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Sally Rooney: le relazioni imperfette di una generazione

Sally Rooney, irlandese classe 1991, è l’astro nascente della letteratura contemporanea: la stampa di settore la acclama all’unanimità con l’impegnativo epiteto di «voce dei Millenials», assegnandole in un certo senso il compito di rappresentare la complessità di una generazione opaca e sfuggente che da sempre naviga nelle acque perigliose del futuro tra crisi economica, digital disruption e precarietà lavorativa.

La Rooney, laureata in letteratura americana al Trinity College di Dublino, a vent’anni aveva già il privilegio di scrivere sulle principali riviste letterarie. Il trampolino di lancio al suo successo editoriale è stato un articolo pubblicato sulla Dublin Review «Even if you beat me», in cui narrava il complicato mondo delle competizioni oratorie delle quali lei era stata campionessa indiscussa collezionando successi in tutta Europa. In quel breve saggio la Rooney rivelò tutta la forza del proprio potenziale narrativo e fu immediatamente contesa dalle principali case editrici nazionali: le offrivano un contratto perché scrivesse un’opera di fiction. Le grandi aspettative che tutti nutrivano nei suoi confronti son state confermate da romanzo, Parlarne tra amici (Einaudi 2018), pubblicato a soli 26 anni e subito diventato un caso letterario internazionale. Acclamatissima da pubblico e critica, nominata «Best Young Writer» dal Sunday Times, l’autrice conferma le sue doti meno di due anni dopo il suo esordio con il secondo libro che – se possibile – raddoppia il successo clamoroso del primo. Persone normali (Einaudi 2019) è stato nominato per il Man Booker Prize, votato libro dell’anno per il premio Waterston e ha vinto come miglior romanzo il premio Costa Novel Award. Nel 2019 il Guardian l’ha classificato come venticinquesimo tra i migliori 100 romanzi del XXI secolo.

 

Il fenomeno Sally Rooney non deve essere assolutamente sottovalutato; e Persone normali lo dimostra, rivelandosi un gran libro capace di comporre, senza finzioni né patetismi, il ritratto perfetto di una generazione imperfetta.

La copertina azzurro pallido del libro, con le sagome dei due protagonisti in rilievo, ultimamente rimbalza su tutti i social, complice la recente uscita della serie tv omonima, Normal people, prodotta dall’emittente inglese Bbc in partnership con l’americana Hulu.

Mentre la critica plaude con toni entusiastici la serie televisiva – sceneggiata dalla stessa Rooney – definendola «perfetta», non resta che domandarsi quale sia la chiave del successo di questa giovane autrice. Forse il segreto risiede proprio nella semplicità dei suoi titoli: A conversation with friends, Normal people, che sembrano rimandare ad un’atmosfera quotidiana, familiare e – al contempo – a una situazione collettiva. Proprio questa apparente chiarezza espositiva, tuttavia, cela significati occulti. La locuzione Persone normali può essere letta come un ossimoro: un concetto infatti pone direttamente in antitesi l’altro. L’unicità, la straordinarietà, l’insondabilità di ogni persona annulla di fatto la definizione abusata, generica e sovrastimata di “normalità”. Ed è esattamente questo che la Rooney sembra raccontarci attraverso una storia dolorosa che fa della relazione tra due ragazzi il pretesto per analizzare il fenomeno di rottura insito nella crescita, il meccanismo di incomunicabilità che si instaura nei rapporti umani – narrando poi implicitamente la difficoltà ad affrontare la vita per ciò che è davvero, con tutto il suo carico di sciagure, inganni, sofferenze. 

 

La potenza di questo libro si manifesta soprattutto nella capacità di esprimere a fondo la complessità delle coscienze dei protagonisti, Marianne Sheridan e Connell Waldron: la narrazione è sempre al presente, si divide in capitoli che scandiscono inesorabili l’avanzare del tempo che continuamente avvicina e allontana i due personaggi, definendo i diversi stadi della loro relazione. Seguendo l’uno o l’altro punto di vista, la storia si dipana in un continuo flusso di coscienza in grado di immergere il lettore nelle dinamiche astratte dei sentimenti, delle sensazioni cui è difficile dare forma e senso, trasmettendo i gradi di intensità di una relazione umana senza tacerne l’incomunicabilità, le rotture, la brutalità e la ferocia che spesso si accompagnano alla vicinanza estrema di anime e di corpi.

I personaggi creati da Sally Rooney sono individualità complesse: conosciamo Marianne e Connell durante gli anni del liceo, quando ancora sono immersi nelle dinamiche tipiche di una scuola di provincia, mentre si affannano per uscire indenni da atti di bullismo e superare la sessione d’esame finale per l’ammissione al college. All’apparenza i due ragazzi sono molto diversi, eppure entrambi possiedono «la stessa innominabile ferita spirituale» anche se ancora non lo sanno, e proprio negli abissi della loro profondità interiore si incontrano. La radice dell’amore doloroso – topòs ricorrente nei romanzi della Rooney – ha origine proprio dall’attrazione tra queste solitudini complementari.

 

La maggior parte della gente, ha pensato Marianne, vive un’intera vita senza mai sentirsi così vicina a qualcuno. 

 

Malgrado le differenze caratteriali, Marianne e Connell appaiono alienati in compagnia di altre persone, vivono spesso un senso di disagio in società, solo quando sono vicini sembrano finalmente allinearsi, comprendersi, trovare il proprio posto nel mondo. Nel caos competitivo di una società che pretende sempre il massimo delle prestazioni individuali, i protagonisti crescono e si evolvono «come due pianticelle che condividono lo stesso pezzo di terra, crescendo l’una vicina all’altra contorcendosi per farsi spazio, assumendo posizioni improbabili».

Rooney analizza in modo sottile la dinamica dei rapporti di potere che si instaura all’interno delle relazioni, dove sotterraneamente è in atto una continua pratica di sopraffazione reciproca: questa dinamica si ripete ossessiva nella relazione tra Marianne e Connell, nei rapporti famigliari dei protagonisti, e si ingigantisce nel macrocosmo delle dinamiche sociali, in particolare delle differenze di classe, rappresentate con grande efficacia.

 

 

Quando approdano al Trinity College di Dublino, le loro vite sembrano ribaltarsi in un gioco di specchi. L’ascesa sociale di uno comporta la caduta dell’altro, e viceversa: lungo tutto il corso della narrazione assistiamo a questi continui impercettibili movimenti di avvicinamento-allontanamento, al tentativo inesausto di trovare un equilibrio contrapposto a un’instabilità di fondo. Le strade di Marianne e Connell si dividono molte volte, seguiamo i loro percorsi individuali attraverso le insidie della vita adulta mentre cambiano città e scoprono nuove ambizioni, incontrano altre persone, pure con la consapevolezza che il legame tra loro rimane sempre stretto, al di là di ogni distanza, al di là di ogni logica: è un’affinità atavica, quasi spirituale, che conserva tutta l’irruenza e la fatalità del primo amore.   

 

Ha realmente voluto morire, ma non ha mai voluto che Marianne lo dimenticasse. Questa è l’unica parte di sé che vuole salvare, la parte che esiste dentro di lei. 

 

La coerenza morale e intellettuale dei due protagonisti li conduce sempre, inevitabilmente, sull’orlo di un precipizio. La loro identità si sviluppa in un attrito di costruzione/auto-distruzione che li rende affascinanti e, al contempo, nocivi l’uno per l’altra. Sono interiormente molto simili, eppure tra loro c’è una distanza impossibile da eludere: Marianne è ricca, Connell no. Lei trascorre l’estate nell’elegante casa-vacanze di famiglia, mentre lui è costretto a lavorare al Walmart di paese per pagarsi la retta universitaria. Entrambi ottengono la borsa di studio; ma Marianne la vede come l’ennesima conferma delle proprie capacità, mentre per Connell quel denaro rappresenta una necessità materiale, la possibilità di vivere finalmente una vita intellettuale e dedicarsi agli studi senza sensi di colpa. «Sono i soldi la sostanza che conferisce realtà al mondo», pensa mentre contempla l’Allegoria della pittura di Vermeer in un assolato pomeriggio a Vienna. Marianne, invece, cresciuta in un ambiente privilegiato e borghese può permettersi di disquisire filosoficamente su «quell’invenzione umana chiamata denaro» e lanciarsi in lunghe dissertazioni a proposito della “moralità del lavoro”: «È tempo che nessuno ti restituirà,» fa notare all’amica Joanna impelagata nella routine di sfruttamento degli stage «Il tempo è un fenomeno fisico, i soldi sono solo una costruzione sociale».

 

C’è un’intelligenza e un’arguzia sottesa nei dialoghi del libro che inevitabilmente rimanda alla lunga esperienza della Rooney nelle competizioni oratorie: le conversazioni sono estremamente vive e dinamiche, spesso incentrate su uno scontro – più o meno sotteso – di opinioni. La narrazione grazie a questi “duelli verbali” procede a un ritmo scorrevole: la Rooney è riuscita ad assimilare la conversazione online a un nuovo tipo di prosa; il linguaggio di Internet, il concetto di post Facebook e videochiamata Skype si inseriscono nella scrittura senza attriti, formando un rilevante sottotesto conversazionale.  

Persone normali è una narrazione stratificata che, pur nella sua brevità, riesce a dipanare numerose temi secondari sempre affrontati in modo icatico e competente: differenze sociali; problemi famigliari; bullismo; depressione; politica.

 

Sally Rooney non ha vergogna di nominare le cose con il loro nome e, nel descriverci l’amore giovane, ce ne rivela anche le imperfezioni: la passione, le parole non dette, la paura di abbandonarsi all’altro. Uno dei punti di svolta del romanzo è legato proprio a un’affermazione fraintesa, tanto per dimostrare il peso che nella narrativa – come nella vita – hanno i dialoghi tra le persone.

In duecento pagine densissime è racchiusa tutta la forza prorompente della giovinezza, l’illusione di avere il mondo in pugno e di poterlo cambiare, la pretesa rivoluzionaria insita nell’inconsapevolezza dei vent’anni, e lo scontro inevitabile con la dura realtà adulta, disincantata, votata al raziocinio. La fragilità della crescita e la rottura che questa evoluzione necessariamente comporta sono colte perfettamente nelle parole della Rooney che, nel dare voce ai cosiddetti Millennials, fornisce uno spaccato generazionale per certi versi destabilizzante. Un groviglio di aspettative, sogni, capacità, ansie ed incertezze: ecco i giovani di oggi, forse non poi così diversi da quelli di ieri. Con lo stesso desiderio folle di amare e il timore, inconscio, di non essere amati abbastanza: cuori in bilico che cercano costantemente un equilibrio nel caos primordiale dei sentimenti. 

 

Persone normali è il ritratto più compiuto della società del XXI secolo, ne riflette implicitamente la crisi di aspettative e valori, l’incertezza nei confronti del futuro. L’instabilità relazionale vissuta dai protagonisti rispecchia, di fondo, il precario equilibrio di una comunità umana ormai consacrata alla competizione e alla spietatezza. 

In un’intervista per l’Irish Indipendent Sally Rooney ha dichiarato: «C’è una parte di me che non sarà mai felice di sapere che sto solo scrivendo intrattenimento, realizzando oggetti estetici, decorativi, in un momento di crisi storica». Potremmo rassicurarla dicendo che non c’è nulla di “decorativo” nella sua narrativa; se ne avverte al contrario tutta l’urgenza, la veemenza, la spinta a dire – con stupefacente chiarezza ed espressività – quello a cui nessuno è ancora riuscito di dare un nome. 

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