Storie d’amore in città

La mia proposta è semplice: dimostrare che i limiti tanto geografici quanto simbolici di Città del Messico – l’estremamente alto e l’estremamente basso – costituiscano una location ideale per ambientarvi infinite storia d’amore… poesie, romanzi, film o vita corrente che sia.

Per farlo vorrei agire meccanicamente, come se si trattasse di un gioco da tavolo dalle regole universalmente conosciute e accettate; o un sillogismo dalla semplicità disarmante. L’idea consisterebbe appunto nello strutturare suddetta ipotesi come un percorso a tappe: facili, percorribili, ripetibili… un vero e proprio esperimento riproducibile a piacimento o sotto richiesta specifica.

 

Come accade con situazioni che aspirano a un alto grado di semplicità, anche qui bisogna iniziare dal principio, dall’immaginare due spazi che occupino punti diametralmente opposti della città. Nulla di particolarmente recondito o di troppo originale. Quanto meno non per una capitale come Città del Messico. Anche perché qualsivoglia originalità contraddirebbe immediatamente la già menzionata regola prima: semplicità a tutti i costi.

Quello che invece può essere considerato inusuale è l’idea stessa di accostarli, questi due spazi. Il figurarseli come contigui, anche se solo concettualmente. Il pensarli potenziali copie ottenute da una stessa ipotetica matrice. E così il primo passo, come spesso accade, finisce con l’essere anche il più difficile da compiersi. E non certo per la sua complessità, quanto piuttosto per il suo essere un gesto assolutamente gratuito, senza precedenti.

 

Il secondo passo prevede l’immaginare entrambi gli spazi come dei limiti simbolici, due margini che, curiosamente, non si riferiscono all’estensione in larghezza della megalopoli, bensì piuttosto a quella in altezza. Insomma due confini accomunati dalla strana caratteristica di non poter essere oltrepassati. Da lì in avanti, il vuoto completo. Il vuoto o il troppo pieno. Ancora meglio: da quel punto non esiste più un vero e proprio avanti. Solo cielo. O solo terra.

 

Infine l’ultimo passo sta nel ricercare un filo conduttore che li accomuni, questi due luoghi: l’estremamente alto e l’estremamente basso di Città del Messico. Un fil rouge che vada oltre il semplice dato di fatto che si tratti di posti non veramente vissuti, convenzionalmente occupati per pochi istanti. Aree di puro transito, di funzionale passaggio. Insomma rintracciare un punto comune che ne sottolinei quella natura dualistica che è la loro commistione di privato e pubblico, di nascosto ed esposto, di personale e universale. Il tutto sempre e comunque ancorandoli a quella materia prima di cui è fatta la città: la gente.

 

Alcuni esempi. Ipotizziamo che il primo di questi due spazi sia il balcone panoramico situato al 44° piano della Torre Latinoamericana, nel cuore di Città del Messico, a due passi dalla cattedrale. E ipotizziamo che il secondo sia piuttosto un percorso, un susseguirsi di punti che, una volta uniti, creano una figura, un tracciato. Più precisamente mi riferisco ai 225 chilometri di rotaie sotterranee che servono l'area metropolitana di Città del Messico. O se non l'intero percorso, consideriamo almeno le 195 stazioni che lo punteggiano... con le loro piattaforme, i loro corridoi e scalinate, i loro angoli reconditi e zone morte.

E così abbiamo un primo spazio – il balcone panoramico – intrinsecamente definito dal fatto stesso di essere sospeso lassù, a qualche centinaio di metri dai marciapiedi affollati… a mezz’aria, per così dire… come aggrappato a uno scheletro di metallo dondolante nel cielo della capitale. E abbiamo un secondo spazio – la metropolitana – che per ineluttabili caratteristiche topografiche non può che essere l’esatto opposto del primo: sotterraneo, oscuro, circondato ad ogni lato dal pieno… sepolto dalla città stessa che, simbolicamente, si porta sulle spalle.

 

Il fatto è che, nonostante si sia stabilita la natura del sillogismo e si siano assegnati esempi concreti alle sue proposizioni, intravederne una conclusione concreta non è impresa scontata.

È qui che mi permetto d’introdurre un elemento nuovo, un terzo punto da aggiungersi ai due già discussi, ai due spazi opposti… l’estremamente alto e l’estremamente basso. Vero, si tratta di un piccolo escamotage; ma solo per sbloccare una situazione altrimenti irrisolvibile. Insomma immaginatelo come un enzima, questo terzo elemento… come un ultimo principio che funge da catalizzatore permettendo la sintesi del resto. Perché sin dalla mia prima visita al 44° piano della Torre Latinoamericana, nonché dalle mie scorribande tra le piattaforme e i tortuosi corridoi delle linee metropolitane di Città del Messico, ho da subito percepito la presenza di un misterioso legame tra il sopraelevato e il sotterraneo. Eppure solo nel momento in cui, quasi per caso, durante una cena tra amici, mi è stata mostrata una fotografia di quello stesso terrazzo panoramico, solo allora tutti questi indizi sparsi si sono concretizzati in una ipotesi logica. E a proposito di quella foto... era stata scattata per scherzo, senza pretesa alcuna. Un guizzo d’umorismo da parte dell’altrimenti serissimo ex-fidanzato di mia cognata.

 

 

L’immagine si spiega da sé: eccolo lì, l’ex-fidanzato… è al centro della inquadratura, sorridente, occhi chiusi, circondato da tre coppie tutte occupate a baciarsi appassionatamente contro la recinzione metallica che ingabbia il balcone panoramico della Torre. 

L’immagine è a media risoluzione, scattata con un i-Phone 3. Il telefono fa il giro del tavolo scatenando l’ilarità generale. Anche io rido. È una fotografia divertente. Ma è anche una fotografia strana: ritrae una situazione allo stesso tempo familiare e assurda. Rido ma d’improvviso qualcosa in me scatta. Come se finalmente fossi in grado di decodificare un alfabeto sconosciuto, dopo aver visto quella foto, i miei viaggi su e giù per la città hanno preso un senso diverso, nuovo. Perché tutto ad un tratto non sono più in grado di attraversare uno dei corridoi scarsamente illuminati che collegano una stazione della metropolitana ad un’altra senza accorgermene, senza notarli: adolescenti dai capelli multicolore, coppie di mezza età con le borse della spesa, studenti in uniformi stropicciate, genitori coi figli al seguito, impiegati in pausa pranzo, joggers al ritorno dall’allenamento… ecco l’esercito degli amanti pubblici… coi loro baci appassionati, bagnati, schioccanti… con i loro abbracci infusi di lussuria, con mani avide che scompaiono e riappaiono furtive. Una vera e propria giungla di gambe che si intrecciano, di pelvi sovrapposte, di movimenti lenti e carezze provocanti, di tessuti che si tirano e si espandono. Ce n’è per ogni età. Tutte coppie che, prive di un luogo appartato dove trovare un po' di sacrosanta intimità, decidono di rifugiarsi nei cavernosi anfratti di una stazione della metropolitana per condividere un momento insieme. Esattamene lo stesso identico insito immortalato così bene nella fotografia scattata all’ex-fidanzato di mia cognata. Ecco il mio fil rouge. Due luoghi diametralmente opposti che in realtà non sono altro se non un unico lato di un oggetto allo specchio: il sotterraneo e l’aperto, l'elevato.

 

Perché in entrambe le situazioni, sia che ci si trovi nei piani altissimi d’un grattacielo o nelle viscere di Città del Messico, gli innamorati rivendicano queste estremità della città come un loro spazio personale, trasformando il luogo pubblico in una versione tutta propria del privato.

Sembra controintuitivo ma funziona: se il terrificante sviluppo della megalopoli in ogni direzione – nord, sud, est, ovest – produce una situazione di generale straniamento, la gente non può che inventarsi una nuova geografia intima basata sull’estremamente alto e l’estremamente basso. Una geografia sottosopra dove alto e basso sostituiscono destra e sinistra e dove il nascosto, il privato diventa il palesemente pubblico.

E così la mia ipotesi non è più fantascienza: l’estremamente alto e l’estremamente basso di Città del Messico come una location per infinite storie d’amore. Perché è il display più sfacciato dell'intimo ad essere l'elemento di unione tra i due poli opposti che definiscono la nuova vita nella megalopoli… tra il buio e la luce del sole, il coperto e l’aperto. È questa tensione cercata e sbandierata che ne scandisce il nuovo ritmo altrimenti orribilmente impersonale. Un appetito reso tenero e sfrontato nel suo tramutarsi in spettacolo pubblico.

Una città regolata da cima a fondo dalla promessa di qualcos'altro a venire, qualcosa di più. Un climax finale… una soddisfazione di un desiderio cocente, forse… si spera.

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