Una poltrona per due e l'economia del debito

Da più di vent’anni, il film di Natale per antonomasia è il favoloso Una poltrona per due (Trading places, J. Landis 1983). Un racconto esemplare che rappresenta l’essenza dell’America reaganiana (compare in diverse scene la foto del presidente), il cui sistema di valori è divenuto pura tradizione per noi tardomoderni. Per questo motivo il film viene trasmesso pervicacemente da Italia Uno che, tra le reti Mediaset, è stata senz’altro quella più incline a veicolare valori edonistici, filoatlantisti e iperconsumistici. La doppia coppia di personaggi mostra, nella loro opposizione, la doppia faccia del potere finanziario. Da un lato gli spietati fratelli Duke, dall’altro le celebri cavie di questo esperimento sociale, interpretati da Eddie Murphy e Dan Akroyd. I Duke esprimono due visioni del mondo alternative ma complementari: per Mortimer, ancora radicato nel vetusto ideale borghese, le persone sono geneticamente predisposte alla devianza o al successo nella vita; per Randolph, invece l’ambiente riveste un ruolo decisivo nella mutazione della personalità, come anche delle competenze e degli stili di vita. Se nel primo prevale l’attaccamento alla vecchia borghesia classista, darwiniana e spietatamente razzista, il secondo propone invece una visione più democratica che coglie l’assoluta infondatezza della discriminante razziale, intesa come mera supremazia biologica di una razza sulle altre, e dà molta più importanza al set di variabili ambientali che condizionano la formazione del soggetto nella società.

 

Se il primo è assillato esclusivamente dal successo economico, l’altro coltiva velleità intellettuali e una passione pseudoscientifica che lo induce a pianificare un vero e proprio esperimento micro-sociale al fine di “guadagnarsi il Nobel”: invertire il destino di un giovane manager bianco e affermato, con quello di un nero povero e balordo. Il modo in cui il fratello “illuminato” tratta Eddie Murphy è indicativo di una gestione del potere inclusiva e accomodante ma che, all’occorrenza, non rinuncia a esibire il suo volto più spietato. Lo strabiliante risultato dell’esperimento è che, mutate le condizioni ambientali, un protagonista assume i valori e i comportamenti dell’altro. Ma tale scoperta rivoluzionaria non cambia in alcun modo il punto di vista dell’ideatore dell’esperimento, che cerca invano di azzerarne l’effetto e di rimettere le cose al loro posto. Il volto più magnanimo, rassicurante e liberal della finanza contemporanea è – proprio in virtù della sua inclusività – ancora più pericoloso di quello della vecchia scuola. Il fallimento dei Duke è metafora del modo in cui speculazione e debito diventano meccanismi essenziali dell’emergente neoliberismo che non si limita a esaltare la competizione e la privatizzazione su scala globale, ma mira a modificare e a sfruttare economicamente la stessa ontologia dell’essere umano. 

 

 

Il libro di Paolo Perulli, Il debito sovrano. La fase estrema del capitalismo (La nave di Teseo, 2020), fa il punto sul ruolo cruciale che riveste il debito nella fase più acuta dei processi di globalizzazione. Operazione non facile, dato che ancor oggi “non vi è un’interpretazione del perché il debito sia alla base del capitalismo nell’epoca globale”, considerando infatti che la “radice dell’indebitamento risieda nel funzionamento essenziale del capitalismo finanziario” (p. 12). La questione del debito richiede pertanto un’analisi più funzionale che semantica, in una prospettiva che ricorda molto la visione cibernetica, in cui il debito funziona più come meccanismo di squilibrio che di equilibrio del sistema, molto più come processo di amplificazione che di omeostasi, più come feedback positivo che negativo. Proprio perché “esso si riproduce mediante l’indebitamento veicolato in prodotti finanziari che il capitalismo finanziario deve continuare a produrre illimitatamente, che a loro volta riproducono debito, in una spirale senza fine” (ib.). 

 

Per spiegare tale enigma, al di là del suo mero funzionamento strutturale, Perulli fa ricorso a due figure: quella sociologica della relazione, quella astrofisica del buco nero. Nel primo caso il debito è un “rapporto sociale” in base al quale “l’individuo (o la comunità) che si indebita realizza un proprio rischio, esprime una sudditanza verso il creditore” (ib.), ovvero suggella una sostanziale asimmetria di potere tra il creditore e debitore. Con la metafora del buco nero invece s’intende il paradosso della “crescita illimitata di ricchezza attraverso l’espansione del debito” che ci racconta di un nuovo capitalismo che “cresce indebitando il futuro” (p. 13). Nella definizione di debito sovrano, del resto, si annida un paradosso analogo: esso “designa la dipendenza degli Stati dai mercati, a cui è quindi stata trasferita l’effettiva sovranità” (p. 12). Del resto, il fatto che i sovranisti rivendichino un controllo assoluto sul debito, pur non rinunciando alla sfida competitiva dei mercati globali, è forse la più coerente espressione di tale contraddizione. 

 

L’autore riprende le riflessioni su denaro e capitalismo dei classici (Marx, Simmel e Weber), pur riconoscendo le sostanziali differenze tra quello stadio di sviluppo del sistema e il nostro, ben più globalizzato, speculativo e tecnicizzato (p. 35). Tuttavia, nell’opera dei classici egli riconosce un nucleo essenziale di riflessioni che anticipano la grande trasformazione odierna: il capitalismo come nuova religione del denaro, capace di modificare drasticamente la vita quotidiana dei suoi seguaci, come nella citazione di W. Benjamin posta in esergo. Una traiettoria che parte dall’azione della borghesia in ascesa, passando per la creazione di un più esteso ceto medio tramite l’incorporazione consumista delle classi lavoratrici (un tempo espressioni di un modello di vita alternativo), fino al ribaltamento della funzione inclusiva del consumo, che si palesa nell’odierna crisi del ceto medio e nella tragica polarizzazione socioeconomica. Tale polarizzazione è il “frutto del predominio del capitalismo finanziario e tecnologico” che dopo aver “promesso eguaglianza (homo aequalis è l’invenzione dell’economia politica…)”, ora al contrario “distribuisce le chances di ricchezza in modo fortemente diseguale” (p. 43). 

 

Al di là delle posizioni discontinuiste che hanno legittimato e fomentato la narrazione progressista, tecnofila e utopista della nuova economia digitale (a partire dalle dot.com anni Novanta fino all’odierno dominio delle piattaforme), la tesi di Perulli rintraccia invece le continuità storiche e ideologiche tra il vecchio e il nuovo capitalismo, tra la sua “mente finanziaria e il suo corpo tecnologico” (p. 40). In questa potente trasformazione, la dimensione del tempo riveste un ruolo chiave: in primo luogo per via della centralità del tempo reale nell’odierno regime di transazioni “virtuali”; in secondo luogo per la velocità dell’innovazione che permette alle “piattaforme digitali di transitare dallo stadio iniziale a quello di imprese globali in pochi anni”; in terzo luogo per via della nuova escatologia che, a prescindere dalla “differenza quasi antropologica tra gli imprenditori digitali e gli speculatori finanziari”, si afferma come nuovo orizzonte pragmatico basato sulla nostra “pronta realizzazione” prestazionale e su di una “valorizzazione attuale” (p. 41), o meglio illimitatamente attualizzante, cioè capace di mettere a disposizione del consumo quotidiano, i futuri immaginati e poi realizzati dalla tecnica. 

 

Nella parte finale del libro si affrontano in modo più sistematico le traiettorie di sviluppo futuro del capitalismo, dalla questione cinese, passando per il neoliberismo, fino alla crisi ecologica e alla conseguente proposta di una “globalizzazione decentrata”. Impresa complicata, per via della natura stessa della rivendicazione ecologista, costretta a difendere la sfera del locale ma anche a superare le “frontiere nazionali” per confrontarsi con un capitale globale sempre più “scatenato” (p. 71). 

 

L’analisi del neoliberismo taglia trasversalmente l’opera. In. essa spicca l’idea di un “individualismo che eredita dal liberalismo classico quella mancanza di regolarità che è nel neoliberismo divenuto rifiuto delle regole” (p. 43). Questa “allergia alla regolazione” caratterizza il capitalismo finanziario, ma anche in parte il modello cinese e quello delle piattaforme della Silicon Valley (di cui anche l’Asia s’è impossessata, superando il modello anni Novanta della delocalizzazione manifatturiera). Le piattaforme difatti “intermediano e facilitano, ma non hanno diretta responsabilità su quanto gli individui fanno nella rete”, esse “condizionano, veicolano e inducono nei consumatori comportamenti e modelli sociali più di ogni altro capitalismo del passato” (p. 176). Questa sostanziale “nomofobia” (p. 178), deriva da una vocazione piratesca che solo implicitamente compare nel valido testo di Perulli. Essa è forse il vero punto di connessione tra il modello di Wall Street cristallizzato nell’immagine anni Ottanta dello Yuppie – quella di Gordon Gekko ma anche del protagonista di The Wolf of Wall Street – e la visione più alternativa fondata sui valori della controcultura californiana alla Steve Jobs e sul ruolo per così dire disruptive del cosiddetto "Punk Capitalismo" (M. Mason). Su tale prospettiva avrebbe senso discutere con l’autore del testo, per riflettere sul modo in cui questo capitalismo, ancor più selvaggiamente interessato a divorare l’essere umano tramite il debito, sia allo stesso tempo impegnato a esaltare la sfera intima ed emozionale, grazie anche ai valori della controcultura, per acquisire un maggiore contenuto di autenticità.

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