raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Una comunità di solitudini

Papa Francesco cammina con una piccola scorta tra le vie deserte del centro di Roma. Non è una scena di un film di Buñuel, né un’installazione di Cattelan. Piuttosto evoca la cifra più profonda del suo pontificato: rinunciare all’idea di una sovranità astratta, restare accanto a chi trema, a chi ha paura. Sotto i colpi del Covid-19 è la città che trema, che ha paura, che è caduta nello sconforto. Francesco si mostra come l’Altro che risponde alla chiamata del suo popolo. È la prima parola, la parola più eminente di ogni pratica di cura: “eccomi!”. È la postura materna di tutti coloro che oggi si prendono cura dei nostri malati. Eccomi! “Non vi lascio cadere, non mi allontano, resto con voi. Qualcosa di spaventoso sta accadendo; una strana guerra, ma io sono in mezzo a voi”. Non si tratta di negare, di rimuovere, di minimizzare la gravità estrema di questo tempo, ma nemmeno di restare paralizzati, privati di speranza. Il corpo del papa appare come un punto bianco nel buio.

 

Il contrasto tra questa scena e quelle recenti del saccheggio dei supermercati e della fuga dalle zone rosse è eloquente. Il prendersi cura lascia in questi casi il posto alla regressione panicata. Saccheggio dei supermercati: disperazione per la propria sopravvivenza, irruzione della paura atavica della fame. Regressione al tempo infame della guerra, delle carestie, delle morti per fame. Assalto ai treni: fuga da cosa? Da un pericolo incombente certo. Ma dov’è? Quale è il suo volto? Quale la sua casa? Come è possibile fuggire da un nemico che si insinua dappertutto? Trasfigurazione traumatica della paura in angoscia, del timore in tremore. Si dice che la nostra sia una guerra. Ma la guerra si istituisce sull’identificazione di un nemico, sulla distinzione simbolicamente netta che separa l’amico dal nemico. Ogni guerra implica sempre un trattamento paranoico dello smarrimento: un popolo si riunisce identificando in un altro popolo il suo avversario mortale. Nella guerra convenzionale il nemico è sempre localizzato. Localizzare il nemico è il modo (paranoico) per arginare l’angoscia. La paura, lo sappiamo, è il sentimento che sorge dalla localizzazione determinata del pericolo. Per questo già la guerra contro il terrorismo appariva come una guerra anomala: i terroristi agiscono senza tener conto dei confini, non sono facilmente localizzabili, non hanno una identità certa, possono essere ovunque.

 

Ora il terrorista ha assunto le forme asettiche, non religiose, evolutivamente assai più arcaiche del Covid-19. Agisce senza confini, invisibile, nell’impossibilità di essere identificato. Questo non genera semplicemente paura per la propria vita, ma un sentimento diffuso di angoscia, clinicamente un’angoscia persecutoria. Il nemico non è più al di là delle frontiere ma è tra noi. Non solo tra noi, ma addirittura in noi, innestato nel nostro stesso corpo. È un fantasma antico: un essere evolutivamente pre-umano colonizza l’umano. Il terrore primordiale del contatto con lo sconosciuto si riattiva; se la fonte del contagio è dappertutto, ogni sentimento solidale è destinato a frantumarsi.

 

Opera di Christiane Spangsberg.


Il terrore del contagio è il contrario della solidarietà poiché ci porta a vedere nel nostro simile un potenziale agente della malattia. Il distanziamento sociale prova a reintrodurre un argine fobico protettivo di fronte a questa minaccia che ciascuno di noi è diventato per l’altro; la madre per il figlio, il nipote per il nonno, l’amico per l’amico, l’amante per l’amante, l’alunno per il professore, il cliente per l’esercente. Nelle nostre camminate solitarie incrociare l’Altro genera un sentimento fortemente contraddittorio: da una parte l’identificazione solidale per lo stesso doloroso destino che ci sta coinvolgendo e che spontaneamente ci porterebbe ad accostarci, dall’altra il pensiero immediato che un eccessivo avvicinamento significherebbe un potenziale contagio; l’altro che sento come me, nella mia stessa condizione dolorosa, è però anche l’altro che può farmi ammalare.

 

Per questo attendiamo con ansia le risposte della scienza. Perché spetta alla scienza e non all’esercito vincere questa battaglia. Innanzitutto identificando il nemico, la sua forza, le sue abitudini, la sua strategia, i suoi punti deboli. La scienza è l’appello all’ordine simbolico che dovrebbe proteggerci dal rischio di questa caduta nell’indifferenziato dove tutto è potenzialmente mortale. La scienza solleva dall’angoscia persecutoria quando aiuta a rispondere alle domande intorno all’identità di questo virus. Ma nella misura in cui anche la scienza si trova di fronte a qualcosa di sconosciuto, si trova di fronte a una “prima volta”, a un evento innominabile, anziché rivestire l’orrore del reale con i nomi del simbolico contribuisce a rivelarlo ulteriormente. Questo innesca l’oscillazione dell’angoscia persecutoria nell’angoscia depressiva: “se non ne usciamo più? Se questa catastrofe non conoscerà mai fine? Se nemmeno la scienza sa quello che ci accadrà?” 

 

Il paradosso del nostro isolamento forzato è che non è un isolamento antisociale. Esso non ha nulla a che vedere con il ritiro autistico, la pulsione claustrale o securitaria, col ripiegamento depressivo, con il fenomeno della chiusura della vita che ha contrassegnato negli ultimi anni la diffusione epidemica delle cosiddette fobie sociali. Se c’è dell’oro in questa tremendissima lezione del Coronavirus è qui che dobbiamo trovarlo: è l’errore di lettura di tutti coloro che interpretano questo stato di eccezione come la fatale e traumatica riduzione della nostra libertà. È più grande di così la tremendissima lezione di questo virus. Essa si condensa nel paradosso profondo che stiamo vivendo: costretti al distanziamento sociale, alla reclusione forzata nelle nostre case, facciamo un’esperienza assolutamente nuova e radicalissima della libertà. Non la libertà come liberazione, ma la libertà come connessione. In questa costrizione non dobbiamo vedere un attentato alla nostra libertà, ma la cifra più propria della libertà umana in quanto tale che trova solo nella fratellanza con lo sconosciuto la sua cifra più alta.

 

Non ci insegna forse questo implacabile virus che la sua natura sistemica si può vincere solo con una risposta collettiva? Non ci insegna che l’Altro non è qualcosa che si aggiunge in un tempo secondo alla costituzione originaria della mia supposta libertà, ma che è parte costitutiva della mia stessa libertà? Non è forse questa libertà, la libertà che implica e non esclude l’essere con l’Altro, quella di cui noi facciamo esperienza nel nostro isolamento? Non è quella che sperimentiamo oggi una forma radicale di fratellanza se, come io penso, la fratellanza non è mai un fatto di sangue o di stirpe, ma è il sentimento profondamente umano dell’essere sempre in relazione all’Altro, al fratello sconosciuto, se essa indica il carattere inaggirabile della relazione con l’Altro? Questo virus ci insegna infatti l’insopprimibilità della relazione proprio in quanto ce ne priva; ci insegna la solidarietà isolandoci, mostrandoci che nessuno può salvarsi da solo. Per questa ragione profonda i social, al tempo dell’isolamento forzato, ritrovano il loro giusto senso. Se il suo uso perverso consisteva nel porre la connessione perpetua come una forma patologica di sconnessione dal corpo dell’Altro, ora, nel tempo della privazione del contatto, la connessione torna ad essere una forma possibile di relazione.

 

In particolare le video chiamate. Non so se è solo una mia esperienza e dei miei pazienti, ma ho la netta impressione che le persone utilizzino molto più frequentemente il dispositivo delle videochiamate che non quello delle telefonate comuni. È un modo per evocare il corpo, evocare il contatto attraverso l’apparizione dell’immagine dell’Altro. Bisogna imparare a fare qualcosa col buio, usava dire Basaglia. Se c’è della luce in questo buio essa dimora in questa solidarietà introversa a cui siamo esposti, una solidarietà non retorica, non esibita, non euforica ma necessariamente solitaria e silenziosa; l’occasione straordinaria di fare parte di una comunità di solitudini. 

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