto dei ricercatori a non scontrarsi con l'assenza di mezzi e la precarietà della propria condizione esistenziale è dunque una delle modalità fondamentali in cui gli stati sono direttamente responsabili del bene dei propri cittadini. Uno stato che non garantisca supporto ottimale alla ricerca prende attivamente una decisione che ne ostacola il benessere.

 

 

La rete di finanziamenti nella produzione e accesso alla conoscenza fornita dall’Unione ha garantito alla ricerca stabilità a fronte delle fluttuazioni nelle tendenze politiche e condizioni economiche interne, e, di conseguenza, nel grado di priorità che investimenti in ricerca e sviluppo acquisiscono in diversi contesti politici. Si pensi al caso italiano. Negli ultimi anni, complici le contingenze economiche e le debolezze strutturali del sistema, le condizioni della ricerca in Italia non sono di certo state rosee. Per contestualizzare questa affermazione, credo basti affermare che l'Italia investe al momento, stando al più recente report del Research and Innovation Observatory, meno dello 0,5% del proprio PIL in ricerca scientifica, ben al di sotto della media europea. Guardando allo sviluppo degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo tra il 2004 e il 2017, l'Italia ha seguito tendenze e fluttuazioni analoghe all'Ungheria, la Romania, e la Polonia. Indipendentemente dalle metriche scelte per valutare la ricerca in Italia, il nostro Paese si piazza sempre nelle fasce più basse (rispetto ai paesi UE, alla zona OCSE, al G7) per investimenti nella ricerca. D’altra parte, però, il nostro sistema formativo produce eccellenze. Ultima nelle classifiche di finanziamento pubblico, l'Italia è costantemente ai primi posti per numero di ricercatori capaci di attrarre grant europei (sebbene spesso spesi all’estero). 

 

A fronte della carenza di investimenti a livello nazionale, l'Unione ha garantito, nel periodo 2014-2020, finanziamenti alla ricerca per 120 miliardi di euro entro il programma Horizon2020. Questi finanziamenti supportano trasversalmente ambiti disciplinari, individui, infrastrutture, centri, e programmi di formazione per giovani ricercatori, incoraggiando la mobilità e l'integrazione transnazionale. Superfluo dilungarsi sui molteplici successi individuali del programma: basta forse menzionare i 6 premi Nobel, le 4 medaglie Fields, i 30.000 brevetti immessi sul mercato provenienti da progetti finanziati entro H2020. 

 

Dalla ricerca medica, al cambiamento climatico, alla geopolitica, è impossibile ignorare quanto cruciale sia il ruolo di una ricerca scientifica indipendente. Diverse situazioni critiche nello scenario sociopolitico contemporaneo potrebbero venir mitigate dall'enforcement di un’attiva considerazione dell’evidenza scientifica nelle decisioni politiche, e dalla promozione dell’accessibilità dal basso dei risultati scientifici, permettendo decisioni informate e inspirando partecipazione democratica. I programmi di finanziamento dell'Unione Europea hanno gettato le fondamenta perché ciò sia garantito in pari grado ai cittadini dei paesi membri, indipendentemente dalle volontà politiche dominanti nei singoli paesi. 

 

La strada da percorrere è ancora lunga, come esplicitamente messo a tema ad esempio, in Italia, dall’Associazione Luca Coscioni, o dal progetto Science for Democracy. Ma, per cominciare, si tratta di una success story che meriterebbe d’essere raccontata più a fondo, tematizzando esplicitamente il ruolo dell’accesso alla conoscenza in una democrazia informata e partecipata. Si tratta, inoltre, di un momento particolarmente delicato: le negoziazioni sul budget e i termini di Horizon Europe, il progetto che succederà a Horizon2020, sono ancora in corso e dipenderanno in buona parte dalla composizione delle istituzioni europee alla luce delle prossime elezioni. Le sorti della ricerca e della qualità della democrazia europea dipendono dal prossimo voto. E dunque, in larga misura, dalla capacità delle forze progressiste di saper rinegoziare, in questa e altre direzioni, temi e termini delle proprie campagne.

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