Sergio Luzzatto. Vita e morte di Guido Rossa

Niente di niente – nessuna opera, nessuna persona, nessun progetto nella storia o nella vita – va preso semplicemente per quel che è. Per quel che dice, o si propone, di essere. 

Vale anche per i libri, quando effettivamente si tratta di lavori accurati e fecondi. Preziosi, dunque, per i punti fermi e l'esatta conoscenza che fissano. Per le luci inattese che irradiano. Per la complessità di sguardi a cui conducono. Per le ulteriori strade che indicano. Alle quali, talvolta, alludono. Più o meno consapevolmente. 

Perché tutto questo dovrebbe star dentro un libro irrinunciabile. Capace anche di andare oltre. Nel saggio di Sergio Luzzatto, Giù in mezzo agli uomini. Vita e morte di Guido Rossa (Einaudi, pp. 237, euro 16), tutto questo lo trova puntualmente chi non si accontenta di accompagnare, sulla linea del tempo, gli eventi che compongono la biografia di Guido Rossa. Luzzatto procede puntigliosamente, e con esplicito coinvolgimento, ripercorrendo il segmento che corre tra il nascere del protagonista della sua ricostruzione (a Cesio Maggiore, Belluno, 1° dicembre1934) e la sua morte, a 45 anni, (il 24 gennaio 1979, Genova, alle ore 6.30 del mattino, assassinato sulla sua 850 Fiat, da un commando delle BR, mentre sta avviandosi al suo lavoro, nel reparto di manutenzione strumenti di alta precisione all'Italsider di Cornigliano).

 

Chi si vuole accontentare di affrontare questo libro come fosse solo una biografia, coinvolgente e ben documentata, lo faccia. 

Ne guadagnerà uno sguardo più consapevole e limpido sui fatti passati. Sgombro da stereotipi, su una vita, quale quella di Guido Rossa che, come tutte quelle consegnate al Pantheon degli eroi e ai mesti memoriali delle vittime, ha rischiato più volte di essere monumentalizzata. E quindi deformata e rimossa. 

Perché sottratta a una veridica conoscenza e, dunque, a una proficua comprensione. Rischi che nel suo lavoro biografico Luzzatto deve aver avuto ben davanti, visto che li evita con accuratezza. 

Infatti – come sottolinea Miche Gotor, in una recente recensione – questo libro "ha il merito di superare l'estenuante logomachia tra vittime e carnefici che ha caratterizzato gli ultimi vent'anni del dibattito pubblico sul terrorismo italiano.... non delinea, quindi, l'ennesimo santino laico, essendo consapevole dei limiti di una prospettiva soltanto vittimaria, non meno fuorviante di quella esclusivamente memorialistica di parte brigatista che ha dominato a lungo la scena" (“la Repubblica”, 6 novembre 2021). 

 

Detto questo, non rimane che andare all'oltre che questo libro offre. 

Consentendo di scendere dunque un po' più in profondo, rispetto alla soglia che gli fa da premessa. Di inoltrarsi verso i bordi e di sporgersi sugli scenari e sugli orizzonti vasti e complessi dentro i quali questa vicenda è calata e racchiusa. 

Infine, pur senza disporre della maestria con la quale un Guido Rossa conquistava vette da capogiro, con quell'arte della scalata che lo aveva portato ad essere accademico del Cai, questo libro permette di inerpicarsi un po' più su. Verso quella morfologia dell’accadere, verso quel delinearsi di forme di un agire singolare e collettivo che, da questa vicenda, emergono. Componendo l'universo complesso di questa storia.

 

I "buchi neri" della storia

D'altra parte, non da oggi, Sergio Luzzatto si mette alla prova, con originalità e sicurezza, nell'esplorare, di quest'universo, le regioni più ostiche. 

Regioni dove si collocano particolari momenti, quale la stagione terroristica italiana che raggiunge nel biennio 1978-80 il suo apice. Anzi il suo "buco nero" – come scrive lo stesso Luzzatto raccogliendo in Sangue d'Italia. Interventi sulla storia del Novecento, manifestolibri 2008, contributi sparsi su varie testate. 

"Ci sono momenti nella storia delle nazioni – suggerisce Luzzatto – che assomigliano ai buchi neri nello spazio del cosmo: stagioni eccezionalmente dense, dove un massimo di attrazione gravitazionale sembra concentrare tutt'insieme il passato prossimo, il tempo presente, il futuro anteriore di una determinata società.

 

Sono momenti che lo storico identifica senza sforzo, ma non perciò gli riesce facile comprenderli.

Al contrario: come i buchi neri dello spazio, a causa della loro abnorme concentrazione di materia, finiscono spesso col rivelarsi elusivi per l'astronomo, così i buchi neri del tempo finiscono spesso col disorientare lo storico, che rischia di smarrirsi nel loro eccesso di significato" (Sangue d'Italia, cit., pag. 169).

Buchi neri dunque non perché bui. Impermeabili a qualsiasi ricognizione che vi porti luce. Buchi neri perché addensamenti composti da molteplici strati, da concentrati di dissonanti traiettorie, dalla somma di contradditorie sintesi.

 

In un altro contributo, recensendo il saggio di Guido Crainz, Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta (Donzelli, 2003), Luzzatto avrà modo di precisare come la stagione terroristica, quella che giornalisticamente è stata definita degli anni di piombo, rappresenti uno di questi buchi neri collocati dentro la nostra storia. 

Un buco nero sul quale la storiografia avrebbe molto da guadagnare sottraendo la ricostruzione di quegli anni "al tempo relativamente corto dell'esperienza terroristica vera e propria e restituendoli al contesto di un'epoca lunga: quella intercorsa tra la fine del "miracolo economico" e l'inizio del cosiddetto "riflusso". Così i crimini di una manciata di assassini politici vividamente si stagliano sullo sfondo degli errori di un'intera classe dirigente." (id, pag. 171).

Allargare i tempi delle ricostruzioni e ampliare i contesti attorno agli eventi che compongono il buco nero della stagione terroristica, suggerisce dunque Luzzatto.

 

Quando i destini si biforcano

 

Ed eccolo infatti all'opera. Con la biografia dedicata a Guido Rossa ripercorre un bel tratto di storia del Novecento italiano. Lo fa, ad esempio, ricostruendo le vicende della famiglia di Rossa sin dall'inizio del secolo. Segue i percorsi che portano i componenti di questa famiglia ad unirsi all'imponente flusso migratorio che dalle vallate del Bellunese, dove sono radicati, li dissemina per l'Europa. 

Persone, della "razza Piave" le definisce Luzzatto alludendo al loro territorio d'origine, immancabilmente collocate nei lavori più duri, nei compiti più pericolosi e malpagati. Anche quando, tornate in Italia, finiscono, come il padre di Guido Rossa, a scavare gallerie in Liguria. Nell'opera di raddoppiamento della linea ferroviaria tra Genova e La Spezia.

 

Ma, in questo ritratto di famiglia, la Genova approdo conclusivo della vita di Guido Rossa è ancora distante. Perché sarà Torino il luogo della sua infanzia e della sua giovinezza. Lì emigrerà la famiglia a metà degli anni Trenta. Lì vivrà, prima di sfollare in campagna, i giorni dei micidiali bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quindi sopravviene l'epoca tumultuosa della ricostruzione post-bellica. Alle dipendenze della Chiumino Siccardi & C., una delle tante piccole fabbriche torinesi, è tutta la famiglia. Papà e mamma gestiscono la portineria dello stabilimento e la sorveglianza. I figli, Guido e il fratello Giancarlo, compiuti gli studi dell'avviamento professionale, iniziano poco più che adolescenti il lavoro nella fabbrica che hanno davanti alle finestre di casa. 

 

A questo punto, per non rischiare di essere afferrati dalla frettolosa successione dei giorni che compongono una biografia, si dovrebbe cominciare a far pausa. A porre le domande che aiutano a capire. 

Perché, dentro una stessa famiglia, vite tanto vicine, da parere quasi simili, si biforcano? 

Perché Giancarlo, il fratello maggiore, diventa il dipendente perfetto della Chiumino & C.? L'operaio esemplare che con caparbia determinazione sale di scalino in scalino tutta la filiera gerarchica, sino a diventare, decenni più avanti, un manager della RIV? E perché Guido, invece, si ritaglia il ruolo di bastian contrario?

Grande intelligenza, la sua, e rigore sul lavoro, ma è tipo subito pronto a prender fuoco. A polemizzare coi capi. Anche a menar le mani con i suoi compagni di lavoro, se necessario. 

 

Questa è una delle prime morfologie, scolpite dal semplice stare al mondo, nelle quale si inciampa. Non si può mancare di sottolinearlo, non appena emerge dalle pagine di questo libro.

Assieme ad altre "forme" – di connotazione, di contraddizione, di metamorfosi – che finiscono col rivestire, dei loro abiti, la vita di Guido Rossa. 

Una delle più caratterizzanti, in questa fase collocata nei primi anni Cinquanta, è la scoperta dell'attrazione per la montagna. Per le arrampicate. 

La vita di città, e di fabbrica, contrapposta alle montagne. La sfida di andar su, appena c'è un giorno di libertà, a conoscerle. A conquistarle. 

Una forma di "fuga" – anche verso un altro modo di essere e di vivere – che è, al tempo stesso, occasione di nuovi incontri. Di fondamentali esperienze interiori. 

Le amicizie di un'intera vita, per Rossa, nascono proprio andando in montagna. Maturano nelle arrampicate. 

 

A cominciare da quella con Corradino Rabbi, poi con il notaio Bastretta. Incontro – quest'ultimo – tra due solitari, quanto mai diversi per collocazione professionale e status sociale, ma subito saldati da un'intesa duratura. Capace di farsi dialogo, scambio intellettuale, reciproca maturazione. La più ampia esposizione di sé stesso, e delle motivazioni al suo impegno politico, lasciata da Guido Rossa, è una lettera di TRENTA PAGINE scritta all'amico notaio.

La passione per la montagna porta Rossa non solo sulle principali vette alpine. Quando arriva il servizio di leva lo colloca inevitabilmente negli alpini della divisione Taurinense. Ma, subito, l'asticella delle sue sfide si alza ulteriormente. Sceglie di diventare alpino paracadutista (suo istruttore, a Guidonia, probabilmente è stato il maresciallo Leonardi, trucidato – un quarto di secolo dopo – nell'agguato di via Fani. Perché Leonardi, nel frattempo, è diventato la guardia del corpo di Aldo Moro).

 

Poi, dopo il paracadutismo, un’altra palestra di coraggio e di impegno. Rossa diventa istruttore del Soccorso Alpino. 

Quindi, dismessa la divisa, torna in fabbrica. Questa volta è alla Fiat, al reparto Presse. Conosce la realtà della grande concentrazione operaia nella Torino degli anni Sessanta. Inizia, passo dopo passo, quel cammino che lo porta, dopo che si è trasferito, sposandosi a Genova con Silvia, impiegata Sip, a lavorare all'Italsider. La fabbrica del suo impegno sindacale e della sua militanza nel PCI berlingueriano. 

Un impegno sindacale e politico mai scontato. Sempre esigente con sé stesso. Anche quando questo significa essere scostanti e scomodi. Spesso polemici e fuori dall'accogliente tepore di ogni conformismo. 

Ma, appunto, seguire la successione cronologia degli eventi che scandiscono questa vita, alla lunga può essere depistante. È un movimento obbligato ma ha bisogno di uno scarto. Altrimenti finisce col sottrarre qualcosa. Rischia di frapporsi a quanto di meno scontato, ma di rivelatore, è racchiuso nelle forme che via via questa vita assume. Negli snodi cruciali e significativi che la plasmano. E la rendono unica e irripetibile. 

Occorre, invece di scivolare via veloci lungo la linea del tempo, fermarsi. Sostare. Guardarsi attorno. Cogliere gli intrecci che emergono. 

 

 

Profonde solitudini e selettive amicizie

 

Elencare qui, per poi soffermarvisi, tutte le "forme" connotative che, dentro questa biografia, via via si intravedono, sarebbe quanto mai ambizioso. Si finirebbe altresì con l'essere sbrigativi. Pericolosamente soggettivi. 

Tuttavia, l'incontro con un'altra vita, con un'altra esperienza, seppur affrontata attraverso una ricostruzione storiografica, per mezzo delle pagine di un libro, a cosa serve? Perché farci i conti se non induce a misurarsi con serietà sui temi che il vivere, il vivere responsabilmente e consapevolmente, non il sopravvivere, pone, e ci pone, nel corso delle nostre esperienze? 

Così, quasi a sintetico elenco, alcune di queste forme connotative della vita di Guido Rossa vanno annotate.

Quella della solitudine, tanto per cominciare. 

 

Leggendo Giù in mezzo agli uomini certamente si pone il tema della solitudine che, in contraddizione con quanto comunemente viene creduto, è il prezzo che si paga sempre ad ogni vero impegno politico e civile. Almeno quando è maturo e consapevole, e non di facciata. 

La solitudine di Rossa è un tratto perdurante in ogni stagione della sua vita. Nella sua fase finale, da quando è diventato il fiduciario dell'apparato informativo del PCI in fabbrica, prima in funzione anti-golpista e poi quale antenna del diramarsi brigatista all'Italsider, questa solitudine deve essere stata pesantissima. E tremendamente scorante lo è diventata ancora di più, dopo la sua denuncia, e la deposizione in Tribunale, con cui identifica il postino delle BR dentro lo stabilimento. 

A questa solitudine fanno da contraltare le selettive amicizie. La vicinanza a poche e mature esistenze di uomini "persuasi di sé", direbbe Fenoglio, che costituiscono la sua piccola patria portatile. 

Quella che lo sostiene nelle prove affettive più difficili (la perdita del figlioletto Fabio, vittima di un incidente domestico). Quella con la quale condivide le dure lezioni della montagna (gli amici che gli muoiono sotto gli occhi, il continuo temprare le sue infinite risorse di coraggio in situazioni di rischio estremo). 

 

Un coraggio, quello di Rossa, al limite della sfida esibita, quasi provocatoria. 

Tale da giustificare l'ipotesi di Luzzatto sui momenti finali di Rossa, gambizzato, nella sua 850 Fiat, dal brigatista rosso Vincenzo Guagliardo. Ma, pochi istanti dopo, "raggiunto al cuore e al fegato da due proiettili esplosi dall'arma non silenziata di Riccardo Dura". Il capocolonna genovese delle Br, mentre il manipolo dei killer si sta allontanando, è tornato sui suoi passi per l'esecuzione. È plausibile insomma, – scrive Luzzatto – che Rossa abbia avuto una reazione diversa da quella normale e naturale delle vittime di attentati terroristici... potrebbe aver avuto il fegato di non piegarsi neppure davanti ad armi spiegate". Questo spiegherebbe quel comunicato di rivendicazione dell'azione, diramato poche ore dopo dalle BR, nel quale – per la prima volta – si ammette che quanto è avvenuto è andato oltre il piano originario: "Era intenzione del nucleo di limitarsi ad invalidare la spia ma l'ottusa reazione opposta ha reso inutile ogni mediazione e pertanto è stato giustiziato" (Giù in mezzo agli uomini, cit., pag. 175). 

 

Solitudine. Amicizia, articolata in selettivi ma fortissimi vincoli. Coraggio. E, infine, un'intelligenza affamata di mondo. Assetata nell'apprendere. Nel dare ordine alla realtà circostante non solo operandovi col proprio lavoro. Conoscendola e posandovi sopra i piedi (salendovi, passo dopo passo, sino alle cime più ardite) ma, anche, mettendovi sopra gli occhi. 

Rossa lo fa, per esempio, nel suo viaggio con la spedizione torinese sulle vette dell'Himalaya quando scatta centinaia di foto. Non sono più solo immagini di paesaggi e di montagne ma colgono volti. È l'umanità scartata che vede nelle metropoli indiane. Altrettanto comincia a fare quando, trasferitosi a Genova, dà inizio – sempre attraverso la fotografia – a una sorta di narrazione territoriale sulla comunità circostante. Su quella Genova in cui – a differenza della Torino che gli allarga il cuore, non appena vi rimette piede, e scorge, in fondo ai lunghi rettilinei, i profili delle sue montagne – si è sempre sentito, "foresto". "Foresto" in quel modo che a Genova capita a tutti di sperimentare, quando, pur lavorandovi e abitandovi per anni, ci si continua a sentire invisibili, quasi trasparenti, agli occhi di chi vi è nato. 

 

Dei maestri che non sappiamo di cercare

 

Solitudine. Amicizia. Coraggio. E, sempre in Rossa, quell'intelligenza affamata di conoscenza che è anche ricerca di qualcuno che sia di guida e di esempio. Di un maestro che sia tale anche quando la specie dei maestri sembra estinguersi. O indossa i panni dei cattivi maestri. 

Proprio qui, penso, la biografia di Guido Rossa presenta l'aspetto che potrebbe essere il più rivelatore e cruciale. 

Perché va al di là dei "buchi neri" della storia e riguarda ogni stagione del nostro vivere in mezzo agli altri.

Interpella proprio sul tema dei maestri che si cercano e che, talvolta, non si trovano. O non si riconoscono perché, come ha suggerito Hölderlin, "il punto è che non sappiamo ciò che stiamo cercando". 

A portarci in questa direzione è un bellissimo scritto di Massimo Mila, antifascista condannato dal Tribunale Speciale del Regime a sette anni di galera (compagno di carcere di Vittorio Foa) e poi partigiano, intellettuale di primo rango nella Torino einaudiana e musicologo. Nonché accademico del CAI. 

 

Lo scritto, intitolato "Ricordo di Guido Rossa", lo si trova nei suoi Scritti di montagna (Einaudi, 1992), e riporta il discorso di Mila in occasione dell'inaugurazione a Torino, il 18 gennaio 1982, tre anni dopo l'assassinio di Rossa, della palestra di arrampicata al coperto. Mila ha conosciuto fuggevolmente Rossa alle riunioni dell'Accademia del CAI ma, da soli a soli, si incontrano una sola volta. 

Appartengono a due generazioni diverse. Ad ambienti ed esperienze quanto mai lontane. Eppure, seppure a modo loro, si riconoscono. Dice Mila: "Io scendevo e lui saliva in Valle Gesso e come succede sempre ai solitari della montagna, appena vedono qualcuno sono felici di trovare compagnia; abbiamo fatto una lunghissima chiacchierata e lì ho scoperto per esempio uno dei pregi di Guido Rossa: che non aveva nessuna vocazione a fare il padreterno. Non ci potevamo quasi conoscere in montagna perché lui volava alto come l'aquila e invece io strisciavo come un verme, ma si interessò molto gentilmente delle salite che facevo ed ebbe la bontà di trovarle interessanti, importanti, e ne fui veramente conquistato. Però poi questa relazione, questa amicizia possibile non ebbe occasione di continuare..." (Scritti di montagna, pp.396-397). 

 

Rammarico. Chissà perché questo possibile incontro, tra chi cerca un maestro e chi maestro potrebbe essere, non è andato in porto. Se è andata così per casualità o perché, ormai fuori tempo. Del resto, come ha spiegato altrove qualcuno, "nella vita prima o poi si apprende che non si cercherebbe se non si avesse già trovato" (Luigi Magnani, L'idea della Chartreuse, Einaudi, 1980). 

Ecco, forse Rossa ha già trovato. A modo suo cerca di far fronte a quel compito di confrontarsi con gli altri, di guidarli, anche. In un modo, che non a caso, proprio nel suo scritto, Massimo Mila mette in evidenza. Basandosi sulla testimonianza di un compagno di lavoro di Rossa, nel reparto riparazione strumenti di alta precisione all'Italsider: "Ricorda questo suo collega di lavoro che nel suo studio dove riparava questi apparecchietti minuscoli c'era una finestrella al di là della quale venivano i suoi colleghi, compagni e operai, a chiedergli consigli, consigli di lavoro certamente, consigli sindacali, ma anche consigli di tutt'altro genere, consigli privati, consigli per la loro vita". 

Conclude Massimo Mila: "Guido Rossa aveva proprio la vocazione di consigliere, dell'amico degli uomini: mi pare di vederlo da questa finestrella dare un'udienza agli amici e compagni". 

 

C'è chi crede, chi non ce la fa, chi ammazza...

 

Cercare maestri. Trovarli o magari no. Essere forse incapaci di riconoscerli. E quando non li trova si va per tentativi. Soprattutto quando si è giovani, quando si hanno vent'anni e in famiglia, o attorno, non c'è qualcuno a cui fare riferimento. Ad esempio, una finestrella alla quale sporgersi e un operaio, capace di riparare strumenti di precisione, che ha la pazienza di ascoltare.

Fabio, il figlio di pochi anni che Guido Rossa perde in un incidente domestico, avrebbe avuto – anno più, anno meno – la stessa età di Riccardo Dura, il suo assassino. 

Dura è arrivato a Genova da Roccalumera, Messina, con una famiglia che presto si disintegra. Dura è un ragazzo intelligente ma dal carattere fragile e difficile. Problematico e violento.

Ha difficoltà negli studi. Finisce in psichiatria e poi sulla "Garaventa", la nave-scuola che nel porto di Genova, per quasi un secolo, sino agli anni Ottanta ospita a bordo, il termine giusto sarebbe imprigiona, i ragazzi senza famiglia o problematici della città. Sottoposti a disciplina pressoché carceraria. 

Più tardi, quando sta svolgendo il servizio militare in marina, e prima del tragico epilogo della sua vita (con l'adesione alle Brigate Rosse, nelle quali confluisce dopo una militanza in Lotta Continua), Riccardo Dura scrive lunghe lettere a sua madre. 

 

"Vedi mamma, ... Non devi pensare che questa sia vigliaccheria, che sia per fuggire dalle proprie responsabilità gettandole addosso ad altri, perché è impossibile affrontare tutto a viso aperto, accollarsi tutto sulle spalle, comportarsi da veri uomini.

... A vent’anni faccio la vita di un vecchio. Mentre riesco ad ammettere lo sbaglio e riesco a capire che questa vita è un fallimento non riesco invece a rifarmi un’esistenza ed ho paura che in futuro la mia vita sarà un inferno

La vita è dura e amara e ci rende come bestie e ognuno deve reagire in qualche modo per non diventare matto e c’è chi si ubriaca, come faceva mio padre – chissà forse anche lui aveva di questi problemi e cercava di affogarli nel vino – c’è chi si droga, chi si dà alla pazza gioia, chi crede in Dio e si attacca alla religione, poi c’è anche chi è debole e non ce la fa e allora ruba, ammazza..." (Giovanni Bianconi, Il brigatista e l'operaio. L'omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e di colpevoli, Einaudi, 2011).

Qualche anno dopo questa lettera Riccardo Dura, alle sei e mezzo del mattino di quel mercoledì 24 gennaio, uccide Guido Rossa. Sergio Luzzatto, nelle pagine finali del libro, spiega che il brigatista "è tutt'altro che al suo battesimo del fuoco.

 

Clandestino da diversi anni, aveva partecipato per le Br a numerose azioni militari. Soprattutto, aveva già superato il tabù. Aveva ucciso, almeno una volta. Sette mesi prima nella Genova 21 giugno 1978, era stato lui ad infliggere il colpo di grazia al commissario di polizia Antonio Esposito. Altrettanto sicuramente, la fama di Dura all'interno dell'organizzazione era quella di dirigente risoluto e sanguinario. Non per caso, se nelle Br il suo nome di battaglia era "Roberto", il suo soprannome era "Pol Pot"...". 

Viene ucciso, nel marzo del 1980, assieme ad altri tre suoi compagni, nell'irruzione dei carabinieri al covo brigatista di via Fracchia. 

Spiega Luzzatto che in quell'occasione il generale Dalla Chiesa, "responsabile dell'antiterrorismo, avrebbe permesso (o non avrebbe impedito) che proprio a Genova venisse compiuta un'irruzione che non facesse prigionieri. 

Per segnalare alla dirigenza nazionale delle Brigate rosse – e all'insieme delle sigle armate di sinistra, e all'opinione pubblica dell'Italia intera – che la lotta dello Stato contro il terrorismo, ormai comprendeva soltanto due strumenti: la carota della cosiddetta "legislazione premiale", per avviare un massimo di terroristi sulla via del pentitismo, e il bastone della repressione manu militari" (Giù in mezzo agli uomini, cit., pag. 194.). 

 

Ma, su questa pagina di storia che ha in Genova il suo tragico palcoscenico, c'è ancora molto da lavorare. Non è un caso che Luzzatto, a quel che mi dicono alcuni amici genovesi (dopotutto, in quella città, e proprio in quei primi anni Ottanta, ho lavorato nella redazione del quotidiano "il Lavoro") abbia già avviato il cantiere del suo prossimo libro. Dedicato, appunto, a ricostruire le vicende della colonna brigatista genovese. Non sarà un lavoro facile ma porterà alla luce un altro libro significativo. Ci possiamo scommettere.

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