Scarabocchi con Tullio Pericoli

Vi aspettiamo, oggi e domani, con Scarabocchi. Il mio primo festival, un progetto di Doppiozero, realizzato in collaborazione con Fondazione Circolo dei lettori e il sostegno di Comune di Novara.

Oggi e domani laboratori, incontri, lezioni. Vi aspettiamo!

 

Sul tavolo dello studio di Tullio Pericoli c’è un libro: Storie della mia matita. L’ha pubblicato le Edizioni Henry Beyle, un contenitore che contiene tantissimi disegni, scarabocchi, realizzati da quello che il pittore marchigiano definisce il suo “sesto dito”, la matita. Parliamo di scarabocchi perché al festival che si apre oggi a Novara, Pericoli terrà due laboratori: uno di disegno con i bambini e l’altro con adulti sul ductus, insieme a Giuseppe Di Napoli, artista e saggista.

 

MB: Cosa sono gli scarabocchi?

TP: In un libro di Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, c’è una frase detta dal custode d’una caverna con incisioni preistoriche: “Todos los adornos son escrituras”: “ogni immagine è un testo scritto”. Significa che le immagini raccontano, usando dei segni, dei gesti che compongono un alfabeto, e sono riconducibili a parole. Gli alfabeti nascono da gesti tracciati sui muri delle caverne, quindi dal gesto che voleva rappresentare un’immagine. Non sono un antropologo, ma penso che questa possa essere una spiegazione plausibile del rapporto tra pittura e scrittura. La prima linea è stata quella che ha definito il mondo. Se non ci fosse la linea noi non sapremmo bene com’è fatto un albero o una bottiglia. L’invenzione della linea ha prodotto tutta una serie di forme espressive e conoscitive che vanno dalla pittura alla scrittura, e anche alla simbologia.

 

© Tullio Pericoli

 

Secondo te cosa sono gli scarabocchi dei bambini o quelli degli adulti? Distingueresti i primi dai secondi?

Gli adulti scarabocchiano, i bambini disegnano. Noi leggiamo i segni dei bambini come scarabocchi, perché somigliano a certi disegni che facciamo da grandi in momenti di distrazione, quando siamo in una riunione, al telefono, quando lasciamo andare la mano su un foglio. I bambini quando tracciano dei segni penso vogliano rappresentare qualcosa, non scarabocchiare. Da dove viene la parola scarabocchio?

 

In italiano significa “parola mal scritta, al limite dell’illeggibile, quasi uno schizzo”; contiene sia la scrittura che il disegno. Viene da “scarabotto”, scarafaggio, secondo alcuni; altri sostengono che è la fusione di due parole francesi “escarbot”, scarabeo, e “escargot”, chiocciola, forse perché la macchia d’inchiostro dello scarabocchio è simile all’impronta lasciata da uno scarabeo o dalla chiocciola. Non c’è certezza.

La suddivisione tra il disegno del bambino e lo scarabocchio dell’adulto è fondamentale, c’è una differenza.

 

Quindi secondo te i bambini scrivono?

Anche. Ogni segno è riconducibile a una storia, a un discorso che vogliamo fare. Quindi anche i bambini vogliono parlare attraverso i loro segni, in un modo diverso dall’adulto, perché non c’è ancora quel passaggio dato dagli anni della conoscenza, dalla razionalità, in cui avviene una sorta di sosta, di pausa della fantasia libera. Da adulti c’è poi un ritorno a questa fantasia, ma è stata, diciamo così, razionalizzata.

 

I bambini oggi imparano a scrivere prima di andare a scuola, a 4-5 anni, anche se poi sono scritture scarabocchiate, perché a quell’età non c’è ancora la raffinatezza del gesto, il coordinamento di tutte le ossa che vanno dalla spalla alle dita; sono scritture sgorbiate. Intanto continuano a disegnare, spesso magnificamente. Poi verso gli 11-12 anni smettono di disegnare in modo meraviglioso, come se perdessero la magia del disegno. Per imparare a disegnare occorre poi studiare, fare molto esercizio.

Questo in verità è un tema da psicologi dell’infanzia. La prima cosa che ho notato dai miei figli e dai bambini con i quali ho avuto che fare disegnando insieme, è che il gesto del produrre una linea sul foglio di carta dà a loro un grande piacere. Vedere apparire un segno su un foglio dà felicità. Nella crescita di un bambino ci sono poi vari eventi, ad esempio l’emulazione, la vicinanza con gli altri, la scoperta della società e delle immagini trasmesse dalla società; lì accade il cambiamento. La fantasia è come frenata, trattenuta. Nasce una soggezione. Pensano di essere giudicati e smettono.

 

È accaduto così anche a te? Hai dovuto rimparare a disegnare?

Non ho mai smesso di disegnare. Ritrovando vecchi disegni delle elementari ho trovato dei fogli in cui cercavo di disegnare. Ho cominciato a disegnare le cose che vedevo, normalmente non succede. Forse è stata una mia mancanza. Disegnare è un talento come tanti, ma va educato, ci si deve esercitare.

 

Allora gli scarabocchi degli adulti?

Questi scarabocchi appartengono a dei momenti di liberazione, di qualcosa d’inespresso in noi, che coltiviamo segretamente. Credo che nascondano un desiderio di racconto. Ci liberiamo perché sappiamo che non verranno giudicati, che saranno gettati via. A proposito, ho una raccolta di scarabocchi; li ho ottenuti in cambio di miei ritratti: Eco, Moravia, Arbasino, Kundera, Bene, Bufalino e altri.

 

Questa conversazione è apparsa su la Repubblica, che ringraziamo.

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