Tano D’Amico: compagna fotografia

Nelle pagine iniziali del suo libro Fotografia e destino (Mimesis, 2020), Tano D’Amico pone la domanda: “mentre viene fatta, l’immagine può fondersi con la realtà e cambiarne il percorso? Anche per poco, intendo, anche solo negli attimi in cui l’immagine trova la sua forma, negli attimi in cui occhio e obiettivo sono puntati sulla realtà. Può l’immagine mischiarsi con la vita? (…) L’immagine può amare così tanto la vita da cambiarne il destino?”. È molto difficile rispondere. Si può dire che il momento in cui si decide di scattare una foto, a un determinato soggetto e in un determinato modo, si è già deciso da che parte stare. E su questo, né Tano D’Amico, né le sue immagini scendono a compromessi, è fotografia di parte, è partigiana. Chi la osserva comprende che il fotografo è dentro l’istante, legato al destino di coloro che stanno per entrare nell’immagine. In questo modo la foto si anima e ci anima, perché l’immagine, per Tano D’Amico, vuol dire relazione.  Si capisce che nei cortei il fotografo è davanti agli striscioni, faccia a faccia con i manifestanti, che non esprimono generiche opinioni, ma sono i suoi compagni, quelli che stanno dalla sua parte, e si capisce che lui è sempre dalla loro.  

 

Tano D’Amico, Abbordaggio in corsa, Torino 1970.


Un’immagine, l’ha chiamata Abbordaggio in corsa, rivela il senso profondo di questa relazione.  Un ragazzo, che regge una bandiera, rivolge la parola a una ragazza che sta correndo accanto a lui in corteo. Il suo viso esprime gioia ed entusiasmo, emana l’energia collettiva di chi pensa che, con le parole di Buenaventura Durruti, “Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante”. Niente sole dell’avvenire, ma un qui e ora, come lo sguardo d’amore del ragazzo con la bandiera verso la compagna che gli corre accanto. È lo stesso sguardo amoroso di Tano D’Amico, e non è un caso che questa foto l’abbia usata come copertina del suo Volevamo solo cambiare il mondo (Intra Moenia, 2008). La bellezza non è un fatto estetico, non sta nella capacità tecnica del fotografo di percepirla nell’oggetto, ma è adesione, coinvolgimento, totale immersione.   

 

Nelle sue immagini tutto è avvolto dalla bellezza: i manifestanti che sorridono mentre corrono durante un corteo a Milano, gli operai preoccupati ai cancelli di Mirafiori, la “madre in lotta” che ricorda la migrante di Dorothea Lange. Attraverso la fotografia sembra avvenire uno spostamento da ciò che è puramente ottico a qualcosa che tende verso l’aptico, non tanto nel senso di tattile, ma, seguendo l’etimo, la capacità di venire a contatto con qualcuno o qualcosa. Far parte di quegli istanti va oltre la semplice percezione o la presa d’atto del mondo esterno. C’è qualcosa di sensuale che attraversa il fotogramma, si entra in contatto con la pelle delle cose. Forse l’atto di fotografare corrisponde ad una straordinaria capacità di assimilazione, a un potente coinvolgimento emotivo, per cui ciò che è fuori si sposta dentro, l’esteriore diventa interiore. Osservando le foto, e leggendo i testi che compongono Fotografia e destino, chi guarda si sente partecipe di quell’esperienza.  

Anche il tempo è avvolto dalla bellezza. Passato, presente e futuro si fondono in un unico istante: quello del movimento e del divenire. La morte, che si annida in ogni fotografia, viene completamente bandita, perché Tano D’Amico non sta semplicemente fotografando un evento che accade nel presente, ma sta fotografando il futuro. L’immagine è immaginazione, e ciò che si vede nel fotogramma è la forma di un mondo nuovo e diverso, fatto dai desideri delle persone che lo abitano, così potente da diventare paradigmatico. È un tempo gioioso. “Il Settantasette come la Comune di Parigi del secolo prima erano tutto un pullulare di feste, concerti, spettacoli, improvvisati di altissima qualità. (…) Nelle fotografie che ho scattato quell’anno ritrovo la gioia delle feste: qualcosa di palese sui volti delle persone come l’idea di base che c’è spazio per tutti”, dice Tano D’Amico a Nanni Balestrini, in una conversazione apparsa nel volume intitolato Ci abbiamo provato. Parole e immagini del Settantasette (Bompiani, 2017). 

 

Tano D’Amico, Durante i 35 giorni della Fiat, Torino 1980.


Tano D’Amico, Comunione ai cancelli della Fiat.


A questo tempo gioioso corrisponde uno spazio che è soprattutto fatto di condivisione. Gli invisibili diventano finalmente visibili, e sono i veri protagonisti. Si sta insieme per le strade, fuori dalle fabbriche, ci si abbraccia: gli studenti manifestano con gli operai, con le donne, con i ragazzi di leva in divisa. In una foto due operai stanno vicini e sorridono. Si sostengono a vicenda. I loro volti comunicano che la solidarietà è anche amicizia; oppure, fuori dai cancelli della fabbrica, seduti sopra un alto muro, si dividono il pranzo. Così ricorda il fotografo: “gli operai dell’Alfa Romeo mangiavano tutti insieme fuori dalla fabbrica. Il cinema, il teatro, la fotografia, la pittura li ritraevano. La più bella pausa pranzo della storia dell’immagine è stata girata lì, fuori dalla fabbrica, e vive ancora con la storia di Rocco e dei suoi fratelli”.  Essere compagni non è la fredda e razionale condivisione ideologica, ma il caldo ed empatico atto di mangiare assieme lo stesso pane, “cum panis”. Questo atto, Tano D’Amico lo chiama comunione, parola che è alla radice di comunista, ma che richiama, volutamente, una semantica religiosa, un alone di sacro, qualcosa di più profondo che lega gli umili e gli sconfitti. 

 

Tano D’Amico, Lotta per la casa.


Anche l’ultimo volume di Tano D’Amico, Misericordia e tradimento, di prossima uscita (Mimesis, 2021), ripropone nel titolo parole che sembrano appartenere ad un vocabolario religioso. In realtà si tratta di una lucida riappropriazione. Misericordia vuol dire avere pietà con il cuore, senza il quale non si ha bellezza. La bellezza coincide con la misericordia. E la misericordia delle immagini è una presa di posizione; è decidere di fotografare una donna che punta il dito contro un gruppo di poliziotti, per il diritto alla casa, è il volto di chi è debole e non può che opporre la sua debolezza contro il potere. Il potere, qualunque potere, è per sua natura estraneo a questo modo di rappresentare il mondo. Al potere è negata la bellezza perché non può avere la misericordia. “Ogni forma di potere pretende che la fotografia sviluppi, celebri, ingigantisca i ruoli sociali e rimpicciolisca le persone, fino a far scomparire quello che le accomuna”, scrive Tano D’Amico.  

 

Tano D’Amico, Operai, Porto Torres, 1972.


Tano D’Amico, Pausa pranzo con qualcosa di sacro.


Per questo la fotografia è un potente mezzo di difesa. I cieli senza nuvole, neutri, lattiginosi, che si vedono nelle sue immagini sono i cieli del possibile, lo spazio bianco dove si può inscrivere la forza di quella misericordia che è insita nello sguardo del fotografo. Dove anche il tempo sembra arrestarsi e ricorda quello immutabile dei miti, come si vede nella foto sulla copertina di Fotografia e destino, intitolata, Operai, Porto Torres in cui piccoli gruppi di uomini attendono un ingaggio, o quella dove si vede un lungo tavolo all’aperto con molte persone che stanno mangiando e conversando, il cui titolo Pausa pranzo con qualcosa di sacro dà un tono mistico, all’immagine. Le figure che si stagliano su questo sfondo bianco, hanno lo stesso potere dei bassorilievi scolpiti sul marmo. Ma non ricordano scene di guerra e nemmeno i nomi di antichi sovrani. Tano d’Amico celebra tutto ciò che di solito resta fuori dalla vista, ma dentro la storia.  La sua misericordia è mostrare il raccoglitore di pomodori, il migrante edile nel 1973 a Zurigo, Leonardo (Daddo) Fortuna che soccorre Paolo Tommasini ferito in Piazza Indipendenza a Roma il 2 febbraio del 1977, Carlo Giuliani che si intravede tra le gambe dei carabinieri. E ancora il volto del pastorello lucano, dei bambini a Palermo, o quello di una ragazza, che prepara la spesa per chi non la può fare, con la mascherina che le copre il volto, e uno sguardo gioioso che va dritto verso l’obiettivo del fotografo. 

 

Tano D’Amico, Paolo e Daddo in piazza Indipendenza, Roma 1977.


Tano D’Amico, Carlo.


Senza misericordia c’è il tradimento.  Non quello, per antonomasia, dei trenta denari, ma quello diffuso, spicciolo, quotidiano, di posare lo sguardo altrove, dei rosari esibiti, degli “aiutiamoli a casa loro”, del “tengo famiglia” e “adesso non posso proprio”. Il tradimento Tano d’Amico lo ha visto nei delatori, nei pentiti, ma molto di più lo ha visto e lo vede nelle fulgide carriere di chi fu compagno e adesso siede nelle redazioni dei giornali, nei consigli di amministrazione, nei centri di potere, dove, ricordiamo, non ci può essere bellezza perché non c’è misericordia. 

 

Tano D’Amico, Pastorello lucano, 1978.

 

Tano D’Amico, Prepara la spesa per chi non la può fare, 2021.


Come si può, dunque, tradire questo modo di guardare? Come è possibile, si chiede più volte il fotografo, nei suoi libri, abdicare al proprio ruolo di testimoni? 

“Quando si soffoca la misericordia dentro di sé si perde la possibilità di un’indipendenza, un’autonomia culturale. Si diventa gregari del modo di vedere che domina. Intellettuali di movimenti che si fanno guardiani della realtà provocata dai più forti. Avranno carriere e denaro. Denaro e carriere saranno proporzionali all’aiuto che essi daranno alla dispersione dei movimenti”, scrive il fotografo.

Attraverso le sue immagini e le sue parole si può capire sino in fondo la passione per un mondo di invisibili e per un momento in cui era sembrato finalmente possibile un altro modo di considerare la vita, contro le gerarchie e i ruoli stabiliti. Per questo le sue fotografie conservano intatte i desideri e le speranze di grandi masse, ormai ridotte a sparute e intimorite minoranze. Sono lì, a testimoniare verità e bellezza. 

 

 

Sono immagini che si pongono nell’interstizio emotivo fra le fotografie di Eugene Smith, la sua ostinata e lirica ricerca della bellezza e della giustizia, e quelle di Richard Avedon, tra l’impegno del Medico di campagna, ed i ritratti di una invisibile classe operaia di In the American West. Diceva Smith: “Ogni volta che premo l’otturatore è un urlo di condanna, scagliato con la speranza che queste immagini possano sopravvivere negli anni, con la speranza che possano risuonare nel futuro come un’eco nella mente degli uomini, ed essere per loro avvertimento, memoria e conoscenza”. 

 

Anche nelle parole di Tano D’Amico non c’è nulla di edificante, nulla di indulgente, anzi, il suo punto di vista è implacabile. Se le sue fotografie sono vicine al linguaggio della poesia, nel senso di poiesis, cioè un “creare”, un dare vita a immagini nuove per un mondo nuovo, che al momento dello scatto è anche il “fare” di chi partecipa, Fotografia e destino, come Misericordia e tradimento, ricordano la via impervia dei romanzi di formazione. Fanno il punto su un particolare momento colmo di utopie, ma anche di disillusioni. E soprattutto riescono a spingersi oltre le loro stesse parole. Sarebbero da leggere, e guardare, solo per questo. 

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