Ricordare Jean Mohr

“Cara Maria, nel caso tu non l’abbia ancora saputo, Jean è mancato serenamente ieri mattina”. 

A darmi questa notizia il 4 novembre è Yves Berger, figlio di John, che del fotografo svizzero Jean Mohr (1925-2018) è stato compagno di strada e di avventure, collaboratore e ‘complice’ a partire dal 1962, quando si incontrarono per la prima volta a Ginevra. Risale a quell’anno l’avvio di un sodalizio professionale che nel tempo si è trasformato anche in una formidabile amicizia. Ne sono nati una serie di libri la cui importanza politica, sociale, artistica e letteraria resta non solo attuale, ma tuttora anticipatrice: A Fortunate Man: The Story of a Country Doctor (1967), inedito in Italia, A Seventh Man (1975) [Il settimo uomo, Contrasto, 2017], Another Way of Telling. A Possible Theory of Photography (1982), da noi ancora inedito. 

 

“Lo spirito di collaborazione è raro tra un fotografo e uno scrittore”, scriveva nel febbraio del 2015 Mohr sulle pagine di The Telegraph, in occasione di una nuova ristampa di A Fortunate Man, libro su cui si sono formati i migliori medici di base inglesi. Jean e John lo avevano costruito insieme puntando su quella che potrebbe sembrare una formula semplice e che invece non lo è affatto: “La fotografia non deve illustrare il testo e il testo non deve spiegare la fotografia. La tautologia va evitata”. 

Le collaborazioni, più o meno dirette, di Jean Mohr con altri scrittori non si contano. Uno dei suoi primi saggi fotografici, The bridge on the Drina (1961), è ispirato dal romanzo omonimo di Ivo Andrić. A pubblicarlo sulla propria rivista è l’Organizzazione Mondiale della Sanità per cui Mohr all’epoca lavorava. “Quel ponte costruito nel sedicesimo secolo”, scriveva Mohr, “aveva permesso alla città di Višegrad di svilupparsi. Mi interessava il processo della crescita urbana, l’ingoiamento dei sobborghi da parte del centro cittadino, la scomparsa del silenzio e del verde”. 

 

 

Una sensibilità al dolore dei luoghi, degli esseri umani e degli animali, all’erosione implacabile della storia e del tempo, alla ferocia di sistemi politici e economici che producono inimicizia, guerra, povertà, ingiustizia, migrazione, malattia, morte. È stata questa la cifra che ha accompagnato in tutti questi anni lo sguardo fotografico di Jean Mohr e la sua coscienza inquieta. Nel 2003, quando insieme a John Berger decidemmo di organizzare un laboratorio di storytelling in Palestina, John lo volle con sé, perché nessuno meglio di lui conosceva quel paese sofferente e lacerato. La sua collaborazione con il Comitato internazionale della Croce Rossa e con l’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East) era iniziata nel 1949, subito dopo la cacciata di poco meno di un milione di palestinesi dalla loro terra. Le fotografie calme e nitide di quell’esodo forzato, della precarietà in cui da allora è stato fatto vivere quel popolo, dicono di questo testimone anomalo qualcosa di più di una limpida capacità di documentare i fatti. 

 

“Mio padre e mia madre erano tedeschi”, mi raccontò Jean durante quel viaggio, “e si trasferirono in Svizzera poco prima che io nascessi, per non essere parte dell’ignominia nazista. Ho l’impressione di non essermi mai liberato di un terribile senso di colpa, della vergogna di essere figlio di un popolo che ha permesso tutto quel male. Forse, dopo aver studiato scienze economiche e sociali, lavorato per breve tempo in pubblicità e fatto per alcuni anni il pittore a Parigi, scelsi la fotografia perché mi permetteva di ‘riparare’, di stare apertamente dalla parte dei vinti”. 

 

Non a caso, nel 1986, Edward Said propone a Jean Mohr di comporre un testo a quattro mani sulle vicissitudini del popolo palestinese. Il volume, mai pubblicato in Italia, ha per titolo un verso del poeta Mahmud Darwish, After the Last Sky, dopo l’ultimo cielo. “Nel mio lavoro con Edward Said”, ricorderà più tardi Mohr, “non ci fu niente di simile al livello di cooperazione raggiunto con John Berger. Edward si limitò a scegliere le immagini dal mio archivio e ad accompagnarle con le sue parole. Un approccio molto più semplice di quello messo a punto con John, che consisteva in una vera e propria composizione a quattro mani e due sguardi dove parole e immagini avevano lo stesso peso. Era la forza del loro montaggio a dare vita a una narrazione che nessuno dei due elementi, preso a sé, sarebbe stato in grado di produrre”.

 

Nel 1996, durante una lunga convalescenza sulle montagne nei pressi di Ginevra chiamate localmente “le bout du monde”, Jean Mohr si rende conto di aver sfiorato la morte. Guarito, decide di rivisitare i luoghi che nel corso della sua lunga carriera gli sono parsi ai confini del mondo, per collocazione geografica e alterità. Ne nasce un libro, Au bout du monde, di fotografie scattate nei paesi più diversi – Romania, Lapponia, Pakistan, Grecia, Algeria, Nicaragua – accompagnate da brevi testi di Mohr e da un ‘ritratto’ dell’amico fotografo redatto da John Berger. 

"Nel corso dei miei viaggi non avevo avuto spesso”, scrive nel testo introduttivo Mohr, “la sensazione di essere alla fine del mondo? Non necessariamente in senso geografico, ma piuttosto di fronte al vuoto, al termine della strada. La fine del mondo non è per forza il nulla, può essere anche un compimento. È di sicuro la fine di un certo mondo, quello da cui si viene, al quale si appartiene, e al quale si voltano temporaneamente le spalle”. 

 

Uomo mite e tormentato, capace di stare ovunque rendendosi quasi invisibile, Mohr ha usato la macchina fotografica per osservare e testimoniare, senza appesantire le immagini con quel di più di retorica o di ideologia che spesso fa da intralcio al rapporto tra realtà e spettatori. Il suo sguardo è davvero quello delle nuvole, silenziose, alte, mai fisse. Uno sguardo che non giudica, ma registra e ricorda. Per sempre. 

 

Oggi l’archivio fotografico di Jean Mohr è conservato presso il Musée de l’Elysée di Lausanne, che nel 1984 gli conferì il Prix de la photographie contemporaine e che nel 2013 ha dato vita a una mostra dal titolo Avec les victimes de guerre, photographies de Jean Mohr, destinata a girare il mondo nell’arco dei successivi vent’anni. 

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